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martedì 3 febbraio 2009

Cacciari: "Il Pd è fallito? Si sciolga subito"


di Francesco Cramer

Il sindaco di Venezia: "Veltroni apra la resa dei conti prima delle europee, aspettare l’autunno per il congresso è un grande errore. Il leader ha molte colpe, ma gli altri non sono innocenti". Quindi invita Bersani a mettere sul tavolo il "progetto alternativo"

Sindaco Massimo Cacciari, Veltroni ha sbottato: «Basta con questa cattiva abitudine di bruciare un leader dopo l’altro... ». Condivide lo sfogo?
«Il problema è un altro. Non è soltanto un problema di leadership, continuo a ripeterlo da anni».

Però non si può negare che il leader sia in difficoltà...
«A essere in crisi non è Veltroni ma tutto il Partito democratico».

E il leader non ha colpe?
«Ne ha tantissime, ma io mi chiedo: se Veltroni è colpevole, gli altri sono innocenti?».

A chi si riferisce? A D’Alema?
«A tutti. Qui bisogna capire chi intende lavorare e per quale disegno alternativo. Si vuole tornare all’Ulivo? Lo si dica. Ci si vuole dividere in socialisti e popolari? Lo si dica».

Be’, Bersani s’è già fatto avanti...
«Ma non è un problema di nomi. Se Bersani ha un progetto alternativo lo metta sul tavolo. Se Parisi ha un’altra idea ancora di partito scopra le carte. Insomma, io voglio capire qual è il nostro programma».

Se ne discuterà al congresso in autunno...
«Certo che se discuterà lì. I congressi si fanno apposta... Ma anche in questo caso Veltroni ha commesso un grande errore».

Quale?
«Quello di aspettare così tanto... Perché non farlo prima? Andava fatto a febbraio, a marzo...».

Si vogliono aspettare le elezioni europee...
«Con il pessimo risultato di subordinare la discussione al mero risultato elettorale».

E quindi?
«Se si vince nessuno toccherà Veltroni non perché ha ragione, ma perché è andato bene alle urne».

E se perde?
«Lo faranno fuori soltanto perché ha preso una scuffia alle elezioni ma senza discutere su che cosa vogliamo costruire».

Per ora si dice cosa non va nel Pd. Anche D’Alema ha parlato di «deficit culturale e organizzativo»...
«Mi sembra evidente che sia così».

Colpa della fusione a freddo di Ds e Margherita?
«Avrebbe dovuto essere la fusione più “a caldo” del mondo, un momento di discussione altissimo di come mettere insieme due culture riformiste».

E invece non è andata così?
«Di certo non doveva essere una semplice sommatoria di due tradizioni già spente».

Almeno non ha detto «tradizioni morte»...
«Morte no, ma spente sì. E lo sono dalla caduta del muro di Berlino, mica da ieri».

Insomma, è per il «redde rationem» nel partito il prima possibile?
«Si mettano tutte le carte in tavola una volta per tutte e si dica chiaro e tondo se il progetto del Pd è fallito e quindi va sciolto oppure no».

E potrebbe accadere? Si potrebbe tornare a Ds e Margherita?
«Sarebbe come fare non uno ma dieci passi indietro. L’ordine del giorno è segnato, così come il senso di marcia: affrontare forme e idee politiche nuove. E lo devono fare tutti, non solo il centrosinistra».

Allude al Pdl?
«Certo, nel centrodestra non avrebbe senso tornare al vecchio schema Forza Italia e An».

Lei è sempre stato per il Pd del Nord: un’organizzazione politica autonoma, seppur federata con il centro, sul modello del partito socialista catalano. Ma Veltroni l’ha già bocciato...
«Non l’ha bocciato, ha detto “ni”».

Ha appoggiato soltanto il cosiddetto «coordinamento» del Nord che però lei ha giudicato insufficiente, giusto?
«Giusto ma... Anche le nespole maturano... ».

Ma a Veltroni non piace proprio l’idea di dare maggior autonomia alla periferia?
«Certo che non gli piace. Il guaio è che è tutta la politica a essere scandalosamente romanocentrica. Risultato: continuano a ridurci i trasferimenti, ci vincolano con il patto di stabilità, salvo poi aiutare la Capitale e Catania».

Vabbè, almeno si corre verso il federalismo fiscale, no?
«Per ora è uno slogan: non c’è un numero, non c’è un dato sui costi, non c’è nulla».

sabato 25 agosto 2007

CHIOSARE DE RITA (God bless the blog!)

Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera e la Pustetto per il suo blog

Giuseppe De Rita, padre della sociologia italiana e di otto figli, lavora anche in vacanza. Ad esempio considera che Courmayeur non sia cambiata molto, da quando costruì questa casa con vista sul Bianco nel 1961.
«Ora però è sbarcato Berlusconi. A novembre si elegge il sindaco, e lui vuole vincere. Ma gli manca la comunità calabrese, qui fortissima. Ora ha portato ad Arcore 31 di loro, che rivendicheranno l'appartenenza al Cavaliere per la vita. Berlusconi continua a essere il politico che più assomiglia agli italiani, così come sono diventati (genius loci?)».

Come sono diventati?
«Incomprensibili (più che incomprensibili direi ondeggianti e quindi non catalogabili) La società è sempre più sparpagliata. Spezzettata. È una mutazione che non so spiegare. Dieci anni fa avrei parlato di neoborghesia, venti o trent'anni fa di sommerso o di postmodernità. Quella di oggi è una società a coriandoli. Non la si può studiare se non antropologicamente. Bisognerebbe valutare l'impatto dei mezzi di comunicazione, nuovi e vecchi, che hanno imposto nuovi modelli, stili e modalità di consumo, anche politico. Detto da me, da un sociologo (teoricamente collega), è come se mi tagliassi i coglioni».

Non è detto. Tenti un'analisi antropologica. Parliamo di persone. Prodi sta ricominciando a sentire il paese? O no?
«L'ultimo Prodi per me è un mistero. E' solo vittima della sua avidità. Ha voluto assolutamente fare il premier (non c'erano alternative , d'altra parte) senza valutare che gliela avrebbero fatta pagare. Diciamo che in questo momento ha perso il controllo del suo ego. Nei tanti anni in cui abbiamo fatto vita parallela, girando l'Italia per ricerche, convegni, associazioni industriali, Romano appariva il più capace ad afferrare le situazioni. Arrivava a Courmayeur, e in due giorni capiva cosa stava accadendo e sapeva spiegarlo. Ora quel suo talento da rabdomante l'ha perso. Forse la sua esperienza — l'Iri, Palazzo Chigi, Bruxelles, ancora Palazzo Chigi — l'ha allontanato dalla realtà italiana Ricordo il periodo in cui era fissato con il Giappone. Diceva in tutti i convegni che da lì stava arrivando la rivoluzione tecnologica e culturale... C'è ancora in lui una sorta di monomaniacalità che si sostanzia nel non volere ammettere mai i propri errori. Forse è entrato nella logica per cui conta soltanto durare. Galleggiare. Fare una dichiarazione oggi, precisarla domani, riformularla dopodomani; tanto alla fine nessuno gliene chiederà conto. Ritiene che se non è stato capito è colpa degli altri che sono fondalmentamente ottusi.Nella sua furbizia contadina, che è la sua dimensione intima, cavalca l'onda; pronto a scenderne per salire su quella successiva. Potrebbe ancora dire, come faceva trent'anni fa con Andreotti, "noi tecnici". Perché cavalcare le onde significa non guidare i processi politici. Sono in molti a farlo, da tutte le parti. E accade quando il concetto di potere diventa troppo pervasivo.

Veltroni può essere un'alternativa?
«Veltroni è un animale molto diverso da Prodi. È attentissimo all'immagine (non che Prodi non lo sia). Il futuro di Veltroni dipende da quanto si farà logorare nei prossimi due mesi, in cui tutti cercheranno di indebolirlo attraverso il consumo mediatico. Ma lui si nutre dei media, è impossibile che lo logorino, sono l'alimento con cui quieta il piacere di essere. Se vince questo passaggio, può anche superare quel filo d'ansia che lo condiziona come sindaco di Roma, questo bisogno di essere rassicurato, di ripetere che Roma è grande, bella, ricca. Allora potrebbe fare molto meglio di quanto si pensa. Deve però imparare a fidarsi, in questo momento è strutturalmente troppo accentratore, e quindi solo.».

Anche andare a Palazzo Chigi?
«Se la situazione precipita e Prodi cade, il centrosinistra — e non solo — farà di tutto per non votare subito; altrimenti vince Berlusconi. Potrebbe nascere un governo istituzionale. Altrimenti toccherà a Veltroni. Ma se Walter a Natale fosse a Palazzo Chigi, farebbe in modo di votare nel 2008. Così sarebbe ancora Prodi, non lui, a perdere, e si guadagnerebbe altri cinque anni di leadership. Se invece Veltroni governa un anno e mezzo e si vota nel 2009, allora rischia di più; perché a perdere sarebbe lui, non Prodi». Esattamente così. Però c'è la variabile centro destra che potrebbe mettere in campo un premier nuovo di zecca. A quel punto la strada di Veltroni si dissesterebbe e presenterebbe temibili insidie messe a punto dagli esclusi dal suo cenacolo.

