domenica 17 maggio 2009
LA DEMOCRAZIA DEL PRIVATO di ILVO DIAMANTI
Al proposito, Barbara Spinelli, sulla Stampa, ha denunciato l'intreccio perverso che lega i fatti personali e la politica. Sottolineando che "non si vorrebbe saper nulla dell'uomo politico se non quel che riguarda il bene comune". Le ha fatto eco Eugenio Scalfari, osservando, opportunamente, che la "tenda divisoria" tra pubblico e privato in democrazia può sussistere: sottile. Ma, ha aggiunto, scompare nei regimi autoritari. In realtà, è scomparsa anche nei regimi democratici. Da tempo. Anche dove il conflitto di interessi non si presenta esplicito come in Italia. Che costituisce, semmai, un laboratorio, come si è soliti dire. Dove i processi avvengono più violenti che altrove. Ma non un'anomalia. Perché - ormai da tempo - in molti paesi occidentali la politica si è personalizzata, insieme ai partiti. I quali hanno rimpiazzato l'ideologia con la fiducia nella personalità del leader; l'organizzazione e la partecipazione con il marketing e la comunicazione. Bernard Manin ha parlato, a questo proposito, di "democrazia del pubblico". Dove il "pubblico" non si riferisce a "ciò che è di interesse comune". Né allo spazio del dibattito sui temi (appunto) pubblici creato e occupato dagli intellettuali. Il "pubblico" evoca, invece, il cittadino-spettatore di fronte alla "messa in scena della politica" (per parafrasare Balandier, quando definisce i rituali del potere nelle società pre-moderne). Interpretata dai leader. Massimo Gramellini, commentando la performance televisiva di Berlusconi nel salotto di Bruno Vespa, ha parlato (anch'egli sulla Stampa) del "primo statista pop che abbia mai calcato il Palcoscenico della Storia". Osservazione spiritosa e acuminata. Ma anch'essa imperfetta.
Berlusconi, infatti, non è il "primo" ad aver scelto la strada della "politica pop" (titolo di un interessante saggio di Gianpietro Mazzoleni e Anna Sfardini, in corso di pubblicazione per "il Mulino"). Intanto, perché, non solo in Italia, la politica si è da tempo travasata dal territorio e dalla società sui media. E, proprio per questo, si è rapidamente integrata nei moduli e nei linguaggi pop della televisione.
Delineando format e generi sempre più ibridi: "infotainment", "politainment". Miscela di informazione, intrattenimento e politica. Dove i fatti privati degli uomini pubblici fanno spettacolo e audience. Con le parole di Edmondo Berselli: "Nei talk show politici a metà programma accanto a D'Alema, Amato, Rutelli e Berlusconi possono entrare in studio Anna Falchi, Valeria Marini, Alba Parietti, Sabrina Ferilli (.); una conferma spettacolare che la televisione è fungibilità assoluta. L'importante è esserci".
Dunque, non è solo la politica ad aver appreso e imitato il linguaggio e il format dei media. è vero anche l'inverso. I media hanno adeguato i loro format e i loro linguaggi alla politica. La satira è entrata dovunque. Anzi: ambisce a fare "informazione vera". Mentre i programmi di informazione politica hanno accolto i comici, gli attori, gli esperti di vario genere e tipo. Peraltro, l'ingresso in politica di personaggi dello spettacolo e dei media (attori, giornalisti, ecc.) è frequente. (E non nuovo). Tuttavia, si assiste anche al passaggio inverso. Dalla politica allo spettacolo. Irene Pivetti: da presidente della Camera ai reality choc, alle danze sotto le stelle. Vladimir Luxuria. Dallo spettacolo alla Camera di nuovo allo spettacolo. L'Isola dei famosi. Reality di successo, che, peraltro, ha vinto.
Da questo ragionamento possiamo trarre alcune considerazioni sul cambiamento dei sistemi democratici. Le abbozziamo in ordine sparso.
1. Se il rapporto fra politica e media è così stretto (soprattutto in Italia) i media (e la televisione) diventano luoghi di lotta politica. E la televisione (si pensi alle nomine) un campo di battaglia permanente.
