Visualizzazione post con etichetta Partito Democratico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Partito Democratico. Mostra tutti i post

giovedì 1 aprile 2010

Ciao ciao Pd? Rondolino sa quel che dice


http://www.thefrontpage.it/2010/04/01/il-pd-rischia-di-dissolversi-se-non-diventa-il-pd/
Azzardo una tesi: il Pd rischia di implodere. Non lasciamoci fuorviare dall’apparente bonaccia. Lì preparano l’ennesima resa dei conti. E’ vero: ci apettano tre anni senza fibrillazioni elettorali. Per un partito ambizioso e unito questa sarebbe la condizione ideale per investire sul futuro e per costruire un progetto e una classe dirigente per l’alternativa. Per un partito disunito e in cui covano rancori interni e ambizioni mediocri è vero il contrario: tre anni senza elezioni sono un’occasione ghiotta per immaginare scenari di ogni tipo per regolare conti o sognare rivincite personali.

Propendo per una previsione catastrofica: si divideranno e si aggroviglieranno. Ponendo le premesse per una sconfitta epocale del centrosinistra. Il segretario del Pd sta sbagliando l’approccio. Non ha alcun interesse a cacciare i problemi sotto il tappeto. Bersani farebbe meglio a dire: è vero, abbiamo perso. E a fare il seguente ragionamento: le elezioni, così ravvicinate al cambiamento di leadership del Pd, confermano le ragioni della svolta del congresso e ci impongono di accelerare e realizzare un cambiamento di profilo, di programmi e di alleanze.

Al leader attuale spetta il compito di proporre un indirizzo chiaro e coraggioso. E di richiedere che ad esso si accompagni un corollario conseguente: un patto politico interno perché, se intorno a tale indirizzo si raccoglie una maggioranza, il gruppo dirigente abbia tre anni di stabilità per realizzare il progetto politico indicato. Naturalmente il succo del discorso dovrebbe stare nei contenuti. Spettasse a noi, riformisti incorreggibili, conseguenti e orfani di una classe dirigente e di un partito da ambizioni nazionali, ce lo figureremmo organizzato intorno a pochi e chiari punti. Tali, però, da rappresentare un indubbio cambiamento di profilo politico.

Primo: uscire da questa ridicola diatriba tra “vocazione maggioritaria” e/o “politica delle alleanze”. Il primo compito di un partito è mostrare una percepibile e visibile identità. E l’identità di un partito è fatta degli obiettivi, delle riforme e della visione che offre del futuro del Paese. E’ questo il punto chiave. Le alleanze o, al contrario, la decisione di andare da soli, vengono dopo e sono solo conseguenti e strumentali allo scopo di raccogliere una maggioranza sul progetto che si indica per il governo del paese. Che senso ha dividersi oggi su Vendola e, peggio ancora, su Di Pietro (e magari Grillo) o Casini? Nessuno. Un partito serio e ambizioso rimanda queste discussioni all’imminenza del voto. Il tema di oggi è l’identità del Pd, non con chi decide di accompagnarsi.

Secondo: dichiarare finita, archiviata e gettata alle anticaglie la concezione di una lotta politica ridotta alla farsa della “guerra civile” permanente e dell’esasperazione ossessiva e demonizzante del berlusconismo. Sono 15 anni e più che la sinistra si lascia impantanare, sistematicamente, in questa autentica palude da cui esce sempre e irrimediabilmente perdente. E’ ora che cambi l’agenda. E che cambi la lettura che l’opposizione fa dell’Italia di oggi.

L’ansia e l’ossessione del berlusconismo portano a disegnare un paese irreale e, dunque, un’agenda politica dell’opposizione incomprensibile al paese reale. E fondata su due premesse entrambe non percepite dagli elettori concreti e in carne ed ossa: che in Italia esista un regime illiberale da cui liberarsi con gli strumenti prepolitici della via giudiziaria e della protesta viola; che in Italia siamo nel pieno di una crisi economica catastrofica e dagli esiti pauperizzanti e socialmente devastanti.

