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martedì 21 ottobre 2008
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lunedì 28 aprile 2008
RED

Le uniche rosse che vincono sono ormai le Ferrari ovunque e la Brambilla da Lecco in giù, Brambilla intesa come Michela Vittoria, detta anche la Rita Hayworth della Padania (la Hayworth ci perdoni, se può, no, non può). Aggrappati a Kimi il finlandese, noi morbosi amanti del rosso. C’era una volta il rosso. Per gli antichi era il colore nobile. Il piacione medievale e il dandy rinascimentale sceglievano il rosso cardinalizio per sedurre le dame a corte. «Sulla volta celeste, rosso come la marsigliese, sussurrava, crepando, il tramonto», scriveva Majakovskij. Rosso era il colore della passione e dell'eccitazione. Scaldava i cuori e ottenebrava i tori. Oggi dici rosso e pensi al mutuo o a Bertinotti. E cioè alla depressione. Morto un Peppone non se ne fa un altro, parola di Don Camillo. Rosso di questi tempi è il colore del tuo conto in banca e della tua presenza in Parlamento, numeri oscillanti tra lo zero e sotto lo zero. Il rosso sparisce e sfinisce un po' ovunque. Abolito in politica, nelle piazze e in Parlamento, cancellato dalle bandiere e dai manifesti. Decaduto anche nel gusto della gente. Secondo recenti sondaggi, il rosso «tira» ancora solo a casa di Dario Argento e in Spagna, dove lo amano per via del sangue e delle arene e lo chiamano colorado, il colore per definizione. In tutto il resto d'Europa e non solo in quella moderata, alla precisa domanda: qual è il tuo colore preferito, la risposta è nella stragrande maggioranza l'azzurro. Il colore di Berlusconi. Il rosso è molto indietro nella classifica. La rimozione del rosso è totale. Il rosso è oggi scorretto in politica, cafone nella moda. Non solo nelle cabine elettorali, il rosso è associato all'ansia e al fallimento. Nei test cognitivi dici rosso e associ divieto, stop, errore e orrore. Il rosso piace solo ai bambini, che detestano il grigio e hanno paura del nero, ai vampiri e ai viziosi pornomani. Ma, anche qui, le cose non vanno. Le favole di Andersen non sono più di moda e l'industria a luci rosse perde colpi, è un business calante. C'è rosso e rosso anche nelle cose che vanno a motore. Sì, è vero, le Ferrari stravincono in Spagna, ma le altre, le Ducati, prendono botte ovunque e da chiunque, soprattutto dalle giapponesi. In questo caso il rosso è mortificato dal giallo. A essere rigorosi, le prime avvisaglie del declino del rosso risalgono in Italia a due anni orsono, alla sparizione dall'etere che conta di Aldo Biscardi, il rosso al carotene più telegenico della storia. Un dramma per lui, un trauma per gli italiani (il primo certo, il secondo da verificare). Emarginato, Biscardi, per colpa della relazione pericolosa con il suo amico Luciano Moggi, anche lui incline al rosso tinto, più mogano che rosso. Dalla sparizione di Biscardi a quella, l'anno dopo, di Luna Rossa. Stracciata nell'ultima Coppa America in finale dai neozelandesi, arriva la pietra tombale lo scorso agosto. È Patrizio Bertelli in persona a ufficializzarne la morte con la storica frase: «Si è chiuso un ciclo». Perde il rosso e perdono i suoi derivati. Perdono i Rossi e i Capirossi. Valentino arranca, Loris stecca. Si estinguono i pettirossi. Resistono Vasco Rossi e il vino rosso, due miti che, spesso, si confondono. Vogliamo parlare di Milva, la pantera rossa, la pupilla di Strehler, la musa di Brecht, braccata dalla Finanza e indagata per un conto in Lichtenstein, che non ha nemmeno l'attenuante di essere in rosso? Senza contare il processo in corso di revisione storica su Federico Barbarossa. E, tanto per restare in casa nostra, qualcuno ha notizie di Luca Barbarossa, che non siano i suoi gol nella nazionale cantanti? Insomma, esclusa la Brambilla che è rossa, ma soprattutto azzurra, restano la Ferrari e le tute rosse di Maranello. Quanto resta della classe operaia che va in paradiso. E pazienza se, dentro le rosse, galleggiano un finlandese diafano, per giunta biondo, e un brasiliano corvino, declinante al nero. Kimi Raikkonen e Felipe Massa sono l'ultimo avamposto di soccorso rosso, la versione su asfalto della Croce rossa, l'orgoglio estremo di tutti coloro che si ostinano ad amare il rosso. Restano loro due, le gote rosse di Jean Todt e lo sguardo di Luca di Montezemolo che, a guardarlo bene, emana qualcosa di rosso.
mercoledì 23 aprile 2008
Ma và là....