2. La distanza fra cittadino e spettatore si sta assottigliando sempre più. L'opinione pubblica è sovrana. Identificata dall'intreccio fra media e sondaggi. Principio di legittimazione politica e istituzionale sempre più importante. Anche perché agisce in tempo reale. La democrazia (parafrasando Renan sulla nazione) diventa, così, un plebiscito, o meglio: un sondaggio di ogni giorno. Anzi: ogni ora. Pubblicizzato dai media, testimoniato dai giornalisti, legittimato dagli esperti. Ispirato da chi li fa, commissiona, pubblica, commenta, ecc.
3. Se nella scena pubblica i ruoli sono fungibili, se il politico canta e cucina oppure discute di etica e della finanziaria con la velina, il cuoco e il cantante, perché scandalizzarsi se il cuoco, il cantante e perfino la velina ambiscono a calcare la scena politica? Ad andare in Parlamento?
4. Per la stessa ragione, la pretesa di ridurre le vicende personali e familiari dei leader politici a "fatti privati" e dunque privi di interesse pubblico, per questo, è insostenibile. Tanto più nel caso del premier, che ha fatto della "politica pop" (e del populismo mediatico) la base del suo successo: negli affari e in politica.
5. D'altronde, la "democrazia del pubblico" si sta traducendo in "democrazia del privato". Dove i fatti personali e familiari diventano di pubblico interesse. Non perché siano di interesse pubblico ma perché interessano al pubblico.
6. Questa tracimazione del privato nel pubblico, secondo alcuni studiosi (Crouch e Mastropaolo, fra gli altri), evoca l'avvento di una "post-democrazia". Una democrazia minima. Ridotta al voto. Dove il cittadino esercita il suo potere (?) una volta ogni cinque anni. Per trenta secondi. Poi si siede davanti alla Tv. E guarda. Al più: risponde a un sondaggio.
Noi ci limitiamo a osservare la singolarità del caso italiano anche nell'era della "democrazia del privato". Dove il governo, il partito e i media sono tutti e tre personalizzati. Tutti e tre riassunti in una sola persona. La stessa.
da Repubblica 17 Maggio 2009
sabato 18 aprile 2009
lunedì 30 marzo 2009
La vendetta è un piatto che va servito freddo

Ferruccio de Bortoli lascia il Sole24 Ore e ritorna oggi al Corriere della Sera. L'uscita di Paolo Mieli è il risultato di quell'onda lunghissima che si era formata all'indomani delle elezioni politiche del 2006 quando il risultato delle urne dimostrò che il suo endorsment a favore del centrosinistra non aveva eroso la roccaforte berlusconiana. Non solo. Aveva favorito la fuga di un numero crescente di e/elettori conviti che quello avrebbe dovuto restare il giornale liberal-conservatore del Paese.
