martedì 10 febbraio 2009
mercoledì 4 febbraio 2009
FALSE LE ACCUSE A ISRAELE DI AVERE BOMBARDATO UNA SCUOLA DELL’UNRWA
Le bugie di hamas e degli interessati propalatori della propaganda anti israeliana vengono facilmente smascherate dato che hanno le gambe e la memoria corta. Peccato che l’emozione anti israeliana del momento ormai fosse stata già utilizzata “da chi di dovere”, negli stati arabi e nell’Iran, per incoraggiare il nuovo anti semitismo che poi abbiamo visto tutti esplodere in varie forme nella manifestazioni a favore dei poveri bambini di Gaza in tutta Europa. E anche fuori da queste manifestazioni. Per non parlare delle proposte di boicottaggio eccetera.
Tutte queste notizie sulla scuola Unrwa vengono fuori da un articolo inchiesta molto informato del giornalista Patrick Martin per il quotidiano canadese “The Globe”.
Risalgono al 29 gennaio ma quasi nessuno al mondo si è sognato di riprenderle se si eccettua l’ong Un Watch che nei giorni scorsi è stata anche protagonista di una clamorosa polemica al palazzo di vetro con le ong dei paesi arabi che dominano la Commissione dei diritti umani dell’Onu, a proposito della accusa di “sporoporzione” tra i morti israeliani quelli palestinesi.
Nell’articolo si prende la dichiarazione di John Ging, che è il direttore esecutivo dell’Unrwa a Gaza che candidamente ammette che “nessuno all’interno della scuola è stato ucciso da proiettili israeliani” semplicemente perché “quei proiettili sono atterrati al di fuori”.
E allora perché le balle raccontate a caldo? “Guardi ai miei statement ufficiali -risponde stizzito Ging al giornalista canadese – non ho mai affermato che qualcuno sia stato ucciso nella scuola, i miei ufficiali non hanno mai avallato queste accuse”.
Ah no? “Parlando quella stessa sera con voce rotta dall’emozione dall’ospedale Shifa di Gaza - ricorda l’onesto reporter canadese – Mr. Ging affermo: “quelle all’interno della scuola erano tutte famiglie che cercavano scampo, non c’è nulla di sicuro a Gaza”. E nel suo bollettino quotidiano la World health orgnization (sempre organismo Onu) il giorno dopo diceva: “ il 6 gennaio 42 persone sono state uccise in seguito a un attacco israeliano dentro una scuola dell’Unrwa..”
Questi quindi sono i fatti e queste le bugie e le mistificazioni dell’Onu contro Israele. Non risulta che qualcuno si sia non dico scusato ma neanche corretto rispetto alle notizie che uscirono all’epoca. E non è passato neanche un mese.
Ma una strage dentro una scuola di rifugiati delle Nazioni Unite fà certamente il suo “porco effetto” per coloro il cui unico scopo è quello di denigrare Israele e giustificare, quando non esaltare, le gesta dei terroristi islamici che combattono lo stato ebraico, non di certo per l’indipendenza del proprio popolo, da essi d’altronde molto mal rappresentato, ma solo con lo scopo di mettere fine all’esistenza dell’odiata entità sionista.
Dimitri Buffa
FALSE LE ACCUSE A ISRAELE DI AVERE BOMBARDATO UNA SCUOLA DELL’UNRWA
Le bugie di hamas e degli interessati propalatori della propaganda anti israeliana vengono facilmente smascherate dato che hanno le gambe e la memoria corta. Peccato che l’emozione anti israeliana del momento ormai fosse stata già utilizzata “da chi di dovere”, negli stati arabi e nell’Iran, per incoraggiare il nuovo anti semitismo che poi abbiamo visto tutti esplodere in varie forme nella manifestazioni a favore dei poveri bambini di Gaza in tutta Europa. E anche fuori da queste manifestazioni. Per non parlare delle proposte di boicottaggio eccetera.
Tutte queste notizie sulla scuola Unrwa vengono fuori da un articolo inchiesta molto informato del giornalista Patrick Martin per il quotidiano canadese “The Globe”.
Risalgono al 29 gennaio ma quasi nessuno al mondo si è sognato di riprenderle se si eccettua l’ong Un Watch che nei giorni scorsi è stata anche protagonista di una clamorosa polemica al palazzo di vetro con le ong dei paesi arabi che dominano la Commissione dei diritti umani dell’Onu, a proposito della accusa di “sporoporzione” tra i morti israeliani quelli palestinesi.
Nell’articolo si prende la dichiarazione di John Ging, che è il direttore esecutivo dell’Unrwa a Gaza che candidamente ammette che “nessuno all’interno della scuola è stato ucciso da proiettili israeliani” semplicemente perché “quei proiettili sono atterrati al di fuori”.
E allora perché le balle raccontate a caldo? “Guardi ai miei statement ufficiali -risponde stizzito Ging al giornalista canadese – non ho mai affermato che qualcuno sia stato ucciso nella scuola, i miei ufficiali non hanno mai avallato queste accuse”.
Ah no? “Parlando quella stessa sera con voce rotta dall’emozione dall’ospedale Shifa di Gaza - ricorda l’onesto reporter canadese – Mr. Ging affermo: “quelle all’interno della scuola erano tutte famiglie che cercavano scampo, non c’è nulla di sicuro a Gaza”. E nel suo bollettino quotidiano la World health orgnization (sempre organismo Onu) il giorno dopo diceva: “ il 6 gennaio 42 persone sono state uccise in seguito a un attacco israeliano dentro una scuola dell’Unrwa..”
Questi quindi sono i fatti e queste le bugie e le mistificazioni dell’Onu contro Israele. Non risulta che qualcuno si sia non dico scusato ma neanche corretto rispetto alle notizie che uscirono all’epoca. E non è passato neanche un mese.
Ma una strage dentro una scuola di rifugiati delle Nazioni Unite fà certamente il suo “porco effetto” per coloro il cui unico scopo è quello di denigrare Israele e giustificare, quando non esaltare, le gesta dei terroristi islamici che combattono lo stato ebraico, non di certo per l’indipendenza del proprio popolo, da essi d’altronde molto mal rappresentato, ma solo con lo scopo di mettere fine all’esistenza dell’odiata entità sionista.
Dimitri Buffa
FALSE LE ACCUSE A ISRAELE DI AVERE BOMBARDATO UNA SCUOLA DELL’UNRWA
Le bugie di hamas e degli interessati propalatori della propaganda anti israeliana vengono facilmente smascherate dato che hanno le gambe e la memoria corta. Peccato che l’emozione anti israeliana del momento ormai fosse stata già utilizzata “da chi di dovere”, negli stati arabi e nell’Iran, per incoraggiare il nuovo anti semitismo che poi abbiamo visto tutti esplodere in varie forme nella manifestazioni a favore dei poveri bambini di Gaza in tutta Europa. E anche fuori da queste manifestazioni. Per non parlare delle proposte di boicottaggio eccetera.
Tutte queste notizie sulla scuola Unrwa vengono fuori da un articolo inchiesta molto informato del giornalista Patrick Martin per il quotidiano canadese “The Globe”.