Il Times di Londra ha stilato la top ten degli insulti politici più celebri (niente di nuovo, qui davanti ho un libretto della Pinguin dall'eloquente titolo Honorable insults). L'unico attacco non britannico presente nella top ten è quello lanciato da Romano Prodi nei confronti di Berlusconi durante la campagna elettorale del 2006. Il professore durante il secondo faccia a faccia televisivo con il Cavaliere, spazientito per la carrellata di numeri enunciati dall'allora leader del «Polo delle libertà» parafrasando una battuta del premio Nobel Bernard Shaw, commentò: «Berlusconi si attacca alle cifre come gli ubriachi si attaccano ai lampioni». Nella short list non poteva mancare Winston Churchill che spesso freddava i suoi avversari con battute al vetriolo. Tra le sue più celebri invettive il Times ne sceglie due: la prima è quella indirizzata nei confronti di Clement Attlee che lo spodestò dalla carica di primo ministro all'indomani della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Il leader laburista fu definito dal premier britannico «Una pecora in abiti da pecora» (parafrasando il proverbio «un lupo in abiti da pecora»). La seconda offesa di Churchill ebbe come vittima Sir Stafford Cripps, esponente laburista. Per criticare la sua strategia politica Churchill commentò: «There but for the grace of God goes God»«There but for the grace of God go I» «Se Dio non mi aiuta vado finire così anch'io») che potrebbe essere tradotto più o meno con «Se Dio non si aiuta va a finire male pure Lui». Nella sua carriera lo statista fu investito anche da diversi attacchi. Il Times sceglie quello rivolto nei suoi confronti da Frederick Edwin Smith che disse di Churchill: «Winston ha speso i migliori anni della sua vita a preparare discorsi improvvisati». Secondo il Times l'età dell'oro dell'invettiva fu il periodo vittoriano quando i due politici inglesi, Benjamin Disraeli e William Gladstone si affrontarono per decenni nella Camera dei Comuni anche a colpi d'insulti. Tra questi il Times ricorda l'invettiva di Disraeli che così una volta criticò l'avversario di una vita: «Non ha un solo difetto che si possa redimere». Ma il politico conservatore non era l'unico a non amare Gladstone. Gli storici raccontano che non andasse a genio nemmeno alla regina Vittoria che stanca dei suoi modi rozzi di Gladstone, troppo lontani dall’etichetta di corte, disse di lui: «Il signor Gladstone si rivolge a me come se parlasse al pubblico».
mercoledì 19 marzo 2008
Holy Week
E’ la settimana di Pasqua, teologi e ricercatori continuano a chiedersi se la Resurrezione vada considerata un evento letterale o metaforico, la Bbc manda in onda una fiction che espone nuove teorie storiche su come fu crocefisso Gesù, le librerie pullulano di titoli legati alla spiritualità, rivelando la fame del pubblico per questo genere di questioni. Ebbene, di cosa si occupa la Conferenza dei vescovi italiani? Della legge elettorale.
Lo scrivo col massimo rispetto, ma è come se il consiglio della Federcalcio si riunisse per discutere il prezzo del pane e quello della Confcommercio la riforma della serie A. Si dirà: i vescovi hanno diritto di esprimersi sui temi civili e politici. Verissimo, però anche sui temi religiosi. Non dico sempre, ma almeno nei ritagli di tempo fra una crociata contro i matrimoni gay e un dibattito intorno alla fecondazione artificiale. Garantisco alle Eminenze che ci sono persone più interessate alla critica neotestamentaria che alla riforma della legge sull’aborto, che per molti di noi i segreti del sistema solare restano più intriganti di quelli del sistema proporzionale e che le domande eterne sul senso della vita, del dolore e della morte coinvolgono un uditorio più vasto di quello che freme per sapere quanti partiti supereranno il quorum dell’otto per cento al Senato. Se però monsignor Betori continua a commentarmi il Porcellum, del Vangelo chi me ne parla, Calderoli?