Centrosinistra e centrodestra al voto
LA SCELTA DEL 9 APRILE
A dispetto di quel che da tempo attestano, unanimi, i sondaggi, il risultato delle elezioni che si terranno il 9 e 10 aprile appare ancora quantomai incerto. È questo un buon motivo perché il direttore del Corriere della Sera spieghi ai lettori in modo chiaro e senza giri di parole perché il nostro giornale auspica un esito favorevole ad una delle due parti in competizione: il centrosinistra. Un auspicio, sia detto in modo altrettanto chiaro, che non impegna l' intero corpo di editorialisti e commentatori di questo quotidiano e che farà nel prossimo mese da cornice ad un modo di dare e approfondire le notizie politiche quanto più possibile obiettivo e imparziale, nel solco di una tradizione che compie proprio in questi giorni centotrent' anni di vita. La nostra decisione di dichiarare pubblicamente una propensione di voto (cosa che abbiamo peraltro già fatto e da tempo in occasione delle elezioni politiche) è riconducibile a più di una motivazione. Innanzitutto il giudizio sull' esito deludente, anche se per colpe non tutte imputabili all' esecutivo, del quinquennio berlusconiano: il governo ha dato l' impressione di essersi dedicato più alla soluzione delle proprie controversie interne e di aver badato più alle sorti personali del presidente del Consiglio che non a quelle del Paese. In secondo luogo riterremmo nefasto, per ragioni che abbiamo già espresso più volte, che dalle urne uscisse un risultato di pareggio con il corollario di grandi coalizioni o di soluzioni consimili; e pensiamo altresì che l' alternanza a Palazzo Chigi - già sperimentata nel 1996 e nel 2001 - faccia bene al nostro sistema politico. Per terzo, siamo convinti che la coalizione costruita da Romano Prodi abbia i titoli atti a governare al meglio per i prossimi cinque anni anche per il modo con il quale in questa campagna elettorale Prodi stesso ha affrontato le numerose contraddizioni interne al proprio schieramento. Merito, questo, oltreché di Romano Prodi, di altre quattro o cinque personalità del centrosinistra. Il leader della Margherita Francesco Rutelli, che ha saputo trasformare una formazione di ex dc e gruppi vari di provenienza laica e centrista in un moderno partito liberaldemocratico nel quale la presenza cattolica è tutelata in un contesto di scelte coraggiose nel campo della politica economica e internazionale. Piero Fassino, l' uomo che più si è speso per traghettare, mantenendo unito e forte il suo partito, la tradizione postcomunista nel campo dominato dai valori di cui sopra. I radicalsocialisti Marco Pannella e Enrico Boselli che con il loro mix di laicismo temperato e istanze liberali rappresentano la novità più rilevante di questa campagna elettorale. Fausto Bertinotti, il quale per tempo ha fatto approdare i suoi alle sponde della nonviolenza e ha impegnato la propria parte politica in una nitida scelta al tempo della battaglia sulle scalate bancarie (ed editoriali) del 2005. Noi speriamo altresì che centrosinistra e centrodestra continuino ad esistere anche dopo il 10 aprile. E ci sembra che una crescita nel centrodestra dei partiti guidati da Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini possa aiutare quel campo e l' intero sistema ad evolversi in vista di un futuro nel quale gli elettori abbiano l' opportunità di deporre la scheda senza vivere il loro gesto come imposto da nessun' altra motivazione che non sia quella di scegliere chi è più adatto, in quel dato momento storico, a governare. Che è poi la cosa più propria di una democrazia davvero normale. Paolo Mieli
martedì 10 febbraio 2009
GLI AYATOLLAH VATICANI: CRISTIANI?

Cristiani? "Assassini, assassini", strepitano in Senato l´ex(?) neofascista Maurizio Gasparri ("è un irresponsabile che dovrebbe imparare a tacere!" Firmato Gianfranco Fini) e l´ex intellettuale (?) radicale Gaetano Quagliariello. Sono i più feroci urlatori di un folto gruppo di cardinali talebaneggianti, statisti moraleggianti, beghine fanatizzate, parlamentari fiancheggianti, anti-satanisti assatanati, medici sproloquianti e giuristi indaganti... Se ne sono visti di tutti i colori nella gara a chi la sparasse più grossa contro la pietas di Beppino Englaro ("Beppino Boia!"), ed a chi usasse espressioni più truculente - assassino, nazista - contro chiunque avesse idee diverse dagli ayatollah vaticani. Cristiani?
Sarà difficile archiviare la spietatezza, l´intolleranza e la volgarità con cui l´armata sanfedista ha accompagnato il dramma di Eluana. Cristiani? Alla sua testa cardinali e vescovi di rango: Camillo Ruini, potente presidente emerito della CEI, "E´ un omicidio"; Angelo Bagnasco, suo successore, "Eluana ha cominciato il cammino forzato verso la morte"; Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, "Una giovane donna è diventata il segno di contraddizione fra una cultura della morte ed una cultura della vita"; Javier Lozano Barragan, ministro della sanità della Santa Sede, "Fermate quella mano assassina"; Agostino Vallini, cardinal vicario di Roma, "Non prevalga la cultura della morte"; Rino Fisichella, potenza emergente, "Una sentenza che manda a morte"; e Pietro Brolio, arcivescovo di Udine, "Per definire quello che state facendo c´è una sola parola, omicidio".