Risalgono al 29 gennaio ma quasi nessuno al mondo si è sognato di riprenderle se si eccettua l’ong Un Watch che nei giorni scorsi è stata anche protagonista di una clamorosa polemica al palazzo di vetro con le ong dei paesi arabi che dominano la Commissione dei diritti umani dell’Onu, a proposito della accusa di “sporoporzione” tra i morti israeliani quelli palestinesi.
Nell’articolo si prende la dichiarazione di John Ging, che è il direttore esecutivo dell’Unrwa a Gaza che candidamente ammette che “nessuno all’interno della scuola è stato ucciso da proiettili israeliani” semplicemente perché “quei proiettili sono atterrati al di fuori”.
E allora perché le balle raccontate a caldo? “Guardi ai miei statement ufficiali -risponde stizzito Ging al giornalista canadese – non ho mai affermato che qualcuno sia stato ucciso nella scuola, i miei ufficiali non hanno mai avallato queste accuse”.
Ah no? “Parlando quella stessa sera con voce rotta dall’emozione dall’ospedale Shifa di Gaza - ricorda l’onesto reporter canadese – Mr. Ging affermo: “quelle all’interno della scuola erano tutte famiglie che cercavano scampo, non c’è nulla di sicuro a Gaza”. E nel suo bollettino quotidiano la World health orgnization (sempre organismo Onu) il giorno dopo diceva: “ il 6 gennaio 42 persone sono state uccise in seguito a un attacco israeliano dentro una scuola dell’Unrwa..”
Questi quindi sono i fatti e queste le bugie e le mistificazioni dell’Onu contro Israele. Non risulta che qualcuno si sia non dico scusato ma neanche corretto rispetto alle notizie che uscirono all’epoca. E non è passato neanche un mese.
Ma una strage dentro una scuola di rifugiati delle Nazioni Unite fà certamente il suo “porco effetto” per coloro il cui unico scopo è quello di denigrare Israele e giustificare, quando non esaltare, le gesta dei terroristi islamici che combattono lo stato ebraico, non di certo per l’indipendenza del proprio popolo, da essi d’altronde molto mal rappresentato, ma solo con lo scopo di mettere fine all’esistenza dell’odiata entità sionista.
Dimitri Buffa
domenica 18 gennaio 2009
The war is over. Why not let a new future begin?

To my Arab brothers: The War with Israel Is Over - and they won. Now let's finally move forward
Gaza Strip it voluntarily evacuated a few months ago, a sense of
reality among Arabs is spreading through commentary by Arab pundits,
letters to the editor, and political talk shows on Arabic-language TV
networks. The new views are stunning both in their maturity and in
their realism. The best way I can think of to convey them is in the
form of a letter to the Palestinian Arabs from their Arab friends:
Dear Palestinian Arab brethren:
You have lost. Surrender and negotiate to secure a future for your children.
We, your Arab brothers, may say until we are blue in the face that we
stand by you, but the wise among you and most of us know that we are
moving on, away from the tired old idea of the Palestinian Arab cause
and the "eternal struggle" with Israel .
Dear friends, you and your leaders have wasted three generations
trying to fight for Palestine , but the truth is the Palestine you
could have had in 1948 is much bigger than the one you could have had
in 1967, which in turn is much bigger than what you may have to settle
for now or in another 10 years. Struggle means less land and more
misery and utter loneliness.
At the moment, brothers, you would be lucky to secure a semblance of a
state in that Gaza Strip into which you have all crowded, and a small
part of the West Bank of the Jordan . It isn't going to get better.
Time is running out even for this much land, so here are some facts,
figures, and sound advice, friends.
You hold keys, which you drag out for television interviews, to houses
that do not exist or are inhabited by Israelis who have no intention
of leaving Jaffa , Haifa , Tel Aviv, or West Jerusalem . You shoot old
guns at modern Israeli tanks and American-made fighter jets, doing
virtually no harm to Israel while bringing the wrath of its mighty
army down upon you. You fire ridiculously inept Kassam rockets that
cause little destruction and delude yourselves into thinking this is a
war of liberation. Your government, your social institutions, your
schools, and your economy are all in ruins.
Your young people are growing up illiterate, ill, and bent on rites of
death and suicide, while you, in effect, are living on the kindness of
foreigners, including America and the United Nations. Every day your
officials must beg for your daily bread, dependent on relief trucks
that carry food and medicine into the Gaza Strip and the West Bank ,
while your criminal Muslim fundamentalist Hamas government continues
to fan the flames of a war it can neither fight nor hope to win.
In other words, brothers, you are down, out, and alone in a burnt-out
landscape that is shrinking by the day.
What kind of struggle is this? Is it worth waging at all? More
important, what kind of miserable future does it portend for your
children, the fourth or fifth generation of the Arab world's have-nots?
We, your Arab brothers, have moved on.
Those of us who have oil money are busy accumulating wealth and
building housing, luxury developments, state-of-the-art universities
and schools, and new highways and byways. Those of us who share
borders with Israel , such as Egypt and Jordan , have signed a peace
treaty with it and are not going to war for you any time soon. Those
of us who are far away, in places like North Africa and Iraq , frankly
could not care less about what happens to you.
Only Syria continues to feed your fantasies that someday it will join
you in liberating Palestine, even though a huge chunk of its
territory, the entire Golan Heights, was taken by Israel in 1967 and
annexed. The Syrians, my friends, will gladly fight down to the last
Palestinian Arab.
Before you got stuck with this Hamas crowd, another cheating,
conniving, leader of yours, Yasser Arafat, sold you a rotten bill of
goods - more pain, greater corruption, and millions stolen by his
relatives - while your children played in the sewers of Gaza .
The war is over. Why not let a new future begin?
NOTE:
Youssef M. Ibrahim, a former New York Times Middle East Correspondent and Wall Street Journal Energy Editor for 25 years, is a freelance writer based in New York City and Dubai in the United Arab Emirates.
sabato 17 gennaio 2009
La lettera dell'ambasciatore israeliano a Petruccioli su "Anno Zero"
Gent.mo Presidente,
Le scrivo in via eccezionale per esprimere il mio sconcerto e la mia protesta per la trasmissione televisiva "Annozero", andata in onda ieri sera, 15 gennaio, su Rai 2, e apparentemente dedicata alla situazione nella Striscia di Gaza.
Devo premettere che io mi occupo di Mass Media da molti anni ormai, e che prima del mio incarico qui in Italia ho ricoperto per sei anni la carica di direttore generale per l'informazione e i Mass Media presso il ministero degli Esteri a Gerusalemme. Questo mi ha permesso, in tutti questi anni,di prendere parte a centinaia di trasmissioni e di vedere migliaia di programmi di attualità dedicati al conflitto arabo-israeliano. Devo dire che non ho mai visto sui Mass Media internazionali occidentali una trasmissione così poco accurata dal punto di vista professionale.