Uno guarda alla Grecia, confronta i propri dati macroeconomici con quelli della…Germania o della Francia (peggio dei nostri), ascolta in tv i giudizi insospettabili dei dirigenti del Fondo Monetario sulla situazione economica dell’Italia e tira le conseguenze. Nessuna sinistra ha mai prosperato o tratto profitto dal catastrofismo economico. Al contrario: le grandi fortune del riformismo europeo nascono dalla capacità della sinistra di imporre un’agenda per lo sviluppo e la crescita. E, oggi, anche per cambiare la politica fiscale e per modernizzare lo stato sociale. La sinistra si è illusa sugli esiti della crisi economica. E’ ora che riapra gli occhi. E torni a parlare un linguaggio non inutilmente catastrofico e che lasci intravedere, nelle sue proposte, miglioramenti positivi e progressivi nella condizione sociale ed economica della maggioranza dei cittadini.

Terzo: sfidare il governo a fare sul serio le riforme politiche. E fare dei passi evidenti perché risulti la disponibilità chiara e incontestabile dell’opposizione al confronto per le riforme. Tre anni sono un tempo sufficiente per realizzare un pacchetto condiviso di innovazioni sul federalismo, sulla giustizia, sul completamento di un moderno assetto bipolare del sistema politico. Di esse ha bisogno il Paese, è ovvio. Ma di esse ha bisogno l’opposizione se vuole scommettere su una ripresa politica e di consensi nella sfida del 2013. E Bersani dovrebbe dire la verità ai suoi (infidi) alleati: per il Pd questa è una priorità assoluta. Non subìta o percepita con imbarazzo. E’ una priorità che non si concilia con la pretesa di tenere sotto lo scacco della soluzione giudiziaria la guida del governo. Che porta solo all’immobilismo e all’esasperazione inconcludente della lotta politica.

Infine. Fossimo in Bersani dichiareremmo conclusa la lunga fase della alimentazione parassitaria, con i voti del Pd, delle avventure politiche più diverse a sinistra del Pd. Mi spiego. In tutti questi anni l’insediamento elettorale del Pd è stato sottoposto al continuo risucchio di un’idrovora insaziabile: prima l’estrema sinistra e poi il giustizialismo di Di Pietro. Martellando l’elettorato del Pd con un continuo ed esasperato rilancio massimalista, essi hanno costruito la propria fortuna politica sulla scommessa di una ininterrotta redistribuzione dei consensi nella sinistra: dal Pd verso le componenti radicali e massimaliste prima, e verso l’Idv poi.

Questo flusso, continuo e debilitante, ha indotto nei comportamenti politici dei dirigenti del Pd una sorta di strabismo: più il Pd perdeva verso la sponda massimalista e giustizialista, e più si inchiodava in una rincorsa al recupero inglobando valori, atteggiamenti e parole d’ordine del variegato arcobaleno massimalista e giustizialista. E più si impegnava in questa rincorsa, più perdeva voti verso questo mondo. E più si impantanava in questa assurda e testarda rincorsa a sinistra, più si appannava il profilo riformista e si allargava il varco verso l’elettorato moderato.

Questa politica sciagurata ha contraddistinto tutti i gruppi dirigenti del Pds/Ds prima e del Pd poi, senza eccezione alcuna. Il corpaccione elettorale della sinistra di governo, ereditato da una storia secolare, è diventato, in questi 20 anni, una sorta di serbatoio a disposizione delle avventure elettorali e professionali più variegate, ma con un unico e ricorrente segno distintivo: incalzare da sinistra il Pd; attaccare da quel lato del campo perché lì esso mostrava il punto debole e vacillante.