Cristiani? Se la lingua dei porporati non è lieve, non scherza la schiera dei politici sintonici con il Vaticano. All´avanguardia il variegato gruppo dell´invettiva: il cattolico popolare Carlo Giovanardi, "Non si può spegnere una vita con un omicidio amministrativo", il causidico sottosegretario di Alleanza nazionale, Alfredo Mantovano, "E´ la prima condanna a morte in Italia dal 1948", il governatore della Lombardia, "L´Italia non poteva permettere che una persona fosse mandata a morte al di là della sua volontà", e il democristiano residuale, Gianfranco Rotondi, "Non potevamo non reagire di fronte all´introduzione surrettizia dell´eutanasia". Politici tutti plaudenti al "coraggio del presidente del consiglio Silvio Berlusconi" (Formigoni).
Cristiani? Incoraggiati dagli epiteti d´alto bordo, anche il popolo in strada si sentiva autorizzato a scatenarsi: "Mobilitazione. Gruppi cattolici all´ospedale, alcuni si gettano sul cofano dell´ambulanza. Pane acqua, rosari: veglie e proteste"..."il consigliere comunale An Zamperini viene bloccato da due poliziotti e invitato a presentarsi in questura": su un cartello si legge "Hitler ha ucciso 60 mila disabili, 80 mila malati mentali e 6 milioni di ebrei". Radio Maria gli dà sotto: "Fermiamo i barbari assassini", "Il Maligno parla attraverso esperti, medici, giornalisti. Poche persone sono libere. Molte sono schiave di Satana", e il suo raffinato direttore, padre Fanzaga, commenta "Stiamo accoppando un disabile, tutto il resto è del maligno... satana vuole costruire l´inferno su questa terra". Sul Web Sabrina scrive "Il silenzio ci rende complici del boia: dobbiamo fermarlo", Giampaolo insiste "Magistrati laicisti e criminali: acqua, dovete dare acqua", Alice protesta "Non potete lasciarla morire così, in questo modo orribile", e il blogghista anonimo conclude "Vogliono una, cento, mille Eluana per imporre in Italia il diritto a morire".
L´Avvenire suona musiche variegate. Francesco D´Agostino, giurista cattolico: "L´eutanasia s´è insediata nel nostro sistema sanitario"; Marina Corradi, opinionista: "Lasciar morire di fame sarà forse costituzionale?"; e la gente si sfoga. Per Corrado "Il capo dello Stato può firmare la grazia visto che una sentenza la condanna a morte?", e per Silvio "Il governo s´è fatto promotore della moratoria contro la pena di morte per i delinquenti. Però si è dimenticato di chiederla per Eluana. Dormiamo?"
Cristiani? La ciliegina sulla torta arriva con l´editoriale "Che branco di mascalzoni questi gentiluomini che si dicono laici", firmato dall´Elefantino il quale chiosa: "Questi che si dicono laici e che sono solo relitti del vecchio familismo amorale degli italiani, specie quando recitano il coro vomitevole di papà Beppino e di una nichilistica libertà di coscienza per giustificare l´eliminazione fisica di una disabile, una esecuzione degna dei nazisti...".
Grazie della franchezza, Giuliano Ferrara. A nome della categoria, porgo l´altra guancia.
Per il mensile "Prima comunicazione" di febbraio 2009
domenica 18 gennaio 2009
I MEDIA COME ARMA
sulla guerra ma come armi della guerra e nella
guerra. E' qualcosa che va al di là delle tradizionali forme di propaganda, più o meno pianificata, che hanno sempre accompagnato i conflitti e li accompagnano tuttora. La prima volta che si comprese appieno il nuovo (e imprevisto) ruolo attivo giocato dalle televisioni nei conflitti asimmetrici fu all'indomani della conclusione della guerra del Vietnam: si disse allora, con qualche esagerazione ma anche con qualche elemento di verità, che gli Stati Uniti avevano perso quella guerra non nelle risaie e nelle giungle dell'Indocina ma nelle case americane dove ogni sera il piccolo schermo faceva entrare le immagini delle devastazioni prodotte dai bombardamenti statunitensi.