Non soltanto nella trasmissione di ieri sera non vi è stato alcun tentativo di spiegare agli spettatori che cosa stia accadendo nella Striscia di Gaza, ma anzi, i pochi e isolati tentativi di qualche partecipante in tal senso sono stati messi a tacere dal conduttore senza esitazione, con la motivazione che si trattasse di argomentazioni troppo complesse per quella trasmissione e che ciò che si voleva fare lì era solo "occuparsi di ciò che sta accadendo a Gaza in questo momento".
E che cosa sta accadendo in questo momento? Da spettatore attento ho compreso che secondo la opinione del conduttore ciò che sta succedendo è che Israele sta deliberatamente compiendo un eccidio di civili palestinesi. Ed era palese che secondo il conduttore lo stiamo facendo già da molti anni. Con una scelta selettiva e manipolatrice il conduttore ha mostrato parti del film israeliano contro la guerra "Valzer con Bashir", dalle quali ciò che si lasciava intendere è che anche in Libano l'intenzione era quella di uccidere, sempre senza alcuna apparente ragione, bambini palestinesi.
Il titolo della trasmissione di ieri era "La guerra dei bambini", ma sciaguratamente il conduttore non ha ritenuto opportuno parlare, neanche per un attimo, delle centinaia di bambini israeliani trucidati negli attentati terroristici o dai lanci di missili di Hamas sulle città israeliane. Centinaia di bambini israeliani non meritano, a quanto pare, di essere menzionati.
Inoltre la trasmissione ha assolutamente ignorato la tattica tanto esecrabile quanto dichiarata e deliberata di fare uso, da parte di Hamas, della popolazione civile come scudi umani, tattica che senza ombra di dubbio ha provocato perdite umane enormi tra la popolazione civile palestinese. E sarò lieto di fornirLe testimonianze scritte e visive di tutto ciò.
Sono rimasto esterrefatto dalla scelta, compiuta dal conduttore, di ignorare totalmente anche tutti i bambini palestinesi uccisi dal fuoco di Hamas,per esempio, proprio un giorno prima dell'inizio dell'operazione militare, quando un missile lanciato da Hamas contro Israele è invece caduto su territorio palestinese, uccidendo due bimbe palestinesi a Beit Lahiya. E purtroppo quello non è stato il primo e unico caso di palestinesi uccisi dal fuoco di Hamas. Il conduttore è forse pronto a giurare che parte dei bambini uccisi in quest'ultimo conflitto non siano uccisi dal fuoco di Hamas, come quelle due povere bimbe.
Il tentativo di presentare Israele come uno stato assetato di sangue, che intenzionalmente e deliberatamente uccide bambini palestinesi, a quanto pare per "punire Hamas", senza però fornire la minima spiegazione sulle guerre imposte a Israele negli ultimi 60 anni e sulle migliaia di attacchi terroristici palestinesi e sui lanci di 10.000 missili contro Israele, attacchi che in tutti questi anni sono sì invece stati deliberatamente mirati contro la popolazione civile e che sono costati la vita a migliaia di civili e di bambini, testimonia a mio umile parere non soltanto la mancanza di professionalità inappropriata e inadatta alla televisione pubblica italiana, ma anche la divulgazione di pregiudizi e preconcetti del peggior tipo sullo stato ebraico, mediante la deformazione della realtà e la manipolazione dei fatti, cosa inaccettabile, anche sotto le vesti di critica che sarebbe di per sé legittima alle azioni israeliane in difesa dei suoi cittadini.
L'uso di un doppio standard, la demonizzazione dello Stato d'Israele e la conseguente delegittimazione delle azioni israeliane in difesa dei propri cittadini hanno fatto sì che la trasmissione in questione non rispettasse nessuno standard professionale.
Siamo certi che Lei saprà adottare le necessarie misure per far sì che un simile spettacolo vergognoso non si ripeta più, e che possiate trovare la maniera adeguata per spiegare che si è trattato di una trasmissione che ha esulato da qualsiasi standard di etica giornalista basilare.
Cordialmente,
Gideon Meir
Ambasciatore d'Israele in Italia
mercoledì 14 gennaio 2009
PERCHE' HAMAS VUOLE DISTRUGGERE ISRAELE

Il 18 agosto 1988 Hamas diffuse la propria Carta fondamentale nelle moschee e nelle scuole di tutti i territori di Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. “La nostra battaglia con gli ebrei è molto lunga e pericolosa, chiede la dedizione di tutti noi”, recita il documento. “Il Profeta dichiarò: ‘L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno’”. Passano tredici anni e il fondatore di Hamas, Ahmed Yassin, ribadisce: “Sì, noi uccidiamo anche ebrei innocenti”. Un mese fa Hamam Said, guida suprema della Fratellanza islamica in Giordania, legato ad Hamas, ha proclamato: “Oh nobile Gaza, oh gente di Hebron, voi state combattendo una guerra contro gli ebrei, e lo sapete fare bene. Abbiamo visto come, in un giorno del 1929, avete trucidato gli ebrei. Oggi, trucidateli sulla terra di Hebron, uccideteli in Palestina”. Robert Wistrich non ha dubbi: “L’islam politico oggi persegue il sogno di un medio oriente ‘judenrein’, senza ebrei”. Metà della famiglia Wistrich non è sopravvissuta all’Olocausto. Oggi lui è uno dei massimi esperti mondiali di antisemitismo, dirige il Vidal Sassoon International Center di Gerusalemme e insegna all’università ebraica. Vent’anni fa, in “Hitler’s Apocalypse”, Wistrich spiegò che l’ayatollah Khomeini aveva rivitalizzato la giudeofobia nazista. Ha fatto parte della commissione di sei storici nominata dal Vaticano per studiare l’operato di Pio XII. E’ stato in cattedra a Cambridge e al London College, ha scritto una biblioteca di testi e a settembre per l’americana Random House usciranno un migliaio di sue pagine sul nuovo antisemitismo. “Hamas è un totalitarismo islamico”, spiega Wistrich al Foglio. “La sua ideologia è una fusione di estremismo palestinese, islamismo e antisemitismo radicale basato sulla premessa che tutta la Palestina, dalla Giordania al Mediterraneo, è terra islamica. Non c’è possibilità di compromesso con lo stato ebraico, è una forma totalitaria e universale di antisemitismo. Il conflitto è fra ebrei e musulmani, non fra sionisti e palestinesi. E’ una guerra eterna nata in seno alla Fratellanza musulmana. Ma è ancora più radicale. Hamas non ha altro da offrire se non la guerra al popolo ebraico. La sola ragione della loro esistenza non è l’amministrazione di Gaza, è il jihad contro Israele. La loro carta, formulata vent’anni fa, parla di ebrei, non di sionisti, si riferisce al Corano. Combattono gli ebrei in nome di Allah e la ‘hudna’, la tregua con Israele, serve per armarsi meglio contro gli ebrei. Nessun governante arabo può