Lo scrivo col massimo rispetto, ma è come se il consiglio della Federcalcio si riunisse per discutere il prezzo del pane e quello della Confcommercio la riforma della serie A. Si dirà: i vescovi hanno diritto di esprimersi sui temi civili e politici. Verissimo, però anche sui temi religiosi. Non dico sempre, ma almeno nei ritagli di tempo fra una crociata contro i matrimoni gay e un dibattito intorno alla fecondazione artificiale. Garantisco alle Eminenze che ci sono persone più interessate alla critica neotestamentaria che alla riforma della legge sull’aborto, che per molti di noi i segreti del sistema solare restano più intriganti di quelli del sistema proporzionale e che le domande eterne sul senso della vita, del dolore e della morte coinvolgono un uditorio più vasto di quello che freme per sapere quanti partiti supereranno il quorum dell’otto per cento al Senato. Se però monsignor Betori continua a commentarmi il Porcellum, del Vangelo chi me ne parla, Calderoli?
lunedì 3 dicembre 2007
domenica 7 ottobre 2007
Quarto potere
Oggi, dalle parti della targa blu che ricorda virginia wollf, e con una certa coerenza rispetto alla bevanda nazionale, mi sto avviando - oltre che al V&A - alla misera scoperta della cosiddetta acqua calda che si sostanzia nella considerazione che i media modificano la realta'. Affermazione che, per altro, si puo' gia' trovare proprio qui a fondo pagina. E tanto per proseguire questo eccesso di trattazione - qualche migliaio di pensatori a cio' pensano e stanno pensando - mi chiedo se questo e' democratico o se puo' configurasi invece come una democratica violenza.
Il provinciagate (e mi riferisco alla storia del conte, del cliens, ecc. ecc) mi sembra piu' una rincorsa al pulitzer (gli omologhi riconoscimenti, in Friuli, e non chiedetemi perche', si chiamano moret d'aur e premio epifania) che uno scandalo politico tale da produrre, a domino, effetti devastanti sulla politica locale ma soprattutto paginate di io la penso cosi e io la penso cola'
E se l'autentica soddisfazione fosse solo di chi ha sollevato il caso? E se....
Stasera, mentre in questo mi dibattero', andro' all'apertura (opening) della London Simphony Orchestra' season. Solista Maurizio Pollini.
Prima di infilarmi nel mondo della haute couture, se ben ricordo, a Udine tutti, ma proprio tutti, sapevano che un giornalista - ritrovato il senno -, ambisse a cambiare mestiere e diventare un sommo dirigente in Provincia, nello stesso ente presieduto dal nobiluomo ora in ambasce. Il ragazzo - colto, intelligente, astuto e di sinistra nonche' amante dei cani - ADORA contribuire a svelare e determinare scenari e di conseguenza ad aumentare le vendite del suo foglio.
Ci puo' essere un nesso tra tutte le cose sin qui raccontate?
Il provinciagate (e mi riferisco alla storia del conte, del cliens, ecc. ecc) mi sembra piu' una rincorsa al pulitzer (gli omologhi riconoscimenti, in Friuli, e non chiedetemi perche', si chiamano moret d'aur e premio epifania) che uno scandalo politico tale da produrre, a domino, effetti devastanti sulla politica locale ma soprattutto paginate di io la penso cosi e io la penso cola'
E se l'autentica soddisfazione fosse solo di chi ha sollevato il caso? E se....
Stasera, mentre in questo mi dibattero', andro' all'apertura (opening) della London Simphony Orchestra' season. Solista Maurizio Pollini.
Prima di infilarmi nel mondo della haute couture, se ben ricordo, a Udine tutti, ma proprio tutti, sapevano che un giornalista - ritrovato il senno -, ambisse a cambiare mestiere e diventare un sommo dirigente in Provincia, nello stesso ente presieduto dal nobiluomo ora in ambasce. Il ragazzo - colto, intelligente, astuto e di sinistra nonche' amante dei cani - ADORA contribuire a svelare e determinare scenari e di conseguenza ad aumentare le vendite del suo foglio.
Ci puo' essere un nesso tra tutte le cose sin qui raccontate?
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