Da allora, nessun governo o gruppo armato impegnato in una guerra ha più dimenticato che le immagini televisive e i commenti che le accompagnano sono parte integrante, non accessoria, dei conflitti, e dei conflitti asimmetrici soprattutto: è da essi che dipende lo spostamento, a favore di uno dei belligeranti, dell'orientamento delle opinioni pubbliche delle democrazie occidentali. E poiché nelle democrazie i governi devono tenere conto delle opinioni pubbliche, lo spostamento di queste ultime da una parte o dall'altra non è senza effetti internazionali: spinge o può spingere i governi delle democrazie ad esercitare pressioni diplomatiche a favore del belligerante che ha conquistato il sostegno dell'opinione pubblica.
Il caso di Gaza (una guerra che forse è ora giunta a conclusione) è da manuale. Dal punto di vista strettamente militare la disparità delle forze fra l'esercito israeliano e Hamas era massima. Hamas ha avuto quindi a disposizione, in questa guerra, soprattutto una carta e l'ha giocata fino in fondo: le vittime civili. Il calcolo era semplice: più vittime civili ci sono (e non possono non esserci vittime civili data la natura del conflitto), più i networks televisivi ne parlano, più è probabile che le opinioni pubbliche, soprattutto europee, si schierino contro Israele e che, infine, la «comunità internazionale » (leggi: le democrazie occidentali) sia costretta a tenerne conto. La contromossa israeliana (vietare l'ingresso a Gaza ai giornalisti finché durano i combattimenti) è parte della stessa logica.
Si considerino gli scopi bellici dei due contendenti. Per Israele «vincere» significava ridimensionare Hamas militarmente (mettere il gruppo in condizione di non lanciare più missili sul territorio israeliano) e politicamente (creare le condizioni per una successiva riconquista del potere a Gaza, a spese di Hamas, da parte della fazione palestinese moderata, Fatah). Per Hamas, invece, «vincere» significava sopravvivere, quali che fossero le perdite subite, essere ancora in grado di riorganizzare le forze per colpire di nuovo Israele fra qualche tempo. Come in Libano nel 2006: Hezbollah «vinse» la guerra semplicemente perché sopravvisse all'offensiva israeliana. In queste condizioni, e data questa disparità degli obiettivi dei due contendenti, usare i civili come scudi era per Hamas una necessità di guerra, il solo modo per tentare di ottenere una pressione internazionale tale da fermare Israele. Il che, dal punto di vista di Hamas, avrebbe significato vincere. Per Israele valeva la regola contraria: meno civili cadono, meno è probabile che la comunità internazionale si metta di mezzo. Per questo, la guerra è stata condotta simultaneamente in due ambiti diversi (sul terreno e sui mass media). Il contenzioso sul numero di vittime civili (ovviamente difficile da stabilire, dato che i combattenti di Hamas sono mescolati alla popolazione) diventa parte integrante della guerra. Come mostra anche il fatto che le notizie, più o meno attendibili, sui caduti civili sono, fra tutte le notizie di guerra, quelle a cui i mass media danno in assoluto più risalto.
Per i sostenitori occidentali di Israele le vittime civili sono, in parte, una tragica conseguenza della natura di questa guerra e, in parte, il frutto dell'azione deliberata di Hamas. Per gli avversari di Israele sono invece la prova della natura criminale di quello Stato. Le televisioni svolgono un ruolo nel far pendere la bilancia dell'opinione pubblica da una parte o dall'altra. Però, va subito aggiunto, a mò di correttivo, il fatto che contano anche le più generali condizioni politiche in cui si svolge il conflitto. Se il calcolo di Hamas, come sembra ora possibile, si rivelerà alla fine sbagliato non sarà perché l'arma di guerra massmediatica sia di per sé spuntata o debole, ma perché essa è stata neutralizzata, almeno in parte, dall'atteggiamento prudente tenuto per tutta la durata del conflitto dai governi arabi (spaventati dall'alleanza fra Hamas e l'Iran) e dalla ostilità dei palestinesi di Abu Mazen per Hamas. Insieme alla compattezza della società israeliana nel sostenere l'azione del proprio esercito e all'efficacia di quella stessa azione (niente a che vedere con quanto avvenne in Libano nel 2006), questi fattori hanno giocato un ruolo importantissimo nella guerra. Hanno impedito o ritardato uno spostamento massiccio, «a slavina», delle opinioni pubbliche occidentali a favore di Hamas.