scalfire la devozione a questo programma di sterminio degli ebrei. E la storia delle colonie di Gaza ha dimostrato che nessuna concessione territoriale può fermarli. Il movimento islamico descrive gli ebrei come ‘figli di scimmie e maiali’. La disumanizzazione ideologica anticipa il genocidio. Gli attentati suicidi si sono fermati non perché ha deciso Hamas, ma perché Israele ha costruito un muro di sicurezza. Hamas così ha inventato i missili qassam per terrorizzare gli ebrei”. L’islamismo non è liquidabile come un “estremismo”, perché secondo Wistrich “minaccia di morte milioni di ebrei in Israele. Minaccia l’Europa, l’America, il mondo intero. E’ un fenomeno suicida e genocida. Ci sono importanti similarità fra Hamas e l’ideologia nazista. Penso alle teorie della cospirazione sulle guerre di cui sarebbero responsabili gli ebrei e alla cospirazione massonica ebraica per sfruttare le risorse energetiche del mondo”. Wistrich ha intervistato il leader di Hamas, Abel al Rantisi, per la Bbc. “Rantisi mi disse che i ‘Protocolli dei savi di Sion’ erano autentici e che se anche non fossero stati veri, ben riflettevano la mentalità ebraica. Per Hamas, gli ebrei sono responsabili della divisione nell’islam. Non usano eufemismi, non parlano di sionisti, ma di ebrei. La diffusione di droga, pornografia, prostituzione e alcol sarebbero mezzi ebraici per corrompere il mondo islamico”. Veniamo al negazionismo. “Il rovesciamento dell’Olocausto è così profondo nell’islam che anche Abu Mazen ha scritto una tesi di laurea per minimizzare e negare la Shoah. Stanno cercando di dirci: ‘Non esiste giustificazione storica per lo stato ebraico in medio oriente e l’argomento con cui gli ebrei hanno convinto l’occidente è una frode, una farsa’. Azzerano ogni argomento morale alla base dello stato degli ebrei. E lo fanno sotto gli occhi dell’occidente. Che accetta il rovesciamento di questo paradigma. L’autodeterminazione ebraica è liquidata come eresia da arabi e nemici di sinistra. Per la prima volta uno stato come l’Iran ha promosso a politica nazionale la negazione dell’Olocausto, un’ideologia ricostruita in medio oriente ed esportata in Europa”. A Milano sono state bruciate due giorni fa le bandiere israeliane. Wistrich accusa la chiesa cattolica di reticenza. “Ha reagito senza chiarezza morale e coraggio intellettuale. Hamas ha attaccato deliberatamente donne, vecchi e bambini esponendoli all’attacco israeliano e i cristiani sono vittime del fanatismo islamico. La chiesa cattolica però non ha parlato contro questo scempio. Mai una parola o un gesto contro il terrorismo che miete vittime in Israele. Penso anche all’assedio della Natività di Betlemme, il sacrilegio della natività di Gesù. A Gaza Hamas usa le moschee e gli ospedali e le scuole per attaccare Israele. Forse la chiesa ha paura, ma sta di fatto che non ha mai espresso argomenti morali a favore dello stato d’Israele. Dovrebbe esserci un riconoscimento del dovere morale per il cristianesimo a non ripetere gli errori del passato, la mostruosità della Shoah. Pio XII fu ambiguo e oggi la chiesa continua a rimanere in silenzio. Non è cambiato molto. E’ il silenzio che non le fa onore. Perché se le cose non cambiano, ne verrà un disastro anche per l’Europa”. Un affondo, infine, proprio all’Europa. “Non è ironico che la memoria dell’Olocausto sia così frequentemente evocata da politici, accademici, intellettuali, giornalisti e chierici europei, e allo stesso tempo la critica di Israele abbia acquisito risonanza globale? Quando leggo di distinzioni fra ebrei e Israele, sionismo e giudaismo, mi sento triste. E’ una opinione pubblica intossicata di isteria antisraeliana, spero che il common sense degli europei li spinga a formulare un giudizio indipendente. Gli islamisti vogliono realizzare una ‘soluzione finale’ di quello che chiamano il cancro ebraico-sionista in medio oriente”.
da Il Foglio
I veri palestinesi sono moderati

Tralasciamo il «Morte agli ebrei» su alcune bandiere durante le manifestazioni di Bruxelles, Parigi o Madrid. Tralasciamo il sindacato italiano della Flaica-Cub che in «segno di protesta» contro l'operazione israeliana a Gaza fa un appello — avvenimento senza precedenti in Europa, da tre quarti di secolo — a «non comprare più nulla nei negozi appartenenti a membri della comunità ebraica». Non avrò la crudeltà di insistere sull'asse, a dir poco nauseabondo, che si forma quando la signora Buffet ( dirigente del partito comunista francese, n.d.t.), il signor Besançenot ( dirigente di un nuovo partito anticapitalista N.P.A, n.d.t.) e altri vengono raggiunti in testa di corteo dal faurissoniano ( Robert Faurisson, celebre negazionista, n.d.t.) Dieudonné ( attore comico francese, n.d.t.) o quando il suo degno compare, Jean-Marie Le Pen, si unisce al coro per paragonare la Striscia di Gaza a «un campo di concentramento».
Per un caso, proprio da Ramallah, capitale dell'Autorità palestinese, e poi da Sderot, la città israeliana alla frontiera di Gaza continuo bersaglio del fuoco dei razzi Qassam, scopro le immagini di simili manifestazioni di sostegno alla «causa palestinese». Proprio da questi due luoghi, vedo le folle di europei urlanti, vociferanti e scatenati: le immagini scorrono mentre sono in compagnia di persone la cui sola preoccupazione resta, malgrado le bombe, le sofferenze e i morti, quella di non perdere mai il filo della convivenza e del dialogo. Voglio dunque aggiungere alcune riflessioni a quelle già fatte nei giorni scorsi e che hanno dato vita, da parte degli internauti di Point, a una enorme serie di reazioni. Primo.
Che sollievo vedere i palestinesi veri, reali, anziché quelli immaginari che, in Francia, pensano di fare la resistenza prendendo di mira le sinagoghe! I primi, lo ripeto, si impongono di essere moderati e con ammirevole sangue freddo si sforzano di mantenere le chance della convivenza di domani; i secondi sono rabbiosi, più radicali dei radicali, pronti alla violenza, nelle strade di tutta Europa, fino all'ultima goccia di sangue dell'ultimo palestinese. I primi considerano e riflettono, sanno che niente in questa storia è tutto nero o tutto bianco, e conoscono la schiacciante responsabilità di Hamas nel disastro in cui sta precipitando il loro popolo. I secondi, come se la confusione non fosse già abbastanza, si bevono di gusto le enormi panzane della propaganda anti-israeliana e fanno dei teorici dell'attentato suicida e dello scudo umano, dei nuovi Che Guevara, di cui sfoggiano emblemi e simboli: anziché infondere calma, mettono in scena la politica del peggio, infiammando gli animi.
