martedì 30 marzo 2010
martedì 23 giugno 2009
giovedì 21 maggio 2009
giovedì 13 novembre 2008
venerdì 7 novembre 2008
WE ARE AMERICANS
Alla faccia di quelli che dicono che i social network sono la nuova frontiera e lo specchio (reale) della nuova società, io in quell’intrico di rapporti mi ci sono buttata a capofitto con una decina di identità diverse e venga pure un giudice postale a dirmi che sono condannabile per falso in atto virtuale. Per farla breve sono una dei molti guardoni della politica che trafficano su internet per vedere che cosa stiano facendo gli altri o che cosa gli altri stiano raccontano di fare. Con questo spiritaccio tutto pettegolo mi sono infilata sia tra le truppe virtuali di Obama sia tra quelle di McCain. Eccomi quindi a dover ammettere di aver sia vinto sia perso ma di aver anche ultimamente sfacciatamente favorito, con la mia attività malandrina, la vittoria del presidente più sexy della storia americana (siamo quasi 30 mila scalmanate a sostenerlo con motivazioni spesso censurabili).
Mi sono molto data da fare in Virginia e nell’Ohio pur tenendo d’occhio la California dove mi sono impegnata anche in un paio di referendum sui matrimoni omosex e una storia complicata di aborti di minorenni. E solo Bill Gates sa quanto ho cliccato per abolire le corse dei cani in Massachusetts…
Ho fatto sapere a Joe the Plumber che se fosse vissuto in Italia (tra i volunteers del repubblicani c’è anche una mia versione italo-americana) sarebbe già il portavoce del governo Berlusconi mentre ho scoperto che tra i boys di Obama c’era una moltitudine di mandanti di Sarkò lì per vedere come dare una botta multirazziale all’inquilino dell’Eliseo nel prossimo giro elettorale quando le folle (foulles) imploreranno un presidente meticcio.
Perché questo è il trend e io che in quest’ultimo mese mi sono data da fare un po’ in tutto il mondo ho ben capito che se non si è giovani e nericci non si va da nessuna parte. Se poi si è anche intelligenti la presidenza del paese più potente del mondo è garantita.
Avrei quindi dei consigli da distribuire, anche perché le news letter dell’organizzazione del vecchio Joe e del vigoroso Obama me le sono ben studiate e ho rispettato rigorosamente le istruzioni di Mary e di David, quelli che più volte al giorno mi dicevano su che cosa cliccare. Su questo fronte, devo ammetterlo, il veterano del Vietnam è stato un po’ superficiale e ho le prove che il suo staff fosse pieno di babbione obese (quando ho raccontato a una tale Gail di essere una cinquantenne del Nevada mi ha mandato la foto con i suoi quindici nipoti. Troppo entusiasmo per non essere autentico…).
Quelli di Obama (per loro il mio anno di nascita è il 1984 e vivo anche nell’Indiana, swing state of course) fino a quando non ho raggiunto i 4 mila contatti non mi hanno dato tregua e c’è anche stato un tizietto che mi ha rimproverata di assenteismo (quando loro erano in pieno delirio e al trentesimo briefing per me era ora di andare a dormire, ma come farglielo capire?).
Nell’ultima settimana, tranquillizzata anche dalla presenza fisica del vispissimo friulano Simone Bressan tra i volontari della Palin, ho mollato i contatti con i seguaci dei rossi (repubblicani) e mi sono buttata a peso morto sullo staff di Obama stracolmo di miei coetanei (eh eh!) avezzi, ahimè, a chattare nell’universale linguaggio degli sms (g’t tk sgn dak Boh!). Abbiamo condiviso l’endorsment di Colin Powell (dio! Quanto mi piaceva vestito da generale con il berretto infilato nella mostrina!), monitorato i minuti che la Cnn dedicava all’avversario, segnalato i transfughi, commentato i blog di mezzo mondo per convincere che Obama era il vero cambiamento.
E così, a meno di 24 ore dall’evento, nei mie sessantacinquecentimetriquadrati di mondo al silicio, mi sono arrivati i ringraziamenti del Presidente e di qualche migliaio di ragazzi di tutti i colori del mondo america (tutto il mondo) per dirmi che Yes we did. Ce l’abbiamo fatta. E ce l’ho fatta anch’io a reggere ai diversi copioni che prevedevano che dicessi che ero troppo impegnata (no pty.t bsy) per andare al party di Denver o che i genitori mi avevano vietato di prendere il treno per l’Alaska o che non avevo distribuito tutti i signs causa febbre (srr!election’s fever).