Inseguendo l’agenda massimalista e riconoscendone le ragioni, il Pd ha aperto il varco al maneggio del suo serbatoio elettorale. Che è diventato un invitante banchetto per radical chic, guitti, questurini, giacobini, magistrati democratici tentati dalla politica, comunisti in permanente rifondazione, improbabili anchormen mediterannei che hanno prosperato sulla rendita offerta loro dal sacrificale autodafè della sinistra di governo. E’ così che dopo vent’anni, nessuno lo dice, la sinistra di governo si ritrova inchiodata alle percentuali elettorali più basse della sua storia. Fossimo in Bersani dichiareremmo finita la festa. E smontato il banchetto. Ma lo farà?

mercoledì 24 giugno 2009

FRANCESCHINI DIXIT


Ragazzi della green economy, giovanotti a caccia di segreterie bollenti, romagnoli in lotta, primipare politiche attempate, non crediate che la location sia una porcata americana. Una libreria può fare decidere da che parte pendere. Uno magari non ci pensa, ma un Adelphi e un paio di struzzi possono cambiare la vita a uno che magari non sa bene da che parte stare. Mettiamo Franceschini, che sa come si scavalca a destra in un sol balzo sia veltroni che obama. Lui, che è un furbo, non aspetta ottobre per andare al congresso a farsi massacrare oppure la fine estate per essere maciullato dalle primarie. Lui va in libreria, si mette lì proprio dove gli autori firmano le copie, e - lui che in realtà della carta se ne fa un baffo (ops!) - si mette su youtube e tutte quelle diavolerie on air per dire al mondo che dopo quattro mesi il gioco valeva la candela e che quindi, chi come lui può ridare slancio e vita al partito più malcilento del paese? Il Franceschini in paio di cose (ma non di più) dal suo neofriend Veltroni (dabliuvì nella history di questo blog) le deve aver imparate. E così, dopo lo struggente Spello - oddio! che chic! che tavianata! - eccolo nell'Ikea home davanti ai libri, tutti dritti dritti che se viene a casa mia vomita per quanto l'uno non c'entri con l'altro e di come stiano di traverso e disallineati (i libri, per definizione, non possono essere allineati se non per i loro autori). Mentre dabliuVì (da oggi potrebbe diventare dabliuVè, perchè non averci pensato prima?) aveva scelto per la sua discesa da via delle botteghe oscurissime un set cinematografico, Frazizdà (le z sono un cortese omaggio alla sua ferraresità), ha preferito giocare in casa, una cosina semplice semplice da buttare in rete, senza impegno.
Vuoi che la rete è un casino, nel senso di grande confusione, e che chi ci smanetta è mediamente scazzato (on line language), ma viene il sospetto che la camicia stirata di fresco non sia stata proprio un'idea smagliante. Vuoi metterti on line? Ti schifano i giornalisti che magari ti chiedono se sei mai andato sull'Icarus? E allora mettiti magari dalle parti di un pc, fatti futurista (no Futurista), insomma, aderisci al mezzo!
Intendo dire, io che mi picco di essere cic to cic con la comunicazione e l'immagine, che se uno usa la televisione è giusto che metta una calza sull'obiettivo, che se vuole andare al cinema (talvolta i mezzi si possono confondere) fa bene ad arrancare dalle parti di un cipresso toscano, ma che se vuole andare in rete (diciamolo, è il mezzo più scalcinato che ci sia) deve darsi almeno un'aria da rapper o da matrix, qualcosa di speciale e non di simile a me che mi ostino a credere che la Corea sia la culla della civiltà perchè vi ci è nato Choo. E chi vuole intendere intenda.
Franziz, nel suo video in libreria (ma perchè no in videoteca? uffa!), ha scelto uno stile politico (political style) che è una via di mezzo tra il veltronismo e il seracchianismo che poi, a dirla tutta, sono la stessa cosa. E quindi, giù di brutto al suo partito (il nuovo che avanza richiede macerie alle spalle) e minacce forti e chiare al vecchio che vorrebbe permanere. Lasciamo perdere, oltre ai libri dritti, la camicia fumante e la z ferrarese, ma a questo chierichetto nessuno a detto che 7 minuti sono troppi on e off line? E allora glielo dico io al post-veltron che on line si può restare uno, due minuti, perchè a noi naviganti se c'è qualcosa che ci spossa è lo stare fermi. E' che su internet si aprono e si chiudono finestre e allora già che ci sei vai a vedere che cosa fanno quei pazzi in Iran e contemporaneamente dove andare in vacanza e come ha chiuso la borsa e che cosa ha detto il tuo nuovo amico di Fb e quell'altro che sta su twitter. Insomma, è quel casino di cui dicevo e che mal si coniuga con quelle robe di cui ho parlato che sono dalla camicia in poi tutti quei simboli old politics che poco hanno a che vedere con gli on line addicts.
Per dirla tutta, il Segretario si è dilungato in chiacchere per almeno cinque minuti di troppo anche perchè a nessuno è risultata così strategica la sua visione del nuovo (ancora???) piddì che dovrebbe tirare dentro la new generation e soprattutto lasciare definitivamente a casa quella manica di dalemiani da strapazzo, così cenciosi da render nobile un qualunque papi.
Sì, perchè la fissa del capellano romagnolo, è stata proprio quella di avvertire e avvertire e avvertire (non posso, non posso, non posso) che con lui le cose cambieranno perchè c'è una debora in arrivo (ma lasci perdere il Matteo fiorentino, il ragazzo potrebbe dargli, e gli darà, grandi grattacapi; per esempio sulla comunicazione sa qualcosa che il Segret non ha ancora capito. E qui cascherà l'asino) con una buona truppa di militanti che fremono di andar a fare scuola politica e tutte quelle cose lì. Un mix democomunicrist da far paura!
Ma il punto più suggestivo il Segretario l'ha raggiunto, nel suo appello on line, quando ha citato il Nemico. Vuoi l'emozione, vuoi l'influsso delle parole behind the paper, ma il Nostro si è lambiccato la lingua e, se uno non ci sta proprio attento, pare che dica che a Lui, al Nemico, "bisogna volergli bene" e via dicendo in un crescendo che uno deve fare reward per capire che si riferisce a se stesso (più o meno).
Così disse il Segret, il 24 giugno. Il giorno di San Giovanni, quello in cui per magia, così narrano le leggende, gli animali parlano.