Secondo. Quale regressione, quale azzeramento del pensiero e dell'azione, da parte di costoro, che da lontano, ignorando i contorni del dramma, fomentano odio, quando invece si dovrebbe fare di tutto per andare nel senso della pace e della riconciliazione! La pace vuole due Stati che accettino di vivere l'uno accanto all'altro, e che comincino a dividersi la terra; la pace vuole, da entrambe le parti, la rinuncia all'estremismo, a posizioni radicali, ai luoghi comuni, e perfino ai sogni. La pace implica, per esempio, che Israele si ritiri dalla Cisgiordania così come si è ritirata dal Libano e da Gaza, ma implica l'esistenza di una parte palestinese che non tragga vantaggio dalla ritirata per trasformare, ogni volta, il territorio evacuato in una base per il lancio di missili sui civili. La pace deve passare per il cessate il fuoco, per la fine della guerra che sta facendo un insostenibile numero di vittime, soprattutto tra i bambini. Ma questa pace passa anche attraverso l'eliminazione politica di Hamas, cui poco o nulla importa delle vittime, e della pace — e che, non essendo stata capace di imporre la sharia al suo popolo, lo trascina sulla via del «martirio» e dell'inferno.
Terzo. Sono a Ramallah, dunque. A Sderot e a Ramallah. E vedendo da Sderot e da Ramallah questa mobilitazione contro un «olocausto», che nel momento in cui scrivo è di 888 morti, mi faccio una semplice domanda. Dov'erano i manifestanti quando si trattava di salvare, non gli 888, ma i 300.000 morti dei massacri programmati del Darfur? Perché non si sono visti nelle strade quando Putin radeva al suolo Grozny e trasformava decine di migliaia di ceceni in tiro al bersaglio? Perché hanno taciuto quando, tempo prima, e per anni, e stavolta nel cuore stesso dell'Europa, sono stati sterminati 200.000 bosniaci, il cui solo crimine era quello di essere nati musulmani? Per alcuni, i musulmani sono buoni solo quando sono in guerra con Israele. Meglio ancora: ecco i nuovi seguaci dell'antico «due pesi, due misure » che si preoccupano della sofferenza di un musulmano solo quando possono attribuirne la colpa agli ebrei. L'autore di questo articolo ha manifestato, in prima fila, per il Darfur, per la Cecenia e per la Bosnia. Si batte, da 40 anni, per un valido stato palestinese accanto a quello di Israele. Mi si permetterà di considerare questo doppio atteggiamento ripugnante e frivolo.
Bernard-Henri Lévy sul Corriere della Sera 14 gennaio 2009sabato 10 gennaio 2009
HAMAS NON VINCERA'
1) Nessun governo al mondo, nessun altro Paese se non l'Israele attuale, vilipeso, trascinato nel fango, demonizzato, tollererebbe di vedere migliaia di granate cadere, per anni, sulle proprie città: in questa vicenda, la cosa più sorprendente, il vero motivo di stupore non è la «brutalità» di Israele, ma, letteralmente, il fatto che si sia trattenuto così a lungo.
2) Il fatto che i Qassam di Hamas, e adesso i suoi missili Grad, abbiano provocato così pochi morti non prova che siano missili artigianali, inoffensivi o altro, ma che gli israeliani si proteggono, vivono rintanati nelle cantine dei loro edifici, nei rifugi: un'esistenza da incubo, in sospeso, al suono delle sirene e delle esplosioni. Sono stato a Sderot, lo so bene.
3) Il fatto che le granate israeliane facciano, al contrario, tante vittime non significa, come sbraitavano i manifestanti dello scorso week-end, che Israele si abbandoni a un «massacro» deliberato, ma che i dirigenti di Gaza hanno scelto l'atteggiamento inverso, di lasciare quindi le loro popolazioni esposte: una vecchia tattica dello «scudo umano » che fa sì che Hamas, come Hezbollah 2 anni fa, installi i propri centri di comando, i depositi d'armi, i bunker nei sotterranei di abitazioni, ospedali, scuole, moschee. Tattica efficace ma ripugnante.
4) Fra l'atteggiamento degli uni e quello degli altri esiste comunque una differenza capitale che non hanno diritto di ignorare coloro che vogliono farsi un'idea giusta e della tragedia e dei mezzi per porvi fine: i palestinesi sparano sulle città, in altre parole sui civili (e questo, in diritto internazionale, si chiama «crimine di guerra»); gli israeliani prendono come bersaglio obiettivi militari e, senza volerlo, provocano terribili danni civili (e questo, nel linguaggio della guerra, ha un nome: «danni collaterali» che, se pur orrendo, rimanda a una vera dissimmetria strategica e morale).
5) Poiché bisogna mettere i puntini sulle i, ricordiamo ancora un fatto al quale stranamente la stampa francese non ha dato risalto e di cui non conosco alcun precedente, in nessun'altra guerra, da parte di nessun altro esercito: le unità de Tsahal, durante l'offensiva aerea, hanno sistematicamente telefonato (la stampa anglosassone parla di 100.000 chiamate) ai cittadini di Gaza che vivono nei pressi di un bersaglio militare per invitarli ad andarsene. Che questo non cambi nulla rispetto alla disperazione delle famiglie, alle vite stroncate, alla carneficina, è evidente; ma che le cose si svolgano così non è, tuttavia, un dettaglio totalmente privo di senso.
6) Infine, quanto al famoso blocco integrale, imposto a un popolo affamato, che manca di tutto e precipitato in una crisi umanitaria senza precedenti (sic), di fatto non è proprio così: i convogli umanitari non hanno mai smesso di transitare, fino all'inizio dell'offensiva terrestre, per il punto di passaggio Kerem Shalom; solamente nella giornata del 2 gennaio, 90 camion di viveri e di medicinali hanno potuto, secondo il New York Times, entrare nel territorio. Tengo a ricordare (infatti, è inutile dirlo, anche se, secondo alcuni, sia meglio dirlo…) che gli ospedali israeliani continuano, nel momento in cui scrivo, ad accogliere e curare, tutti i giorni, i feriti palestinesi. Speriamo che i combattimenti cessino al più presto. E speriamo che al più presto i commentatori tornino in sé. Allora scopriranno che sono tanti gli errori commessi da Israele negli anni (occasioni mancate, lungo diniego della rivendicazione nazionale palestinese, unilateralismo), ma che i peggiori nemici dei palestinesi sono quei dirigenti estremisti che non hanno mai voluto la pace, mai voluto uno Stato e hanno concepito il proprio popolo solo come strumento e ostaggio (immagine sinistra di Khaled Mechaal il quale, il 27 dicembre, mentre si precisava l'imminenza della risposta israeliana tanto desiderata, non sapeva far altro che esortare la propria «nazione» a «offrire il sangue di altri martiri», e questo lo faceva dal suo confortevole esilio, ben nascosto, a Damasco). Oggi, delle due l'una. O i Fratelli musulmani di Gaza ristabiliscono la tregua che hanno rotto e dichiarano caduca una Carta fondata sul puro rifiuto dell'«Identità sionista», raggiungendo il vasto partito del compromesso che, Dio sia lodato, non smette di progredire nella regione, e allora la pace si farà. Oppure si ostinano a vedere nella sofferenza dei loro compagni solo un buon carburante per le loro passioni riacutizzate, il loro odio folle, nichilista, senza parole, e allora bisognerà liberare non solo Israele, ma i palestinesi, dall'oscura influenza di Hamas.