Questa che ho raccontato è una favola di oggi vissuta in una stanza (è la stanza tutta per me) con i gerani ancora fioriti sulla finestra e di cui, su Google Earht, si vede il tetto così come quelli delle case dei tanti volontari sparsi nel mondo che un po’ seriamente e un po’ scherzando hanno dato vita a gruppi su gruppi di giovani e meno giovani spinti dalla voglia di vedere come andasse a finire. Fatta la tara e tolti i birbanti come me, rimangono qualche milione di persone che hanno creduto nell’american dream dei sogni liberal , quelli, per intenderci, che qui in Italia si sono intrufolati nei due canali televisivi dei Neodem e dei Red il cui segnale, nella notte delle elezioni americane, era stranamente debole e talvolta, ma forse anche questa me la sono sognata, del tutto assente.
venerdì 10 ottobre 2008
NO GELMINI NIGHT
Come alla prima della Scala. Una arriva al teatroudine.it (giovannidaudine si è definitivamente capito essere tout simplement un coiffeur pour hommes) e già da lontano sospetta che i lumini vaganti che lo circondano siano indizio di una protesta – like the Sixties! - pervasa di mestizia. Siccome sa che è più facile trovare Perahia alla Carnegie Hall sulla 57a che in via Trento, magari si è messa due strass in più, tanto per sembrare più metropolitana e, per coerenza, lo small black dress d’ordinanza. E mentre con tubino e svarosky la poveretta si incammina verso Mozart e Chopin ecco apparire i dimessi Cgil’s boys della scuola che ritengono buona l’occasione per una No Gelmini Night possibilmente sotto gli occhi del grande pianista a Udine sulla rotta New York – Beijing (se non ci fossero state le olimpiadi avremmo continuato a credere che la salma di Mao riposasse semplicemente a Pechino). E siccome davanti agli sciccosissimi spettatori della Scala i protestatari inalberano solitamente eloquenti striscioni, ecco i militanti in notturna del teatroudine.it esibire al variegato pubblico locale i dezebao in marilenghe in difesa della scuola pubblica. In assenza di un red carpet e con gli spettatori che arrivano da tutte le parti, gli insegnanti nel mirino della Gelmini e di Brunetta fanno gruppetto a sé se non fosse che a raggiungerli siano l’esperto nazionale in scoliosi e noduli tiroidei seguito a ruota dall’ex magnifico che risplende come un tardivo tedoforo sulla via della seta. Come alla prima della Scala. Solo che da quelle parti non è consueto che i Borrelli o i Veronesi (black tie, please) superino la barricata per poi infilarsi nella platea più prestigiosa che c’è anche se i manifestanti sono i verdi animalisti del loro stesso credo vegetariano. Per non dire della sottovalutazione della Gelmini sotto la cui aria sbiadita potrebbe battere il cuore di una qualsiasi Pivetti che, dopo aver scampanellato onorevolmente nella Camera bassa con un ghigno da tabagista e un look da flowers children, si è lucidata i denti e riesumato l’armamentario bondage per ascendere al piano nobile delle tivù. Nulla vieta quindi che tra cinque anni la ministra, smesso il tailleur e i tagli alla scuola, diventi like a Virgin in borchie e latex e selezioni gli ospiti di un suo invidiatissimo talk show tutto lap dance e cultura liberal classic pop. E quando direttori artistici e sindaci le ricorderanno i trascorsi televisivi per essere riammessi all’emozione della messa in onda controllerà la rubrica del sul suo nintenedo wii-sex e troverà un appunto con scritto Quelli che a Udine. Avrà giusto il tempo di resettare i nomi prima di fare un duetto con Bondi gongolante proprio come McCain e
mercoledì 24 settembre 2008
Sono triste, persa tra le strade di Tokyo
Il potere della parola scritta! Mi sento responsabile. E se una, una sola delle mie parole lasciasse un segno? La politica è la vita stessa. E' politica il mio amico in carcere ed è politica mia sorella ammalata, così leggera che non avrà bisogno di ali perchè basterà un soffio, forse il mio, a spostarla nell'infinito dove siamo, dove andremo e da dove veniamo. E io sono, mi sento Midori. Ho 18 anni e vivo a Tokyo. Mi ha inventata Murakami Haruky e mi ha infilata in Norwegian Wood. Non so ancora come finirò ma quella fine sarà VERAMENTE la mia. E avrò solo 18 anni.