Angelo Panebianco Corriere della Sera 18 gennaio 2008
sabato 17 gennaio 2009
Santoro come Hamas bombarda tutti e poi grida al martirio
Lucia Annunziata che con grande coraggio (anche perché sapeva che stava ripetendo il gesto che Berlusconi compì da lei e che avrebbe pagato pegno per questo) si stacca il microfono, si alza e se ne va, ha fatto naturalmente benissimo, e bisogna dire che fra lei e Santoro, quanto a giornalismo, c’è la differenza che passa fra una mela e il baco della mela. Quando io e Lucia ci conoscemmo un quarto di secolo fa scendevamo e salivamo sugli elicotteri nella giungla del Salvador e lei rischiava la vita, raccattava le notizie e le raccontava al Manifesto, e io - allora - a Repubblica. Siamo giornalisti. Abbiamo sì idee diverse e talvolta opposte, ma prima di tutto abbiamo una forma genetica di rispetto per la verità.
Poi la verità la raccontiamo in mille modi, ma la decenza è la decenza e ciò che fa Santoro è indecente ed è un peccato perché l’uomo sa comunicare - è un formidabile propulsore, cioè, di emozioni politiche prefabbricate - ma è abituato a considerare la verità, l’oggettività, il rispetto delle regole elementari che sono osservate in ogni Paese, come merda di cane sotto la suola delle scarpe.
In tutto il mondo si svolgono show in cui Israele è attaccato, criticato, messo sul banco degli accusati. Ovunque. Ma mai, mai, in nessuna trasmissione si è visto l’obbrobrio che abbiamo visto da Santoro. Santoro non è professionalmente onesto: a me ha impedito di replicare al suo amico Travaglio che nella sua trasmissione mi ha attaccato indisturbato rovesciandomi addosso parole miserabili, e Santoro l’ha coperto, mi ha legato le mani e fatto picchiare senza concedermi replica.
Professionalmente dunque una persona censurabile. C’è soltanto da spiegare perché non è censurata.
Il punto cardine, la questione prima nel nostro Paese è la qualità, la attendibilità, la potabilità dell’informazione. E quella qualità è tossica, avvelenata, proibita. E la cosa più grave è che Santoro è talmente impunito e impunibile, che crede alla propria divinità, alla propria intangibilità, alla propria - persino - bontà. È così facile per lui: lo critichi? E lui grida alla censura. La Annunziata - sua amica e collega - protesta in nome della professione: «Bisogna vedere chi cerchi di compiacere».
Esprimi un’opinione diversa da quelle che lui sta certificando e bollando: «E basta! Basta di ripetere sempre le stesse cose». E così via. Quella è la «Santoro-Weltanshaaung», la visione del mondo, della vita, della storia, dell’informazione, della televisione di Michele Santoro. Santoro è un dio, in Italia (non potrebbe esserlo altrove) e qui comanda lui. Il conflitto su Gaza è quello che dice lui e con lui quel gruppo di liofilizzati reidratati che fanno, dicono, si muovono come lui vuole.
Un teatro delle marionette dove non esiste contraddittorio, ma soltanto la presenza simbolica di qualche sparuto e disperato rappresentante della contraddizione che viene sommerso dal coro greco delle urla, della dannazione, della riprovazione. Chi cavolo sono quei figuranti pagati dal contribuente che fanno la claque a Santoro? Fingono di essere il coro che rappresenta l’Italia. E purtroppo è vero. E quel che resta dell’Italia santorizzata. Il resto dell’Italia è diventato carne da Grande fratello, dall’estrema destra fino a Luxuria. Abbiamo oggi due grandi poli televisivi formati dall’imbecillismo amorfo di un’Italia che beve tutto purché sia trash, demenziale e possibilmente offensivo dell’intelligenza e della cultura e di un’altra Italia santoriana in cui bisogna posizionarsi contro l’America, contro Israele, possibilmente con tutti i satrapi del mondo, decidendo anche quale e che cosa sia l’agenda della questione morale.