giovedì 18 giugno 2009

D'Alema/Veltroni ovvero il duello senza fine

Con linguaggio giovanile si dovrebbe dire soltanto: che palle! Non se ne può più: ancora D’Alema contro Veltroni e Veltroni contro D’Alema? E’ veramente troppo. Guardiamoli in faccia, questi due, in quanto leader, leader falliti, aspiranti leader, duellanti leader.
Partiamo da D’Alema. Quel che quest’uomo ha da offrire come immagine è la serietà, il senso di responsabilità, quel certo cinismo istituzionale che a molti provoca l’ammirata esclamazione secondo cui “E’ un vero leader, anzi uno statista”. Il suo notorio caratteraccio, sprezzante e umorale si accompagnano a questo ritratto. Opere buone compiute: un governo di sgambetto voluto dagli americani, governava Bill Clinton, per fare la guerra alla Serbia. Ce lo portò Cossiga a Palazzo Chigi con uno colpo di mano parlamentare preparato con cura. Sotto il suo governo si inverò il detto secondo cui Palazzo Chigi era l’unica “merchant bank” dove non si parlasse inglese.
Adesso D’Alema sembra seguire un copione sperimentato e di struttura solida: quello secondo cui Annibale (in questo caso il misterioso complotto) è alle porte, il che permette di dire che è giunta l’ora di “assumersi le responsabilità”, l’ora in cui i duri entrano in campo e dicono “ragazzo lasciami il tuo posto e vatti a mangiare un gelato”, dove il ragazzo è Franceschini.
Segni caratteristici: nessuna visibile tensione ideale, non uno straccio di sogno ideologico, ma soltanto brevi note asciutte che sembrano uscire dalla scuola Normale di Pisa dove D’Alema non terminò gli studi benché eccellesse.
Questo cinismo istituzionale, questo pragmatismo “responsabile”, questo doppiopettismo con occhiali cerchiati di oro sottile sopra baffi perfetti come quelli di Clark Gable o di un prefetto dell’Italietta, fece dire a Nanni Moretti “D’Alema, dì qualcosa di sinistra”. D’Alema è infatti un leader della sinistra che non dice cose di sinistra salvo che in politica estera, quando si rilassa nella promenade sottobraccio ad Hezbollah.
Dall’altra parte Veltroni, il quale, diversamente da D’Alema, è simpatico e tenerone per definizione. Veltroni potrebbe essere venduto anche come cucciolotto in peluche, mentre D’Alema è palesemente un Gormito (chi non ha bambini forse non capirà, ma si informi dal primo tabaccaio che razza di mostri di plastica grintosi e sparasiluri che sono i Gormiti), probabilmente appartenente al popolo della notte. Il cucciolotto Veltroni, diversamente dal gormito D’Alema è un sognatore nato. Sogna di essere John Fitzgerald Kennedy, poi sogna di essere Bob Kennedy, poi sogna di essere Martin Luther King, poi sogna di essere Bill Clinton, poi sogna di essere John Kerry e infine - un lampo di genio - sogna di essere Barack Obama che grida “Yes we can”.
Veltroni sogna sogni altrui e ci ricorda quel personaggio di Jorge Luis Borges il quale studiava per decenni, andando da uno stregone, come far diventare vero un figlio sognato, solo per scoprire di essere lui stesso figlio di un sogno e dunque di non esistere. Infatti i sogni di Uòlter, e glielo abbiamo detto e scritto e cantato mille volte, sono sogni finti, sogni di seconda mano, sogni per altre taglie e altre misure, sogni in inches invece che in centimetri e (anche questo) spiega perché alla fine toppi, ovvero fallisca, inciampi, non concluda, non vinca, con grande costernazione di chi è convinto, come noi siamo, che una democrazia senza un leader di sinistra capace di sognare sia una democrazia zoppa.