venerdì 19 settembre 2008
GAZEBOCRAZIA

Festivalieri compulsivi, organizzatori di eventi, allestitori di ogni ordine e grado, piazzisti culturali, enogastronomici e politici molto au courant unitevi contro chi, come me, intende mobilitarsi e mobilitare affinché il vostro mestiere venga definitivamente costretto alle ferree leggi del savoir vivre.
Nel vostro fianco si sta conficcando l’aureo pennino della mia Mont Blanc edizione limitata che non vi darà pace sino a quando non casserete dalle vostre manifestazioni quei ricoveri posticci impropriamente definiti gazebos (ingle.) o, orrore!, tensostrutture (it.).
Qualcuno - i neofusi di FI e An ne tengano conto -, sfoderi una legge ad meam personam e faccia svanire d’imperio quella moltitudine di chioschi, tali sono, sotto i quali la più raffinata delle esperienze viene degradata ad acqua gym collettiva in condizioni di bassa marea sulla battigia della sola spiaggia libera di Riccione.
L’intervento dovrebbe essere così repentino da far sospendere per mancanza di coperture tutte le manifestazioni presenti e future la cui somma finalità è, sempre e comunque, l’incremento delle vendite di prodotti commestibili, leggibili ed eleggibili. Và da sé che nel novero rientrano i festival culturali e culinari che raggiungono la massima abiezione nel momento in cui tendono a fondere, sotto pergole in pvc, le due vocazioni inducendo le folli folle a degustare contemporaneamente salame e saperi riproposti come goût du jour.
Fermo restando l’imperscrutabile fascino di una wienerschnitzel mangiata su una panca in mezzo alla strada e senza tovaglia o di un bicchiere di plastica pieno di vino che sgorga da una imprecisata damigiana per non parlare dei sottaceti esposti alle intemperie o dei fritti che in condizioni di buonsenso non si ingurgiterebbero nemmeno sotto tortura, mi chiedo perché uomini di scienza, letteratura e cultura si lascino ingazebare accettando di confrontarsi con degli emeriti sconosciuti convenzionalmente rubricati in quell’ampio spettro sociale chiamato “pubblico”. Al di là dell’ego, che induce a cose ben più biasimevoli, consola il pensiero che i permanent guests delle pagode sul selciato se ne tornano a casa con un discreto cachè o, mal che vada, con qualche decina di libri venduti cosa che, in un paese dove le librerie entusiasmano meno della Gelmini, è per gli autori stessi e le loro case editrici un discreto successo anche economico.
Saranno letti quei libri acquistati sotto un gazebo che ribolle di cultura come un minestrone e dopo essersi messi in fila per ottenere l’agognata dedica? Mah!
La mia opinione di presidente autonominata dell’Associazione mondiale contro i gazebo e i relativi contenuti enogastroculturali modulari e polifunzionali è che questi altro non siano se non dei centri commerciali provvisori a cielo semi aperto dove si contrabbanda il nulla appagandosi di balbettii culturali plastificati. Eppure, i gazebo dei famosi impazzano al largo dei nostri marciapiedi e non c’è villaggio o cittadina o strada che non rivendichi il proprio diritto a discettare e trangugiare e chi più ne ha più ne metta. Per adesioni rivolgersi a me.
giovedì 26 giugno 2008
BACK BLOG

Mi sono momentaneamente lasciata per mettermi momentaneamente con un' altra che si chiama J. Austen. E' finita nel migliore dei modi: rimettendola sullo scaffale A alla fila 6 posizione 23. In caso di battaglia navale sappiamo chi bombardare.
