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lunedì 28 aprile 2008

Cronaca

lunedì 31 marzo 2008

SICILY BY SB

There’s a simple, and far from rhetorical question, that is causing the Berlusconi camp in Sicily to lose sleep: what will be left of Forza Italia (Berlusconi’s party) in five years time? The results of the last opinion polls to be taken just before the mandatory pre-election period black out (but nonetheless kept out of the public domain) have already delivered a clear message. Subtracting the votes of rightwing allies Alleanza Nazionale from those of Popolo della Libertà (the new moniker under which Berlusconi is campaigning this time round), it is evident that Forza Italia has lost a whopping 14% compared to the general elections of just two years ago. A figure that has Berlusconi’s Sicilian Regional Coordinator Angelino Alfano seriously worried, not to mention the other argumentative Sicilian potentates jostling for position with him, such as Renato Schifani, Stefania Prestigiacomo or Marcello Dell’Utri, not to mention the inconsolable Gianfranco Miccichè. So just has been hovering up Forza Italia’s votes in Sicily? Certainly not the parties on the left, that’s for sure. They have ended up benefiting Berlusconi’s electoral ally, and the Centre-Right’s official candidate for the Sicilian Regional presidency, Raffaele Lombardo and his MPA (Movimento Per Le Autonomie). The reason for this radical redistribution of the soft conservative vote is not hard to figure out. The Centre-Right will certainly end up winning in Sicily by a wide margin, but the victor will be the pro-Devolutionist Lombardo, who in a single stroke has obliged Berlusconi’s PDL to get into bed with Pier Ferdinando Casini’s UDC party (headed up in Sicily by his good friend Totò Cuffaro) in order to remain in power on the island.

lunedì 10 marzo 2008

La trattativa tipo: «Non mi dai un posto sicuro? Allora cambio partito»


FEDERICO GEREMICCA
ROMA
L’Eurostar 9373 delle ore 9,46 fila silenzioso, lasciandosi alle spalle la stazione di Roma. Sono da poco passate le dieci del mattino e il signore scamiciato seduto nella poltrona 25 della carrozza 1 pare davvero molto agitato. Si divide tra due telefonini, parla a voce alta e apre uno spaccato grottesco – involontariamente, s’intende – su uno degli aspetti più mortificanti della campagna elettorale in corso: il mercato delle candidature al tempo della Terza Repubblica. Sta dicendo il signore: «Io a Dell’Utri stanotte gli ho mandato un messaggio chiaro: se quello, Nino Foti, è davvero candidato numero 13 nelle nostre liste in Calabria, io domani mattina mi candido con l’Udc, numero 2 al Senato e 3 alla Camera».

Il signore si chiama Gesuele Vilasi, è consigliere regionale in Calabria per Forza Italia, non è affatto un politico peggiore di altri e naturalmente resta da stabilire se sia più scortese origliare oppure strillare in treno al punto che, per chi è seduto di fronte, diventi impossibile non ascoltare. «Mi passa l’onorevole Bondi, per favore?... Ah, è in riunione... Era per le liste». Fa un altro numero. «Pronto, sono l’onorevole Vilasi, cercavo il dottor Letta. E’ in riunione? Dica che ho chiamato, grazie». Poi è uno dei suoi telefonini a squillare: «Ciao Giancarlo. Ma io lo so, figurati se non lo so che vogliono scaricare tutto sul coordinatore regionale del partito. Ma quest’operazione l’ha fatta Verdelli e allora i voti a Foti glieli viene a trovare lui perché li ho avvisati: se lo candidano, io domattina sono in lista con l’Udc alla Camera e al Senato».

Comprensibilmente, l’onorevole Vilasi – come già detto nient’affatto peggiore di altri – pretende che a buttar fuori dalle liste (e, presumibilmente, dal Parlamento) il candidato Nino Foti, sia Marcello Dell’Utri, visto che infatti il popolo non può. Voti la lista e ti tocca eleggere anche chi non vuoi, se si trova «in buona posizione»: una specie di o mangi la ministra o salti dalla finestra... Potere assoluto in mano ormai nemmeno più alle segreterie dei partiti, ma ai soli leader: alla cui saggezza è affidata la composizione non soltanto delle loro liste, ma del nostro Parlamento. Se ci si riflette, a parte il resto, è anche questo – l’impossibilità per l’elettore di esprimere un giudizio su chi è presente in lista – che può permettere le candidature (l’elezione) contemporanee di Matteo Colaninno e della segretaria del ministro Fioroni, della figlia di Totò Cardinale e dell’addetta stampa di Prodi. E produrre l’arrivo in Parlamento di un’altra «letteronza» o di una star tv. Infatti, non c’è verso: se vuoi votare questo o quel partito ti tocca eleggere per forza una o uno così. Insomma, scelto da altri.