Qualcosa in comune fra i due stanchi pugili romani? Forse il vecchio comune vizio della sinistra italiana di buttarla in emergenzialismo, Annibale sempre alle porte per scavalcare quel banale inconveniente che consiste nel non aver vinto le elezioni o i congressi o entrambi, ma anzi di aver perso. D’Alema specialmente questa tendenzina ce l’ha: tende a minimizzare il fatto di non aver ottenuto il plebeo conforto delle urne, un accidente sul quale soprassiederebbe volentieri per motivi di eleganza. Lui alla banale faccenda di chi vince e chi perde tende a passarci sopra, come fece nel 1998 quando si sostituì a Prodi, e sarebbe di certo pronto a rifarlo oggi, senza per questo escludere il domani.
Veltroni d’altra parte è stato allevato nella stessa batteria e i vecchi padri da cui discendono politicamente erano della scuola secondo cui il partito per eccellenza, cioè il Pci, non governava non per la banale circostanza di non aver mai vinto le elezioni, ma perché i cattivi americani glielo impedivano. Ciò consigliava alle Botteghe Oscure, finché di lì veniva una fioca luce, di coltivare la linea dell’emergenza (un complotto, il terrorismo, il neofascismo, la mafia, la crisi economica, una certa diffusa malinconia) che appunto consiste nel dire che data la situazione grave ed eccezionale, facendo un certo sacrificio, coloro che sono stati bastonati alle elezioni o ai congressi sono tuttavia pronti ad assumersi gravi e non richieste responsabilità.
Come poi la storia ci ha insegnato, per dispetto, l’unico modo di mandare a Palazzo Chigi un comunista che non aveva vinto è stato farlo imporre dai cattivi americani, che ne avevano bisogno per loro motivi strategici.
E qui siamo all’oggi. Il vecchio partito comunista ancora oggi non candida i suoi uomini per il Palazzo (e se lo fa, fallisce), ma preferisce sempre nascondersi dietro nomi democristiani di vecchia e nuova generazione come Prodi e Franceschini, mentre i comunisti tendono a restare in seconda fila, salvo fare lo sgambetto e passare in prima. Così adesso Franceschini è l’uomo di paglia di cui si serve Veltroni per dire “lui lo difendo io, ma se occorre sono pronto a sostituirlo”, ma è anche l’ostaggio di D’Alema che lo difende a patto che si schieri con lui.
Come si vede, la faccenda si fa stantia. I due macchinano e si contrappongono, usando Franceschini come pupazzo. D’Alema finge di sostenerlo purché quello si distanzi da Veltroni e Veltroni lo sottopone a mobbing purché faccia le boccacce a D’Alema. Sicché quel poveraccio di Franceschini rischia di perdere la testa in ogni caso.
La sconsolata conclusione è che la sinistra non ha ricambi. Si dirà che neanche il centrodestra ne ha, visto che ruota intorno a un solo leader, il che è vero, con la differenza che quello del centrodestra vince e anche quando perde e non si fa scalzare da nessuno. Ma la regola generale in democrazia sarebbe che chi perde cade, sparisce, va a scrivere le sue memorie, come del resto D’Alema consigliava di fare a Cossiga, prima che quest’ultimo lo adottasse. Così, Veltroni non va in Africa a scrivere quant’è verde il continente nero e D’Alema non prende il mare cazzando la randa, perché invece sta attraccato al molo del partito in via di estinzione. L’uno senza idee, l’altro senza sogni. Entrambi con un conto in sospeso l’uno con l’altro e invecchiati sulla scacchiera di una partita che non appassiona più nessuno, specialmente il popolo della sinistra che mostra ormai irreversibili tendenze al suicidio.