A questo proposito è bello sapere di non essere un soggetto intercettabile ma, nel caso in cui ci sia un magistrato in cerca di passatempi pruriginosi, non esiti a appollaiarsi sulla mia linea Tim, la opzione flat, l'Asus compreso e tutto quell'intrigo di fili reali e virtuali che conducono al mio chiacchiereccio che proverebbe, ma ce n'è bisogno? che ne so una più del diavolo (the Evil). So, ad esempio, che Fini può avere/essere/ un'aria molto sexy, che Berlusconi è perseguitato dalle veline in carriera, che Red è una mia vecchia idea (Red come categoria dello spirito ideologico), che Prodi dice "Ah, se ci fossi io!" senza sapere dove ma ne è molto convinto, che Alfano si sta smarrendo come nel codice da vinci, che DabliùVì non tira nemmeno su eBay, che in estate una festa black tie è poco indicata.
Il magistrato curioso scoprirebbe anche che fashion&politics per me sono pappaeciccia dopo aver detto e ridetto che Michael Patrick King, director di Sex and the City movie, avrebbe assai migliorato il prodotto se avesse ambientato il plot in un nugulo di politician boy friends. Ferma restando NYC (che è il soggetto, città, che ha finanziato l'intera operazione facendosi finanziare da sarti e scarpai a loro volta finanziati da cinesi e vietnamiti) le nostre (mie) amiche si sarebbero districate, al di là dei loro apprezzabili e adorabili guardaroba, in un contesto che forse avrebbe avuto l'approvazione del critico de The New Yorker che ha così sintetizzato la sua dotta opinione: "The Lying, the Bitch, and the Wardrobe" . Considerato che tra me e il New Yorker c'è un certo abisso riguardo alla notorietà (qui dalle mie parti non ci sono molti snob a leggerlo) e che tra me e le ragazze di Sx&C c'è una certa consonanza (così come tra loro e TUTTE le ragazze del mondo) posso dire al signor Critico - che certamente avrebbe preferito delle fanciulle attempate sì, ma liberal - che Sx&C è una parodia (parody) di tutte quelle signore e signorine che, uscite indenni dall'orrida influenza dei figli dei fiori e del relativo ciabattume, ritengono che la qualità della vita passi anche (e perchè no?) da un vestito di Carolina Herrera o una gonna di Vera Wang, i tacchi di Manolo, un ristorante nell'East Side, le borse vere o false di Vitton.
Capisco che nel cuore di ogni liberaldocveryleftsomegauche c'è il desiderio di abolire la moda e di ritornare ai sobri completini alla Mao e di abbattere con le armi o mettere alla gogna le migliaia di stravaganti ragazze che si uccidono per accaparrarsi un paio di panties da Victoria's Secret, ma c'è una buona parte di loro che riesce a sopravvivere, e divertendosi, senza abortire (per carità, chi ne necessiti lo faccia pure!), mettersi gli zoccoli o i flip flap o vomitare davanti a Vogue il cui editore fa pubblicare (in terra americana, of course) contemporaneamente una stroncatura e un'apologia allo stesso film. C'est le marchè, ma belle. Vorrei anche dire, il mio intercettatore certamente lo sa già, che il film io non l'ho ancora visto e che parlo solamente sull'onda delle sei stagioni televisive a cui sono stata modestamente (!) fedele. E che so che il film è una faccenda ben diversa (prima che uscisse non sapevamo niente, adesso sappiamo troppo) dai rapidi episodi dell'HBO. Il Critico, che comunque imbecille non è, puntualizza che due ore e un quarto di Carrie & friends sia un pò troppo: "When Garbo made Anna Karenina in 1935, she got happy, unhappy, loved, left, and under the train in less than a hundred minutes....".
E riporta anche una gag piuttosto simpatica: "Something just came up" Samantha murmurs over the phone, as her boyfriend stands beside her in the bulging brief....
Adoro parlare bene di film senza averli visti e per partito preso.
domenica 8 giugno 2008
COME SCRIVERE COME PALHANIUK

Venti anni fa, una mia amica e io camminavamo per ny a natale.
I grandi negozi con tanti reparti: Meier and Frank… Fredrick and Nelson… Nordstroms… in tutte le loro vetrine sempre la stessa semplice, graziosa scena: un manichino abbigliato o una bottiglia di profumo sulla neve finta.
Invece le vetrine di J.J. Newberry, diavolo, erano stracolme di bambole e decorazioni e spatole e set di cacciaviti e cuscini, aspirapolveri, grucce di plastica, criceti, fiori di seta, caramelle – credo che ormai abbiate capito che cosa intendo. Ogni singolo oggetto di quella massa era prezzato con un cartellino rotondo di un rosso sfumato. E oltrepassando la vetrina, la mia amica, Laurie, lanciò una lunga occhiata e disse: "la loro filosofia di allestimento delle vetrine deve essere: 'Se la vetrina non sembra uscita bene – mettici altra roba."