Gesuele Vilasi lo sa, e si regola di conseguenza. Altra telefonata: «Trecento fax, glieli ho fatti mandare stanotte perché sono rimasti chiusi in due o tre a fare le liste fino alle quattro del mattino. Loro lo candidano e noi ce ne andiamo. E per quanto mi riguarda, Senato e Camera con l’Udc». Che magari è perfino l’aspetto di questa storia che infastidirebbe di più il Cavaliere: proprio con l’Udc di Casini! E forse perfino eletto: perché tanto anche chi aveva deciso di votare per Casini prima dell’ipotetico arrivo di Vilasi – e volesse continuare a farlo, naturalmente – non potrà che votare pure per l’ex «nemico» di Forza Italia.

Questa storia, in tutta evidenza, una morale non ce l’ha. Il cosiddetto voto di preferenza fu un fattore decisivo in quel dilagare di corruzione e degenerazione che portò al crollo della Prima Repubblica: fiumi di danaro in manifestini e faccioni, corti di clientes, spese folli da far rientrare con tangenti e finanziamenti illeciti. Mente chi finge di non ricordare. Ma anche così, è evidente, non può più andare. E quel che sorprende, è l’assenza di consapevolezza di quanto la perdurante imposizione non più di semplici candidati ma di eletti, gonfi le vele dell’antipolitica. E contraddica ogni proposito di rinnovamento. Forse nemmeno i leader ne possono più di un sistema così, che alle fine – in fondo - espone soprattutto loro. Ma allora, tra i tanti impegni che vanno assumendo con gli italiani in questa campagna elettorale, ribadiscano magari con più forza che questa legge elettorale la cambieranno, che quello in corso è l’ultimo «mercato». E che lo faranno in fretta, cioè prima di entrare nel solito e incontrollabile clima pre-referendum.

lunedì 3 marzo 2008

METEORE POLITICHE

L'inserimento nelle liste bloccate (Camera) di nomi altisonanti, celebrities, casi umani e varia umanità forzatamente famosa, è pura comunicazione - sia pur utile - pre elettorale. Da qui a produrre voti la strada è MOLTO lunga.

mercoledì 27 febbraio 2008

Sondaggi faziosi

di ILVO DIAMANTI

Berlusconi si è molto risentito, nei giorni scorsi, contro il PD e i giornali di sinistra. I quali farebbero, a suo avviso, informazione scorretta perché presentano sondaggi diversi da quelli di cui lui, personalmente, dispone. Che lui personalmente commissiona, visiona e divulga. E i sondaggi che Berlusconi personalmente commissiona, visiona e divulga danno il PdL sopra il PD di 10 punti percentuali. Non 6, come invece indicano i sondaggi artefatti commissionati dal PD e dai giornali di sinistra. (Sospettiamo che in questo giudizio c'entri, in qualche misura, l'Atlante Politico che abbiamo pubblicato su "la Repubblica" lunedì scorso).

In effetti, tutti sanno che Berlusconi non ha mai bluffato, con i sondaggi. Non li ha mai usati come strumenti di campagna elettorale, come profezie che si autoavverano. In fondo, due anni fa, ha avuto ragione lui. I suoi sondaggi "personali", commissionati a una nota agenzia americana, davano la CdL in parità già a metà febbraio. Quando tutti gli altri, invece, la stimavano in svantaggio di 5-6 punti. Come oggi il PD.