Lucia Annunziata se ne è andata, seguita dalla voce arrochita di un Santoro che non le ha voluto dedicare altro che sguardi e ringhiosità piene di disprezzo: il disprezzo di chi si sente tradito non nella professione, ma nello schieramento. E ha ragione Santoro. È lui il vincitore. È l’Italia di Santoro quella che tiene banco, quali che siano gli orientamenti politici e le richieste della gente. La televisione è sua. Se ne fotte del governo, del Parlamento, del presidente della Camera e se occorresse anche di quello della Repubblica. In questo lui e quelli della sua scuola sono come Hamas: sanno che il martirio paga, la persecuzione censoria se ben evocata, passa in un pubblico di poveri italiani ormai analfabeti, drogati di immagini manipolate, rincoglioniti da mantra ripetuti che non hanno alcuna relazione con la verità giornalistica.
Non è questione di destra e di sinistra, neanche di israeliani e palestinesi. È questione di stile, è questione di rispetto per i cittadini, per il mestiere e la deontologia del giornalismo, per la verità presa a calci in culo dalla mattina alla sera, quando non è appiattita a sogliola sul governo del momento, quale che esso sia.
Dunque, complimenti al dottor Santoro - come lo chiamava Berlusconi - complimenti vivissimi. Ce l’hai fatta un’altra volta, vecchio pirata.
sabato 6 dicembre 2008
SANTORO E GLI ALTRI (NAUFRAGHI A VITA)

All'Isola, all'Isola! Come farebbe bene un po' d'Isola dei famosi a gente come Michele Santoro, Sandro Ruotolo, Piero Sansonetti, Norma Rangeri. Un po' d'Isola, madornale sfizio, per grattare via dalla loro dura scorza di combattenti qualche chilo di inutile ipocrisia e malriposta supponenza. Un po' d'Isola per lasciare tutti senza fiato, in silenzio, per una salutare pausa di riflessione.
L'unico modo, come suggerivano Fruttero & Lucentini, perché l'apodittico dubiti, il pontificante scenda dal pulpito, l'agitatore si sieda su una panchina, il gonfiato si sgonfi. Si discuteva ad «Annozero» (Raidue, giovedì, ore 21,10) d'Isola dei Famosi (con il titolo più demente dell'intera collezione: «L'Isola di Obama»), della vittoria «comunista» di Vladimir Luxuria, dell'oscenità del genere. Si discuteva e si mostravano immagini del programma non per ricavarne un qualche traino ma per denunciare la «pornografia dei sentimenti » (definizione di quello scoppiato di Wim Wenders, citata da Simona Santoro), per esercitare un po' di sana pedagogia del reality: per questo lo studio pullulava di norme, paragoni, rondò(lini): bisognava pur piantare dei paletti, segnali di spartitraffico, cavicchi di comportamento.
In Inghilterra, a fine '800, l'ex primo ministro Mr William Gladstone adescava le prostitute solo per adempiere alla pia missione di redimerle. Le cose più intelligenti della serata le ha dette Belen Rodriguez, almeno è stata sincera: c'è molta differenza tra la Rodriguez e la Granbassi che lascia l'Arma per apparire in tv? E c'è molta differenza strutturale tra il reality e i talk officiati da Simona Santoro? E alla vincitrice Luxuria non è mai venuto in mente che la sua sia stata una vittoria pilotata (dal punto di vista linguistico, sia chiaro) a fini di audience? Quando il Servitore del Popolo s'intrattiene sulla politica, spero dimostri un maggior livello di competenza dell'altra sera.
Aldo Grasso Corriere della Sera
06 dicembre 2008