giovedì 8 gennaio 2009
PIOMBO FUSO
La filosofia della “risposta contenuta” agli attacchi di Hamas è archiviata per sempre. Il de profundis lo ha recitato il ministro degli esteri Tzipi Livni al rientro da Parigi. L’operazione “piombo fuso” ha chiarito è una forma di “legittima autodifesa”, una risposta adeguata ai razzi che gli integralisti lanciano dalla striscia di Gaza e che sono arrivati anche a colpire città a 40 chilometri di distanza come Be’ersheva e Ashdod, il grande porto sul Mediterraneo. Noi, ha spiegato con spoglia franchezza la responsabile della diplomazia di Gerusalemme, intendiamo “cambiare l’equazione”. In totale sintonia il ministro della difesa Ehud Barak ha riferito alla radio che Hamas ha “sofferto grandi perdite nell’offensiva”, ma che “molti obiettivi militari debbono essere ancora raggiunti”. Il modo di combattere degli israeliani è radicalmente diverso. Sul quotidiano Maariv l’autorevole commentatore Ben Caspit riassume: “La guerra in Libano ha cambiato le regole. Chi nasconde armi in casa deve aspettarsi un razzo dalla finestra”. In troppe occasioni sotto una casa apparentemente innocua è stato trovato l’ingresso di una munitissima galleria – bunker scavata dagli Hezbollah. Troppo di frequente le moschee hanno riservato dolorose sorprese.
Il caso più clamoroso dell’operazione “piombo fuso” è quello di Nizar Rayan, il caporione di Hamas ucciso nella sua casa con le quattro mogli e undici dei dodici figli. Sarebbe stato lui l’inventore della tattica di mandare i civili inermi sul tetto per fermare i raid. In passato l’aviazione di Gerusalemme sarebbe tornata indietro e avrebbe atteso l’occasione di ritrovarlo da solo. In questo caso non è successo. I portavoce delle forze armate dello stato ebraico hanno motivato spiegando che la sua casa, secondo il costume libanese, era usata come deposito e quartier generale e hanno fatto notare che dopo il bombardamento si sono sentite diverse esplosioni. Il quotidiano Jerusalem Post scrive che un raid ha bersagliato la moschea nella quale andava a pregare Ahmed Jabari, giovane comandante delle Brigate Ezzeddin Al Qassam, l’esercito di Hamas. Il bombardamento sarebbe costato la vita all’importante leader della milizia. Nelle prime fasi delle operazioni di terra è stato colpito da una raffica di proiettili anche l’ospedale del campo profughi di Jabaliya. “Israele – ha scritto Ephraim Sneh, ex vice ministro della difesa e presidente del partito “Forte Israele” – non può rassegnarsi ad avere una base missilistica del terrore a cinque miglia da una delle sue città principali, Ashkelon”.
VOTARE SOTTO I MISSILI
Questo blog ha iniziato a pubblicare articoli selezionati sulla guerra in corso tra Israele e Gaza. Il motivo per cui ho concentrato la mia attenzione su questo evento è che il 10 febbraio in Israele si voterà per le elezioni politiche che vedono contrapposti i partiti Likud, Kadima e Labor. I principali contendenti alla poltrona di primo ministro sono il leader della destra Benjamin Netanyahu (likud), l'attuale ministro degli esteri Tzipi Livni (kadima centro) e il leader del Labour Barak.
La straordinarietà di queste elezioni, la cui campagna elettorale è scandita dai missili che piovono in territorio israeliano e dalle reazioni che colpiscono il territorio di Gaza, è tale da non lasciare indifferente chi di professione guarda agli scontri elettorali come al sale della politica e della democrazia.
Questa stranissima campagna elettorale - che potrebbe teoricamente anche essere sospesa data la situazione di estrema emergenza - ci consente di capire come dei leader sono costretti ad agire per vincere, in questo caso, sia sul fronte interno sia su quello esterno.
Tzipi Livni è una candidata che potrebbe aspirare a diventare la prossima Golda Meir del medio oriente. E lei, che lo sa, sta agendo con straordinaria arguzia e determinazione.
Rispetto alla guerra in corso l'informazione italiana è generalmente di parte o, peggio ancora, equidistante.
D'Alema ha paragonato Hamas a un partito "normale", al potere in quanto democraticamente eletto. La sinistra, in generale, appoggia l'intervento palestinese e continua ad accusare Israele (da sempre visto come un alleato degli Stati Uniti. E con Obama come la mettiamo?) di "sproporzione" nella risposta ai "pochi" razzi lanciati dalla striscia di Gaza.
Come sempre accade, la realtà è molto più complessa. Dal 4 novembre a metà dicembre, quando è scaduta la tregua semestrale con Hamas, oltre 200 razzi erano stati lanciati da Gaza a sud di Israele a seguito dell'uccisione di sei militanti palestinesi nel corso di un'operazione mirata a distruggere i famigerati tunnel che proteggono e alimentano Hamas.
Sempre nella sinistra italiana si è parla dei razzi di Hamas come delle armi giocattolo del tutto rudimentali rispetto a quelle sofisticate utilizzate da Israele e si insiste nel accreditare Hamas (il cui statuto fondativo prevede la distruzione di Israele) come un movimento politico legittimo e legittimato a rispondere colpo su colpo all' "aggressione israeliana".
La questione palestinese si intreccia con quella islamica e rischia di mettere in seria difficoltà il presidente eletto Obama che ben sa come dietro e all'interno di Hamas si agitino quelle forze che hanno determinato l'11 settembre.
In questo contesto i candidati israeliani alla carica di premier stanno mettendo in gioco la loro credibilità sulla base del modo in cui reagiscono alla guerra in atto. Tzipi Livni, e non solo lei, si sta definendo come un "falco" all'interno dell'amministrazione ed è forse proprio questo che l'opinione pubblica israeliana vuole.
Manca un mese alle elezioni e la questione, nonostante gli sforzi (deboli) diplomatici, è ancora del tutto aperta e le forze in campo sono ben più ampie di quanto ci è dato vedere e di quanto in Italia si voglia non solo vedere ma anche capire.
mercoledì 7 gennaio 2009
TREGUA E RETORICA
I numerosi appelli alla «tregua» non possono lasciare indifferente chi sostiene il buon diritto delle operazioni militari condotte da Israele. Di fronte allo scenario straziante di Gaza, dei civili e dei bambini uccisi, delle case sventrate, degli ospedali sovraffollati e drammaticamente a corto di medicinali, l’invocazione di una tregua parla a chiunque abbia a cuore le ragioni dell’umanità e disvela la natura essenzialmente, irrimediabilmente atroce della guerra, persino di quella più «giusta». Anche i civili massacrati nelle guerre di Bagdad e di Beirut, di Kabul e di Belgrado richiamavano l’urgenza di una «tregua». Per fortuna è passato il tempo in cui (basta compulsare le antologie letterarie per sincerarsene) anche gli intellettuali più sensibili cantavano l’ebbrezza bellica, l’estetica della guerra, la mistica della morte, la poesia del combattimento. La morte e la devastazione provocate dalla guerra, oggi, rendono invece improrogabile l’esigenza di una «tregua».