Effettivamente, due mesi dopo, fu sostanziale pareggio. Aveva ragione lui, quindi. Ne siamo davvero certi? Aveva ragione lui? Oppure quel sondaggio "profetizzava" ciò che sarebbe avvenuto due mesi dopo? Anche grazie all'incertezza che avrebbe suscitato, riaprendo una competizione considerata, dagli elettori, già chiusa? Chissà... Certo che, dopo il voto, il Cavaliere continuò a polemizzare duramente con gli alleati. Che non gli avevano creduto e non l'avevano sostenuto. (Magari per scelta consapevole). Aveva rimontato da solo, sostenne. Bastava una settimana di campagna elettorale, qualche trasmissione ancora: avrebbe completato la rimonta e realizzato il sorpasso.

Curiosa recriminazione, visto che i "suoi" sondaggi avevano registrato il pareggio due mesi prima del voto. Evidentemente il suo attivismo feroce nelle ultime settimane di marzo, compresa la grande performance all'assemblea degli industriali di Vicenza, l'ultimo faccia-a-faccia televisivo con Prodi, a pochi giorni dal voto (quando aveva scandito: "E infine toglieremo l'ICI. E forse anche la tassa dei rifiuti"). Non gli avevano fatto recuperare nulla. Ma, perfino, perdere qualcosa. In fondo era sul pari già due mesi prima...

Così, nei giorni scorsi, si è indignato. Perché i "suoi" sondaggi lo danno in vantaggio di dieci punti, non di 6 e mezzo. Il che genera, comunque, qualche dubbio. Visto che sabato scorso, al convegno degli amici di Giovanardi, usciti dall'Udc per confluire del PdL, Berlusconi aveva sostenuto che il vantaggio del PdL era di "12 punti". Due punti persi in due giorni. Il rischio è che, fra un paio di settimane, le stime del Cavaliere decretino il pareggio...

Il problema è che il Cavaliere interpreta sempre in modo creativo i "suoi" sondaggi. Che nel 1994 stimavano FI al 30%. Ottenne il 20%, ma pazienza: vinse egualmente. Nel 1996 assicuravano il successo del Polo delle Libertà. Si affermò l'Ulivo. Ma, sappiamo, a volte sbagliano gli elettori, non i (suoi) sondaggi. Nel 2001, invece, prevedevano il trionfo della CdL sull'Ulivo. Con oltre 10 punti percentuali di vantaggio.

Vinse sul serio. Ma con un punto in più, alla Camera.
Non importa. Perché il "senno di poi", nei sondaggi, non conta. Importa il "senno di prima". Le stime in tempi di campagna elettorale. Perché, effettivamente, entrano in campagna elettorale. Condizionano i sentimenti e gli atteggiamenti. Così oggi il Cavaliere si irrita se i sondaggi lasciano intendere che la partita è ancora aperta. Se fanno dubitare agli elettori che "la festa appena cominciata è già finita". Meglio discutere subito dei ministeri e degli incarichi istituzionali, così non perdiamo tempo... Per cui impone la verità dei "suoi" sondaggi. Contro tutti gli altri. Tutti. Non solo quelli del PD e dei giornali della sinistra. Perché Ipsos attribuisce al PD (e ai suoi alleati) 7 punti in più del PD (e liste collegate). Lo stesso, SWG. Peraltro, il Corriere della Sera aveva proposto, nei giorni scorsi, stime elettorali di Demoskopea che davano ragione al Cavaliere: 9 punti di vantaggio per il PdL. Ma la nuova rilevazione di Demoskopea per Sky Tg 24, di oggi, si allinea a sua volta: 7 punti di distacco.

Infine, vediamo il sondaggio di "fiducia" a cui fa riferimento il Cavaliere. La direttrice di Euromedia Research rivela in esclusiva al quotidiano on-line "Affari Italiani" che il distacco fra i due maggiori competitors è "compreso tra gli 8 e i 10 punti percentuali, in quanto è tra il 44 e il 46% la coalizione che indica Berlusconi premier e tra il 36 e il 38% quella che indica Veltroni" ("Affari Italiani", Martedì 26.02.2008, 14:32). Insomma: fra 10 e "8 punti". A metà: tra i sondaggi del Pd e quelli "personali" - nell'interpretazione "personale" - di Berlusconi.