Disse il commento perfetto al momento perfetto, e lo ricordo due decenni dopo perchè mi fece ridere. Quelle altre, eleganti vetrine… sono sicuro che fossero curate e piacevoli, ma non m’è rimasta in mente una vera immagine di come fossero.
Per questo saggio, il mio obiettivo è ‘metterci altra roba’. Mettere insieme una sorta di calza natalizia delle idee, sperando che qualcosa sia utile. Come se facendo i pacchetti regalo per i lettori, infilandoci caramelle e uno scoiattolo e un libro e qualche gioco e una collana, io sperassi che una varietà sufficiente garantisca che qualcosa di tutto ciò risulti totalmente asinino, ma qualcos’altro si riveli perfetto.
Numero Uno: Due anni fa, quando scrissi il primo di questi saggi fu a proposito del mio metodo di scrittura “con timer da cucina”. Non avete mai visto quel saggio, ma eccovi il metodo: Quando non avete voglia di scrivere, programmate un timer da cucina su un’ora (o mezz’ora) e sedetevi a scrivere finché suona il timer. Se ancora odiate scrivere, siete liberi dopo un’ora. Ma normalmente, giunti al momento in cui suona il timer, sarete così coinvolti dal vostro lavoro, vi piacerà così tanto che continuerete. Invece di un timer da cucina, potete fare un carico di vestiti nella lavatrice o nell’asciugatrice e usare quello per dare un tempo al vostro lavoro. Alternare il compito cerebrale della scrittura con il lavoro meccanico della lavanderia o del lavaggio dei piatti vi darà le pause necessarie perchè giungano nuove idee e ispirazioni. Se non sapete cosa seguirà nella storia… pulite il bagno. Cambiate le lenzuola. Cristo Santo, fate le polveri al computer. Un’idea migliore arriverà. Numero Due: Il vostro pubblico è più intelligente di quanto crediate. Non abbiate paura di sperimentare con strutture narrative o salti temporali. La mia personale teoria è che le giovani generazioni di lettori si tengano a distanza dalla maggior parte dei libri – non perché questi lettori siano più stupidi di quelli delle generazioni passate, ma perché il lettore di oggi è più intelligente. Il cinema ci ha reso molto sofisticati in merito alla narrazione di storie. E il vostro pubblico è più difficile da colpire di quanto possiate immaginare.
Numero Tre: Prima di sedervi a scrivere una scena, rimuginatela nella vostra mente e chiarite a voi stessi lo scopo di quella scena. Quali eventi precedentemente iniziati saranno interessati da questa scena? Quali basi saranno poste per scene successive? Come potrà questa scena contribuire allo sviluppo della vostra trama? Mentre lavorate, guidate, fate ginnastica, mantenente questo solo problema nella vostra mente. Prendete qualche appunto quando vi vengono delle idee. E solo quando avete stabilito l’ossatura della scena – allora, sedetevi e scrivetela. Non mettetevi a quel noioso, polveroso computer senza aver qualcosa in mente. Non affaticate il vostro lettore con una scena in cui poco o niente accade.
Numero Quattro: Sorprendete voi stessi. Se riuscite a portare la storia – o a far sì che la storia porti voi - a un punto tale da sconvolgere voi stessi, allora potrete sorprendere il vostro lettore. Laddove voi vedrete delle sorprese ben pianificate, è molto probabile che anche il vostro sofisticato lettore le vedrà.
Numero Cinque: Quando arrivate a un punto morto, tornate indietro e leggete le vostre scene precedenti, cercando personaggi abbandonati o dettagli che potete resuscitare come “pistole sepolte”. Quando stavo scrivendo il finale di Fight Club, non avevo idea di che cosa fare con il palazzo di uffici. Ma rileggendo la prima scena, ho trovato il commento che avevo lasciato cadere a proposito di combinare nitroglicerina e paraffina e di come fosse un metodo dall’esito incerto per fabbricare esplosivo plastico. Quella frasettina stupida (… la paraffina non ha mai funzionato per me…) fece risorgere la perfetta “pistola sepolta” alla fine e salvò il mio culo di raccontastorie.