È così scontato il ritorno di Berlusconi?

«Berlusconi è l'erede della Dc andreottiana e dorotea. Anche di loro dicevamo: non sono nessuno, finiranno tutti in galera, ma questo Rumor chi è? Ne attendevamo il crollo da un momento all'altro. Invece, non fosse stato per Tangentopoli, ci avrebbero seppelliti tutti». Vedo più craxismo che diccismo con notevoli capacità di rigenerazione sotto nuove inaspettate spoglie.

Casini non ha chance di ricostruire il centro?
«Pur appartenendo per natura a quell'area, non credo sia possibile ristrutturarla. Casini può essere bravo finché si vuole, ma se non ci sono le condizioni la bravura non basta. C'è troppa gente: l'Udc, l'Udeur, Di Pietro, Pezzotta con il Family Day; e poi le varie Dc, una proprietaria del simbolo, l'altra del motto, l'altra del nome... Se io, prestigioso signorotto della sociologia, chiamassi tutti attorno a un tavolo, verrebbero il giorno dopo. Ma non andremmo da nessuna parte. Perché l'asse moderato è Berlusconi». Tout simplement, Casini non ha carisma. Carino, puntuale, ma noioso. Tremendamente noioso e anche vagamente flemmatico. No verve, no politique.

Chi dopo di lui? Tremonti?
«Sono un grande ammiratore di Tremonti, che per me è l'equivalente di Amato. Considero Giuliano il migliore della nostra generazione: il più bravo, il più intelligente, il più colto, il più sensibile. Però gli è sempre mancato qualcosa. Non la capacità mediatica, visto che dai giornali è molto stimato. Forse la simpatia, la popolarità. Non a caso gli fu preferito Rutelli. Temo che per Tremonti sia la stessa cosa: bravo, intelligente, colto. Ma non simpatico». Si si si, sono assolutamente d'accordo! Al posto di Prodi avrebbe dovuto esserci Amato...indimenticabile il suo palleggiare con la racchetta da tennis in Tv! Tremonti è troppo anglosassone, internazionale, per andare bene in un paese come il nostro dove il gene latino è un segno di riconoscimento anche per i leghisti.

Di Rutelli che sarà?
«Dipende da come finisce la lotteria delle primarie, che in realtà saranno un congresso democristiano, un gioco delle tessere. Rutelli avrà spazio solo se l'asse tra le truppe di Bettini e quelle di Fioroni non prenderà tutto». Anche lui è flemmatico. Potrebbe giocare a carte con Casini in una situzione molto confortevole (bene in barca, meglio se a motore). Sorseggiare vino bianco al tramonto. Troppo vittima degli agi. O lui o Veltroni. Non c'è storia.

E D'Alema?
«D'Alema è in mano a voi. Si trova a un punto cruciale della carriera e della vita. È uno che ha preso una botta in testa, che ha fatto o farà mezzo passo indietro, e non vuole altro che scorra il tempo, senza essere coinvolto in fatti politici. Ma se qualche giornale, o qualche giudice, dovesse riproporre la questione Unipol, D'Alema sarebbe in grave difficoltà. È apparso debole, fragile. In tv l'ho visto difendersi con una faccia livida che non è la sua. Ha bisogno che gli lascino, che gli lasciate tempo per riprendere la sua forza psichica, la sua faccia di padroneggiamento ». Ha perso la sua forza psichica? Passi indietro?

La situazione è così grave?
«Forse no. A meno che emergano notizie clamorose: tipo la reale destinazione dei 50 milioni di euro espatriati da Consorte e Sposetti. Ma quelli fanno i Greganti e stanno zitti. Il vero errore di D'Alema e Fassino è stato non richiamarli all'ordine, come avevano fatto Napolitano e Chiaromonte, mandati a Bologna dal partito a fermare Galletti, il presidente della Lega cooperative, che voleva trasformare in una holding industriale comprando aziende siderurgiche. Era un uomo molto intelligente, andava in bici con Prodi. Si dimise. Poco dopo morì d'infarto ». Non son tempi in cui si possano vedere le reali destinazioni. La nebbia è stabile. Meglio così.