Sono le autorità morali e religiose che chiedono la tregua. La chiede il presidente francese Sarkozy. Chiede il «cessate il fuoco » Tony Blair sebbene, come ha maliziosamente notato il suo successore Gordon Brown, in diciotto mesi da che è rappresentante del «Quartetto» in Medio Oriente non abbia mai messo piede nella striscia di Gaza. In Italia si spendono Massimo D’Alema per chiedere la «trattativa» con Hamas, Emma Bonino per la «tregua duratura», Lamberto Dini per il «negoziato». Tutti interventi animati da argomenti che non attengono solo alla sfera «morale», ma anche a quella del realismo politico. Non è dettata dal candore delle «anime belle» la preoccupazione (peraltro, non proprio inedita) che tra i giovani palestinesi l’irruzione a Gaza possa acuire un distruttivo furore anti-israeliano. E non è un argomento capzioso quello di chi invita a non sottovalutare il radicamento di Hamas, partito dedito alla lotta armata terroristica che però è sostenuto dalla maggioranza della popolazione di Gaza. Il fronte della «tregua » non è privo di basi politiche, oltreché morali. Ma è la «retorica della tregua» che rischia di renderle fragili e destinate all’inconcludenza.
Tutte le espressioni che modulano con ripetitiva monotonia l’esigenza della tregua, dal «cessate il fuoco» al «tacciano le armi», dai «tavoli della pace» alle «conferenze internazionali per il dialogo » ai «corridoi umanitari », presuppongono una condizione fondamentale che è proprio quella assente nell’inferno di Gaza: la tregua, perché sia tale, si fa sempre in due. E’ ragionevole, è realistico, è possibile che Hamas voglia essere una delle due parti a rispettare una tregua? Non l’ha già violata lanciando razzi Qassam sulle città israeliane per fare espressamente vittime civili? E poi, su quali basi è possibile per Israele trattare con chi non nasconde un’ostilità assoluta e non negoziabile verso la sua stessa esistenza?
Una condizione asimmetrica talmente evidente che anche i più convinti partigiani della «tregua», e persino i commentatori più critici con le scelte di Israele, non possono fare a meno di notare. Rossana Rossanda, sul «manifesto », è durissima con «gli aerei e i blindati di Tsahal», ma non regala ad Hamas, tragicamente ispirata alla logica del «periscano Sansone e tutti i filistei», l’attenuante del «giustificato risentimento». Chi, a cominciare da Sarkozy, insiste sulla «sproporzione» della reazione israeliana non nega la legittimità di una reazione a un evidente torto di Hamas. Dovrebbe piuttosto indicare con passabile approssimazione quale sarebbe la reazione «proporzionata». Dovrebbe definire quale sanzione sarebbe considerata legittima per chi violasse in futuro una tregua già compromessa con il lancio dei razzi su Ashkelon e Sderot. Dovrebbe spiegare come colmare la latitanza degli organismi internazionali e come ovviare alla tragica mancanza di credibilità dell’Onu che, come ha scritto Angelo Panebianco sul «Corriere», parla senza pudore, attraverso il Richard Falk che rappresenta il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, di «aggressione israeliana». Dovrebbe spiegare se la condanna morale di chi uccide i civili palestinesi è applicabile con la stessa severità ad Hamas, che in uno dei suoi lanci di razzi sulle città israeliane ha colpito per sbaglio proprio due bambini di Gaza. Dovrebbe descrivere con parole moralmente adeguate chi fa delle sue donne e dei suoi bambini altrettanti scudi umani dietro cui mimetizzare bunker e depositi di armi. Dovrebbe indicare in cosa consista esattamente l’alternativa alla guerra e all’intervento militare. Per rendere la parola «tregua» credibile e convincente e salvare Israele come i civili palestinesi.
di Pierluigi Battista Corriere della Sera 7 gennaio 2009
lunedì 5 gennaio 2009
ISRAELE VERSUS HAMAS

Israel's long-term strategic goal is the elimination of Hamas control of Gaza. This is especially the goal of the Kadima and Labor parties, which are distinguished by their commitment to a negotiated final-status agreement with the Palestinian Authority led by Mahmoud Abbas.
The Hamas takeover in Gaza reduced Abbas to a provincial governor who no longer represents effective authority in all the areas destined for a future Palestinian state. Hamas rule in Gaza is a bone in the throat of the "peace process" - one Israel is determined to remove.
But how? After the Hamas takeover in June 2007, Israel imposed a regime of economic sanctions on Gaza, constricting the flow of goods and materials into Gaza via its border crossings. The idea was gradually to undermine the popularity of Hamas in Gaza, while at the same time bolstering Abbas.
Israel enjoyed considerable success in this approach. While the diplomatic "peace process" with Abbas didn't move very far, the West Bank enjoyed an economic boomlet, as Israel removed checkpoints and facilitated the movement of capital, goods, workers and foreign tourists. So while Gaza languished under sanctions, with zero growth, the West Bank visibly prospered - reinforcing the message that "Islamic resistance" is a dead end.
Hamas, from the outset, sought to break out of what it has called the Israeli "siege" by firing rockets into Israel. Its quid pro quo was an end to Hamas rocket fire in exchange for a lifting of the Israeli "siege." When Israel and Hamas reached an agreement for "calm" last June, Hamas hoped the sanctions would be lifted as well, and Israel did increase the flow through the crossing points, by about 50 percent. Fuel supplies were restored to previous levels.
But Hamas was fully aware that sanctions were slowly eroding its base and contradicting its narrative that "resistance" pays. This is why it refused to renew the "calm" agreement after its six-month expiration, and renewed rocket fire.
Were Israel to lift the economic sanctions, it would transform Hamas control of Gaza into a permanent fact, solidify the division of the West Bank and Gaza, and undermine both Israel and Abbas by showing that violent "resistance" to Israel produces better results than peaceful compromise and cooperation. Rewarding "resistance" just produces more of it. So Israel's war aim is very straightforward, and it is not simply a total cease-fire. At the very least, it is a total cease-fire that also leaves the sanctions against Hamas in place. This would place Israel in an advantageous position to bring about the collapse of Hamas rule sometime in the future - its long-term objective.
THE ISRAELI operation is meant to impress on Hamas that there is something far worse than the sanctions - that Israel is capable of hunting Hamas on air, sea and land at tremendous cost to Hamas and minimal cost to Israel, while much of the world stands by and parts of it (including some Arabs) quietly applaud.
Many Western and Arab governments see the logic of this. They would like to see Abbas and the Palestinian Authority back in authority over Gaza, thus restoring credibility to the "peace process." Because they wish to see Hamas contained if not diminished, they have moved slowly or not at all to respond to calls for action to stop the fighting. The question now is how Israel turns its military moves into political moves that achieve the shared objectives of this coalition of convenience.