Numero Sei: Usate la scrittura come la vostra scusa per indire un party alla settimana – anche se chiamerete quel party “workshop”. Ogni istante che passate con altre persone che stimano e supportano la scrittura, quegli istanti controbilanceranno tutte le ore che passate da solo, scrivendo. Persino se un giorno venderete il vostro lavoro, nessuna cifra di denaro vi ricompenserà per il tempo che avete speso in solitudine. Perciò, prendetevi subito la vostra “ricompensa”, fate della scrittura una scusa per stare fra la gente. Quando raggiungerete la fine della vostra vita – credetemi, non vi guarderete indietro per assaporare i momenti che avete passato da soli.
Numero Sette: Imparate a convivere con il Non Conoscere. Questo piccolo consiglio è giunto passando per un centinaio di personaggi famosi, attraverso Tom Spanbauer fino a me e ora, a voi. Più a lungo permettete a una storia di prendere forma, migliore sarà la sua forma finale. Non affrettate o forzate il finale di una storia o di un libro. Tutto ciò che dovete conoscere è la prossima scena, o le prossime scene. Non dovete conoscere ogni momento dal principio alla fine, infatti, altrimenti sarà noioso come l’inferno da realizzare.
Numero Otto: Se avete bisogno di maggiore libertà nel muovervi nella storia, di revisione in revisione cambiate i nomi dei personaggi. I personaggi non sono veri, e non sono voi. Cambiandone arbitrariamente i nomi, prenderete la distanza necessaria per poter veramente torturare un personaggio. O peggio, eliminate un personaggio, se è quello che la storia richiede.
Numero Nove: Ci sono tre tipi di discorso – non so se sia VERO, ma l’ho sentito a un seminario e mi è sembrato sensato. I tre tipi sono: Descrittivo, Istruttivo, ed Espressivo. Descrittivo: “Il sole si era alzato…” Istruttivo: "Cammina, non correre…" Espressivo: "Ahi!" la maggior parte degli scrittori di narrativa usano solo una – al massimo, due – di queste forme. Quindi usatele tutte e tre. Mischiatele fra loro. La gente parla così.
Numero Dieci: Scrivete il libro che vorreste leggere.
Numero Undici: Fatevi scattare adesso le fotografie da mettere sulle sovracopertine, finché siete giovani. E procuratevi i negativi e i diritti su quelle fotografie.
Numero Dodici: Scrivete delle questioni che vi toccano. Sono le sole cose di cui vale la pena scrivere. Nel suo corso, intitolato "Scrittura Pericolosa," Tom Spanbauer insiste sul fatto che la vita è troppo preziosa per spenderla scrivendo piatte, convenzionali storie nei confronti delle quali non provi nessun attaccamento. Ci sono così tante che di cui Tom ha parlato ma che ricordo solo per metà: l’arte della “manomissione”, che non saprei ripetere con precisione, ma che ho capito riferirsi all’attenzione da prestare nello spostare il lettore attraverso i vari momenti della storia. E "sous conversation," che ho capito intendere il messaggio nascosto, sepolto al di sotto della storia ovvia. Poichè non mi sento a mio agio a descrivere argomenti che ho capito solo a metà, Tom ha accettato di scrivere un libro sul suo workshop e sulle idee che insegna. Il titolo temporaneo è "A Hole In The Heart," e [Tom] pensa di averne una bozza pronta per Giugno 2006, con una data di pubblicazione definita per l’inizio del 2007.
Numero Tredici: Un’altra storia su una vetrata natalizia. All’incirca tutte le mattine, faccio colazione nello stesso locale, e questa mattina un uomo stava dipingendo la vetrata con decorazioni natalizie. Pupazzi di neve. Palle di neve. Campanelli. Babbo Natale. Se ne stava sul marciapiedi, dipingendo nel freddo assiderante, il suo fiato fumante, alternando pennelli e rulli con vari colori di vernice. Dentro il bar, clienti e camerieri lo guardavano stendere vernice rossa e bianca e blu sul lato esterno della vetrata. Dietro di lui, la pioggia divenne neve, che cadeva di traverso spinta dal vento.
I capelli del pittore erano di tutte le sfumature di grigio, e la sua faccia era cadente e rugosa come il sedere vuoto dei suoi jeans. Tra un colore e l’altro, si fermava per bere qualcosa da un bicchiere di carta.