PAOLO GUZZANTI

giovedì 23 agosto 2007

CHI VOTA COSA

Nella regioni, in TUTTE le regioni, è in atto un gioco al massacro tra Ds, Dl, Ds e Dl, Dl e Ds, per stabilire chi avrà l'onore di rappresentare (e votare) DabliuVì. Facciano attenzione gli altri, i lettiani e bindiani per intenderci, la vendetta contro di loro potrebbe essere fredda ma durissima nel momento in cui DV diventerà leader maximo (aha! aha! aha!).
Questo è il risultato della mancanza di controllo del territorio impossibile, ahinoi!, quando si vorrebbe creare un partito seminuovo composto da due anime (comunisti e democristiani) storicamente contrapposte e non ancora sufficientemente coese (in termini di potere). La sensazione (più che giustificata) tra i "margheriti" è che non si tratti altro se non di una Cosa 3 a cui devono aderire se vogliono evitare la loro scomparsa o la definitiva connotazione di cespugli. I diesse, d'altra parte, hanno bisogno estremo dei loro sedicenti "alleati" per attestarsi su numeri decorosi che consentano alla loro nomenclatura (Max Ikarus in primis, ma non solo) di mantenere e rafforzare le posizioni acquisite in anni di duro potere.
I "locali" dovrebbero quindi accordarsi bene tra loro (DS/DL), e creare un gancio produttivo con Roma, prima di correre per competizioni al termine delle quali potrebbero scatenarsi freddissime vendette.
A meno che, evidenza già considerata qualche post fa, i contendenti attuali (DV, RB e EL) non si accordino saggiamente a priori (lasciando al territorio la consumazione di ogni possibile attentato) evitatando così quel regolamento di conti che non gioverebbe a un partito nascenti.
A suo tempo Berlusconi aveva in mano una rete solidissima e fedelissima di agenti sul territorio (Fininvest) e l'operazione Forza Italia era stata (assieme a qualche altro migliaio di circostanze favorevoli) relativamente semplice.
DabliuVì in questo caso controlla ben poco e le antiche federazioni Pci/PDS/DS hanno superato i limiti di età e, in ogni caso, hanno perso potere ad esclusione delle aree dove invece il loro potere è consolidato da intrecci economici importanti.
Ancor meno brillante il potere contrattuale dei margheriti privi di leaders rivolti alle masse, espressione sinistrosa che semplifica la debolezza di Rutelli (apparente o reale è indifferente ai fini di questo ragionamento) e dei suoi accoliti suddivisi in rivoli tanti quanti sono i partiti e le correnti dei partiti dal quali provengono.
Karl Rove (ritornato a pieno titolo all'attività di consulente, cosa che gli consentirà, alle prossime elezioni, di avere mani ben più libere nella gestione dei candidati) in questo momento starebbe certamente davanti a una carta geografica e pianterebbe bandierine azzurre e rosse sui diversi stati.
C'è da scommetterci che qualche Rove nostrano stia facendo la stessa operazione scoprendo però di avere a che fare con un territorio (il nostro Paese) non controllabile e, in questa fase, tutt'altro che sotto controllo. La carta che DabliuVì può a questo punto giocare, appunto per riprendere almeno in parte questo controllo), è quella della sua amata società civile che equivale a tutto quel mondo scicchissimo e Roma oriented che adora avere un leader di riferimento che ne sà di cinema, di cultura e di spettacolo.