A hint of the solution Israel envisions comes from a senior Israeli diplomatic source: "Israel cannot agree that the only party responsible for implementing and regulating the cease-fire be Hamas."
Israel's objective is to put another player on the ground in Gaza, which over time would be positioned to undermine Hamas. And since the objective is gradually restoring Gaza to control by Abbas and the Palestinian Authority, it seems logical to assume that this mechanism will be designed to enforce Hamas submission to that authority. Hamas would swallow the pill in the name of "national unity," but it would become beholden to the PA.
It is the PA, for example, that could be reinserted at the Egyptian border crossing at Rafah (as already demanded by Cairo). It is the PA that could be given exclusive control of reconstruction budgets to repair damaged and destroyed ministries, mosques and homes. (In the eventual reconstruction boom, Israel will hold all the cards: Gaza has no construction materials, and gravel, aggregate and cement must be trucked in from Israel.) The premise is that if economic sanctions are to be lifted - and post-war Gaza will be desperately in need of all material things - it must only be through the agency of the PA.
Finally, PA security forces could be reintroduced in a police capacity, as part of the "national" reconciliation. An envelope for this restoration of the PA could be provided by the international community.
It isn't impossible that Israel would go beyond its declared aims and bring Hamas down if the Islamist movement appeared sufficiently damaged by initial ground operations. If Israeli forces were positioned to do this, and Hamas began to unravel, the impetus to finish the job would be strong. This could make for a much quicker handoff to the PA, via some internationalized body. Israeli disavowals of interest in this outcome, at this time, should be taken with a grain of salt. Israel won't miss an opportunity if it presents itself.
WHAT COULD go wrong with this scenario? A lot. Hamas assumes (probably correctly) that its Palestinian opponents fed Israel with much of the intelligence it needed to wage precision warfare against Hamas. There is likely to be a vicious settling of scores as soon as a cease-fire is in place, if not before, and which could approximate a civil war. This could open space for small groups like Islamic Jihad and other gangs, which could shoot off rockets at their own initiative (or that of Iran).
If something can go wrong in Gaza, there is a good chance it will. Much of the aftermath will have to be improvised, and much will depend on how thoroughly Israel has degraded the capabilities of Hamas.
If Hamas remains a player, the biggest risk to Israel is that the mechanism created through diplomacy to "implement and regulate" ends up legitimating Hamas. The temptation to "engage" Hamas has grown in Europe, and even among some Americans, ever since the Hamas victory in the 2006 legislative council elections.
As diplomats work to put together a cease-fire mechanism, Hamas will work hard to tempt governments to talk to it, persuading them to skirt the Quartet's insistence that Hamas not be "engaged" until it accepts past PA-Israel agreements, recognizes Israel and renounces armed struggle.
Legitimation of Hamas could seal the fate of the "peace process" and give "resistance" the reputation of a truly winning strategy. The United States will have to assure that all contact with Hamas runs exclusively through the Egyptians, the Saudis, the Turks, and above all, the PA. Europe and the United States must stay well out of the diplomatic reach of Hamas until it meets the Quartet conditions - a highly improbable prospect.
As with any multi-stage plan, Israel's appears clearer at the outset and fuzzier in the later stages, where consensus dissipates. In particular, the opposition Likud has less confidence in Abbas and the "peace process" as presently configured. While it is adamant about ending Hamas rule in Gaza, it would be much less concerned with restoring the unity of the Palestinians. As Israel achieves its military aims, underlying political differences, now suppressed, are bound to surface, especially as elections are only a month away.
But for now, Israel is united in pursuing its war of demolition against Hamas. Its aim is not only to stop the rockets from falling in southern Israel, but to move a long stride forward toward a change of regime in Gaza.
The writer is senior fellow at the Shalem Center's Adelson Institute for Strategic Studies in Jerusalem. He is also the Wexler-Fromer fellow at the Washington Institute for Near East Policy, and a senior fellow at the Olin Institute, Harvard University.
www.adelsoninstitute.org
lunedì 29 dicembre 2008
PERCHE' ISRAELE NON SBAGLIA

Con la decisione di ritirare le truppe israeliane da Gaza, Ariel Sharon aveva offerto ai palestinesi un’opportunità. Al tempo stesso, però, il passaggio della sua amministrazione nelle loro mani aveva creato obbiettivamente le premesse di una loro spaccatura. L'opportunità consisteva nella possibilità che le fazioni nelle quali il movimento era diviso abbandonassero la lotta armata, si unificassero sotto Al Fatah e partecipassero al processo di pace con Israele, voluto da Usa e Europa. Le premesse della crisi stavano nell’eventualità di un acuirsi della divisione fra integralisti, contrari a soluzioni di pace, movimento palestinese moderato e governi islamici favorevoli. La crisi di questi giorni conferma che, fra le due prospettive, a prevalere è stata la seconda. Ancora una volta sono state le divisioni all'interno del movimento palestinese e, in parte, dello stesso mondo arabo a prevalere, riaccendendo il conflitto. Con il lancio di missili da parte di Hamas contro le popolazioni israeliane limitrofe, cui ha fatto seguito l'inevitabile reazione di Israele.
Il successo di Hamas nelle elezioni per l'amministrazione di Gaza, nel gennaio 2006; la rottura, nel giugno 2007, dell'accordo con Al Fatah, raggiunto solo poco più di tre mesi prima, nel febbraio dello stesso anno, ne erano state le avvisaglie. C'è un convitato di pietra che blocca ogni possibilità di pace. È l'Iran. Che sostiene il rivendicazionismo di Hamas; che, con la sua corsa all'armamento atomico, inquieta Israele, l'Occidente e pressoché l'intero mondo arabo, dall’Arabia Saudita—promotrice, nel marzo 2002, dell’iniziativa Arab Peace e fallita nel 2007 — all'Egitto, alla Giordania. Forse non è superfluo ricordare che l'articolo 7 della Carta di Hamas non propugna solo la distruzione di Israele, ma lo sterminio degli ebrei, così come sostiene il presidente iraniano Ahmadinejad; che all'articolo 13 si invoca la guerra santa; che il nazionalismo del movimento affonda le sue radici nell’interpretazione di Teheran della religione. La maggioranza del mondo arabo è per la pace. Lo testimoniano — al di là delle condanne di rito di Israele e delle manifestazioni di piazza—le reazioni alla crisi di Fatah. Abu Mazen, il presidente dell’Autorità palestinese, ha ricordato di aver implorato Hamas a non rompere il cessate il fuoco. L'Egitto fa trapelare che esiste un piano Iran-Hamas-Fratelli musulmani per creare disordini in Palestina e nel suo territorio. Tacciono la Giordania, l'Arabia Saudita, i palestinesi della West Bank. L'attacco israeliano—invece di ricompattarlo contro Israele, come vuole una tesi propagandistica anti israeliana — ha rinsaldato il mondo arabo contro Hamas e l'Iran. È un ulteriore segno che Ariel Sharon aveva visto bene.
Pietro Ostellino dal Corriere della Sera
29 dicembre 2008