E Fassino?
«Farà meno fatica di D'Alema, anche perché è meno coinvolto. Ripartirà dal basso, da Torino. Piero è un fondista. Se non ci fosse stato lui non ci sarebbe il partito democratico; e questo non glielo perdonerò mai». Però è sull'orlo, o lo è stato, di una crisi di nervi. Più volte voleva mollare tutto....

Alle primarie ci saranno altri candidati: Bindi e Letta.
«Due mondi democristiani, due personalità così diverse che sembrano studiate apposta per una disputa elettorale di profilo basso, appunto congressuale. Lui, tecnocrate, silenzioso, andreattiano, molto Arel. Lei, esternalizzata, aggressiva. Ognuno rappresenta un frammento di identità, una piccola (piccolissina, e in questo momento irrilevante) appartenenza. Mi dà solo dieci righe da sociologo? ». Dài!

Prego.
«Le primarie non smentiscono ma confermano la fine dei tre grandi meccanismi di condensazione. Assistiamo alla fine della rappresentanza: non è in crisi solo il Parlamento ma anche sindacati e associazioni di categorie, dalla Confartigianato alla Coldiretti. Alla fine delle identità, ridotte a brandelli: cosa resta dell'identità socialista? E di quella popolare? Un comunista oggi dovrebbe ritrovarsi in Bertinotti, o in Diliberto, o in Mussi, o in Angius, o ancora in D'Alema? I missini dovrebbero appoggiarsi a Storace? Poi c'è la fine delle appartenenze, con alcune eccezioni. Resistono l'appartenenza massonica (in vesti molto complesse. Oggi basta che un gruppetto di potenti si accordi e si parla di massoneria. No, non è esattamente così. Sono gruppetti di potere che si aggregano e che si sciolgono su obiettivi precisi. Per questo sono invisibili e incontrollabili. E da non sottovalutare), intesa non come il Grande Oriente, ma come cordate e carriere. Quella localistica (esattamente così!). Quella corporativa (perfetto!!!). E quella cattolico-ecclesiale, la sola non particolarista ma globale ». CL e la Compagnia delle Opere sarebbero l'esempio perfetto.

Non le sembra però che alla Chiesa italiana manchi Ruini? Che cosa pensa del suo successore, Bagnasco?
«Un grande personaggio come Ruini era destinato a lasciare un vuoto. Bagnasco personaggio non era, e l'hanno scelto proprio perché non volevano un altro uomo forte; altrimenti capo dei vescovi sarebbe diventato Scola. Si è adottata una logica policentrica, che è la più pericolosa. Sul caso di don Gelmini e dei preti torinesi accusati di pedofilia, Ruini non sarebbe rimasto in silenzio. Ma è una logica inevitabile, con un Papa che scrive libri e dà l'idea di aver deciso di non comandare. Anche se Bertone avrebbe la tentazione di farlo... (ce l'ha, ce l'ha....)».

Ratzinger non vuole comandare?
«Ratzinger si muove nella dimensione di ritmi lunghi. Nei primi due anni di pontificato ha scritto cose bellissime, come la prima parte della prima enciclica, di straordinaria intelligenza e spiritualmente emozionante. Però, pur essendo uomo di Curia, la Curia non gli interessa. Non ha una concezione piramidale del potere, a differenza di Wojtyla il cui pontificato fu una cavalcata personale nel mondo. Ratzinger non imponeva le sue idee neppure da prefetto della fede. Da Papa, ha scritto un libro su Gesù e l'ha affidato alla critica; infatti alcuni l'hanno trovato bello e altri brutto. La Chiesa non crede più alla verticalizzazione del potere. Gli ultimi a crederci sono rimasti i politici. Che alla fine non combinano niente». Come non condividere? Il rischio è che proprio a causa di questa sua superiorità morale Ratzinger lasci troppo spazio ai suoi uomini di apparato. E ritorniamo inesorabilmente alla politica.