Il problema è che i sondaggi non pre-vedono: vedono e misurano il presente. O, almeno, ci provano. Chi meglio, chi peggio. Possono servire a rilevare la distribuzione dei consensi in un determinato momento. Indicare quanti e chi sono gli incerti. Cosa pensano, cosa potrebbero decidere in seguito. Ma poi, alla fine, contano le elezioni. E, da qui alle elezioni, contano i comportamenti degli attori politici. La campagna elettorale. I media. Naturalmente, gli attori politici e la campagna elettorale occupano principalmente i media. Inoltre, i sondaggi contribuiscono allo spettacolo della campagna elettorale. Quindi, a definire e a modificare l'opinione pubblica. Per cui, quando sono resi pubblici, diventano - anzi, sono - strumenti di campagna elettorale. Indipendentemente dalla volontà e dalla qualità. Per questo suscitano tanta attenzione e tanta reazione. Rischiano di apparire profezie che si auto-avverano.

Berlusconi lo sa bene. Ne è stato, dal 1994, l'interprete più creativo. I sondaggi come forma di "pre-visione". Un modo per orientare "preventivamente" la "visione" e quindi le scelte degli elettori. Per questo è insofferente verso i dilettanti che pretendono di sfidarlo sullo stesso terreno. Verso gli analisti e gli istituti demoscopici che pensano, poverini, che i sondaggi servano solo a "vedere". No. Servono a "pre-vedere". Per cui vanno contrastati, se offrono "pre-visioni" moleste. Sgradevoli e sgradite. Se insinuano il dubbio che la partita non sia ancora chiusa. Se mobilitano gli elettori delusi e scoraggiati. Incerti se votare. Perché, al contrario di due anni fa, sono perlopiù di centrosinistra. Ma lo irritano, soprattutto, se ipotizzano che l'UdC (e la Rosa Bianca) non siano ancora scomparsi. Che abbiano ancora uno spazio elettorale. Anche il 6-7% - stimato dai sondaggi di sinistra e dai complici - è troppo. Perché si tratta di voti sottratti al PdL. L'unico bacino da cui il PdL possa ancora attingere. (A destra è rimasto poco). I suoi sondaggi non lo pre-vedono. In altri termini: alle elezioni "dovrà" ridursi a metà. E Casini sparire del tutto. Per cui, chi oggi vede e pre-vede diversamente: o è in malafede o è un comunista. Pardon: un "casinista".

venerdì 5 ottobre 2007

Vacazio


Questa è una furbata ma ch'io vi devo ricorrere per garantirmi un po' di fedeltà in questo mondo che pare girare nella direzione opposta. Diventando geograficamente per qualche giorno una bloomsberrie, membro cioè di una compagnia piuttosto qualificata dalle parti di Russel Square, nulla mi convincerà ad usare un mezzo diverso della mia adorata matita B4.
La malizia sta ne preannunciare che sta diventando urgente parlare di brand.
Lettori planerari, voi per i quali il nuovo mondo non è solo una sinfonia che mi fa piangere, di qui a poco affronteremo il possibile, eventuale, ventilato scontro/incontro tra due brand di fama internazionale.
Delocalizzerò un pensiero, una tendenza che potrebbe fare storia. Che potrebbe appiattire (The Word is flat - leggerlo, leggerlo, leggerlo.....) l'appiattibile.
Il tema sarà: se vado in cucina a farmi un caffè prevale la cucina o il caffè? Per non far prevalere nessuno, buon senso direbbe che se i brand si uniscono i due prodotti, cucina e caffè, si valorizzano a vicenda.
Se si contrappongono e la battaglia è dura lo spot diventa, oltre che bello, anche intrigante.
Però, uno dei due potrebbe essere in una posizione di strutturale debolezza e rischiare quindi molto (da una buona campagna, comunque, nessuno ne uscirebbe male). Oppure i due brand potrebbero entrambi essere momentaneamente deboli nel qual caso vincerebbe l'arguzia, l'abilità ad andare al cuore del problema schivando le debolezze. Bisognerebbe ricorrere alla plurisensorialità in una temporary campaign.....
Il mio amico Richard, a Seattle, ha una cucina italiana spaziale e beve rigorosamente caffè italiano. Richard, se ci sei - e so che ci sei! - scendi dall'aliscafo che parcheggi sottocasa e dimmi: chi butteresti dalla torre tra la tua cucina e il tuo caffè preferito?