Our Rove, sta quindi dribblando certamente il problema dei partiti in gara (orrore!!!!), immaginando in ogni regione e/o circoscrizione, un gruppo di intelligenti che faccia da traino e quindi, pescando a destra e a manca, faccia da sintesi tra le anime in lotta. E' il principio, pari pari, delle liste civiche utilizzate proprio per superare i ceffi che si accoltellano nelle segreterie di partito e attribuire onorificenze (intellettualmente parlando) nei ben più gradevoli salotti e circoli culturali così amati proprio da DabliuVì che un sorso di tè non lo negherebbe a nessuno.
Lo scenario che si potrebbe prefigurare è quindi questo: da una parte i disgraziati diessini e diellini che si accoltelano per un posto al sole ma che mobilitano le loro truppe nella loro bramosia di miserevole fama, e dall'altra i "veri" dabliuvissiani, imprenditori, scrittori, giornalisti, parolai e via via tutto quel mondo charmant che adora i poveri e tollera i ricchi.
Punto debole. Votare significa aderire. Quanti di questi tizi saranno disposti a trovarsi in tasca una tessera che potrebbe diventare un serio limite nel momento in cui - è nelle cose - dabliuvì e amici fossero messi in sonno dagli elettori? Si può immaginare (e il nostro Rove lo sta certamente pensando), che più di una tessera sarà una specie di carta di credito gold o platinum oppure una specie di Feltrinelli Più; ma sarà sufficiente a intenerire il cuore dello società civile che poi, diciamolo chiaro, negli intendimenti dei Nostri è quella che da destra passa a sinistra ( o al centro o quello che vogliamo, dipende sempre dal punto di osservazione)? Dare la Gold PD Card a chi già freme per averla non è un risultato. Quante saranno le new entries, che sono il vero valore aggiunto che rincorre Dabliuvì?

domenica 22 luglio 2007

Pronto?

Sono un' ignobile guardona. Non vedo l'ora di leggere i verbali delle intercettazioni delle telefonate sul caso Unipol! Il mio mito è l'on. Latorre che vorrei avere a pranzo almeno una volta alla settimana. La mia è una debolezza, lo confesso, tipica delle tiziette che adorano tutto quello che è tremendamente chic. Su come siano andate le faccende delle varie scalate ormai sappiamo quasi tutto ma quello che mi manca sono i puntini di sospensione, l'argomentare dell'amico più stretto di Massimo, l'intercalare... insomma tutte quelle cose che fanno di me una guardona doc. Mi sento una fan della Stasi che scruta nelle vite degli altri (che film! che meraviglia! che emozioni!). Che vergogna, ammetterlo! Il buon senso mi fa condannare qualsiasi intercettazione ma le mie perversioni hanno il sopravvento. Non vorrei però leggere quei testi, vorrei sentirli. Quando una volta sono stata interrogata (!), alla fine, quando mi hanno fatto leggere il verbale mi sembrava qualcosa che non c'entrava niente con me e con quello che avevo detto. Chissà se la Forleo sarebbe disposta a fare una copia audio per i casi più disperati! E Latorre che dice: "Ti passo Massimo...", dio, che piacere infinito!