mercoledì 8 agosto 2007

DABLIUVI' & BETTINI

Il Karl Rove italiano si chiama Goffredo Bettini ed è "the brain" di DabliuVì. E' potente come il suo omologo washingtoniano ma, mentre l'Americano dispone di una rete fittissima di relazioni in tutti gli stati d'America, il Nostro esercita il suo potere essenzialmente su Roma e, forse, i dintorni. Và da sè che questo è un limite enorme per chi vuole conquistarsi un "seggio" che richiede una mobilitazione che và ben oltre il Tevere e l'Aniene. Che i due abbiano intrecciato rapporti e alleanze con l'industria e la finanza è ovvio, ma il problema sta nel fatto che manca all'appello tutto quel mondo produttivo che con Roma non ha o non vuole avere a che fare. La sindrome di Roma caput mundi è piuttosto rischiosa e impone l'individuazione di tanti omologhi sul territorio tante quante sono le "circoscrizioni" di queste primarie all'arrabbiata. Ma gli omologhi, e i Due dovrebbero ben saperlo, sono pericolosissimi perchè, giunti in prossimità del soglio, potrebbero rivendicare dei diritti oppure semplicemente abbattere quella che vedono come una nomenclatura che si comtrappone alle loro velleità.
Ma l'"operazione primarie" presenta dei punti debolissimi che certamente il Cervello conosce e che sono essenzialmente, primo fra tutti, la mancanza di meccanismi reali di controllo.
Così, come si è messa, si potrebbe immaginare che - se il bug delle primarie di estende - di qui a qualche anno in Italia potrebbero andare a votare (come in America) solo gli iscritti (volontari) alle liste elettorali.
Il chè, tutto sommato, non sarebbe male. Quanto meno avremmo il piacere di sapere finalmente da che parte un individuo sta. E gli imprenditori, il mondo della finanza e via via tutti quelli che vogliamo, inizierebbero - così come accade negli States e come accade già anche dalle nostre parti (il nostro Rove lo sà?) - a finanziare entrambi gli schieramenti. E che vinca il migliore.
Ma è proprio questo meccanismo, qui sintetizzato in maniera estrema, che da anni anima il dibattito della politica americana e della relativa opinione pubblica che delle primarie ne farebbe volentieri a meno e che proprio alla farragionosità di questo sistema attribuisce, ad esempio, la scarsissima partecipazione al voto.
In una fase di transizione come quella attuale l'operazione all'italiana potrebbe però funzionare almeno per il tempo necessario a mettersi i galloni di premier. Poi, sarà quel che sarà.
L'esodio a Torino è stato giustificato con la necessità di affrontare da subito la questione settentrionale (l'area geografica dove i Due non dispongono di un controllo capillare del territorio e i loro sodali non sono sempre affidabili come sembra...) ma c'è anche una questione meridionale aperta (D'Alema al sud dispone di una straordinaria rete di relazioni). Ciò che Goffredo deve quindi fare è di costruire, e in breve tempo, un network di fedelissimi disseminati dal nord al sud e che garantiscano quell'en plein senza il quale questa manovra avrebbe ben poco senso. E qui entrano in gioco i diellini che, in alcune zone, possono risultare estremamente utili alla causa. Rutelli permettendo. Rutelli permetterà? Certamente! ma non senza una firma di garanzia che il Cervello deve cercare di estorcere anche a Bindi che, dalla sua, avrà il mondo della mestizia e della devozione al quale, nonostante il suo ecumenismo DabliuVì non è ancora approdato a meno che... a meno che Bindi non sia già (come dovrebbe essere se le pedine sono state mosse con la necessaria perizia) uno degli elementi del gioco complessivo che ha per obiettivo il premierato di DabliuVì. Che sarà però qualcosa di più, qualcosa che ancora (almeno nel nostro paese) non conosciamo almeno in termini di immagine e di gestione del potere.
Quello che in questo momento certamente sta facendo il Cervello è individuare i possibili avversari (i dopo Berlusconi, per intenderci) e cooptarli nel Nuovo partito. Questa è la parte più sensibile del suo lavoro per svolgere il quale deve però entrare nell'ottica di idee che Roma non è caput mundi ma quasi. E sul questo "quasi" bisogna ragionare.




mercoledì 1 agosto 2007

DabliuV

Essendo ormai chiaro a tutti che l'operazione PD serve a sostituire la sigla DS (attraverso una poco ingegnosa partnership politica) c'è da chiedersi perchè non si sia proceduto con una tranquilla operazione di marketing politico evitando la sceneggiata delle primarie (e soprattutto delle candidature!) e tutto il resto. Ma davvero DabliuV ha avuto bisogno di tutto questo armeggiare? Oppure, piu' verosimilmente, allontanare Prodi è talmente complicato - data la natura dell'uomo - da richiedere un raggiro nazionale di queste proporzioni?

lunedì 23 luglio 2007

W E GLI ALTRI

La pletora di candidati alla guida del Pd mi fa chiedere se è davvero in atto un tentativo di indebolire WV oppure se è lo stesso WV a gestire questo apparente dissenso per dare democraticità alla sua intronazione. Direi che siamo in presenza di un mix di situazioni che WV non si lascia certamente sfuggire di mano. Su comunicazione, marketing e campagne elettorali W è imbattibile.