Guardandolo dall’interno, mangiando uova e pane tostato, qualcuno disse che era triste. Questo cliente disse che l’uomo era probabilmente un artista fallito. C’era probabilmente whiskey nel bicchiere. Probabilmente aveva uno studio colmo di dipinti che nessuno ha voluto e ora si guadagna da vivere decorando le vetrine di ristoranti che puzzano di formaggio e di negozi di alimentari. Proprio triste, triste, triste.
Questo pittore continuava a stendere il colore. Tutta la bianca “neve”, prima. Poi qualche macchia di rosso e di verde. Poi qualche contorno che ha trasformato le chiazze di colore in calze e alberi di Natale.
Un cameriere si aggirava, versando caffè alla gente, e dicendo, “E’ così pulito. Mi piacerebbe saperlo fare io…”
E sia che invidiassimo o compatissimo questo tipo al freddo, lui continuava a dipingere. A aggiungere dettagli e strati di colore. E non sono sicuro di quando accadde, ma a un certo momento non era più lì. I disegni erano in sé così ricchi, si adattavano alle vetrine così bene, i colori erano così luminosi, che il pittore se n’era andato. Sia che fosse un fallito o un eroe. Era scomparso, andato chissà dove, e tutto ciò che noi vedevamo era il suo lavoro.
martedì 27 maggio 2008
Something about the Family

The Pustet family was of Bavarian origin. In the first quarter of the last century Friedrich Pustet, who had been a bookseller, started a printing house at Passau which four years later, in 1826, he transferred to its present location at Ratisbon. Enlarging the establishment and adding a paper mill to the plant, the firm began to print and issue liturgical books in 1845, and later added facilities for the printing of church music. In 1870 the Pustet house was given the style of Typographus S. R. Congregationis, and the Vatican authorities have placed in its hands the editio typica of all liturgical work. The best books issued by Pustet are excellent, but their product is uneven and they have been less fortunate in their decorations than the Desclées, whose books show a greater uniform excellence. A disagreeable feature is the use of colored lithographic frontispieces and pictures, and a later series of these, intended to be more modern in feeling than those they supersede, are no improvement on them. "In the latest Pustet Missal," writes a correspondent learned in these matters, [5] "the incipit letter of the text itself is often in color, usually red. Another characteristic is the introduction into the Canon of certain parts of the varying Communicantes and Hancigitur prayers, to obviate turning the page at that important moment of the service. In general, this new Pustet Missal pays attention to the pagination of the prayers."
lunedì 26 maggio 2008
sabato 26 aprile 2008
martedì 22 aprile 2008
martedì 15 aprile 2008
FROM MY AMERICAN BEST FRIEND
sabato 5 aprile 2008
mercoledì 2 aprile 2008
GIRL IN POLITICS
lunedì 17 marzo 2008
USA FOREVER

Non so se l'ho già raccontata questa storia. Comunque è questa. Quando sono andata negli Usa, lo scorso gennaio (Iowa's primaries), al JFK - nella sala arrivi - c'era il solito svolazzare di cartelli con i nomi più bizzarri in tutte le lingue del mondo. Tra questi ne spiccava uno con scritto "Saldi a New York". Mi si è stretto il cuore. Il mio anonimato era fallito così miseramente ancor prima di metter piedi su un taxi? Grrrr..... E se il 12 aprile qualcuno inalberasse un cartello con su scritto "Fuga dalle urne"? Sempre lì, stesso posto. Magari nel pacchetto c'è anche il nuovo Plaza e l'e-phone. Bisogna che ne parli con un tour operator.
PERCHE'?
Di questa faccenda non mi dò pace. Io, che leggo le Andrea's versions e che vado pazza per le nove colonne e che adoro il cinema raccontato da Maria Rosa Mancuso di questa storia, che non cito nemmeno per pudore, non capisco il perchè.Coup de teatre? Narcisismo? Deriva a perdere? Urgenza politica?
Se non fossi abbastanza cinica direi che ne soffro.
mercoledì 27 febbraio 2008
I SOLITI IGNOTI
Prima di comprarlo (non si finisce mai di imparare...) ho dato un'occhiata all'indice dei nomi (quello che giustifica tutto il libro) e ho scoperto che ne mancano almeno due. I noti ci sono tutti, gli ignoti no. Non l'ho comprato.





