Visualizzazione post con etichetta Veltronissea. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Veltronissea. Mostra tutti i post

giovedì 19 febbraio 2009

GLI "ORFANI" DI WALTERLOO


Dire addìo al veltronismo - se quello di Walter sarà davvero un addìo definitivo prima dell'epopea africana che verrà - sarà innanzitutto una tragedia per i cronisti: intere biblioteche di miti recenti e non, agende da buttare a mare. Frammenti di classe dirigente storica o acquisita da ricollocare, nomi da cancellare, o reinventare. Ecco un imperfetto elenco di questo sontuoso Pantheon in movimento.

La Walter's list non può che partire dall'eroico Vincenzo Vita, ex vice-responsabile comunicazione ai tempi del Pci, uno che può vantare di essere tra i pochi veltroniani «antemarcia» (nel senso che era in squadra quando nella casella dei diagrammi di appartenenza c'erano solo Walter e lui): proto-veltroniano, certo. L'altro antemarcia accertato è il nume dell'Auditorium, Gianni Borgna, uno che diventò «veltroniano», dopo aver fatto di Veltroni un «borgnano», nella sua Fgci.

Poi ci sono gli strettissimi collaboratori che lo seguiranno, anche nel limbo in cui si è collocato oggi. Gli uomini della squadra ristretta, i nominativi plurali veltroniani: e dunque Walter Verini, braccio destro di sempre (il mitico «veltrini» arruolato un paio di ere geologiche fa, a l'Unità), Roberto Benini (l'ex portavoce in Campidoglio) e Claudio Novelli, il fido ghost writer dalla penna alata e dalle letture azioniste (trasmesse, come per gemmazione, al capo); e poi il portavoce, Luigi Coldagelli, così affettuoso che - secondo la leggenda - per un periodo accettò di lavorare gratis pur di stare vicino a Walter.

Fino all'uomo-video Giorgio Tonini, ancora fino ieri ospite prediletto dei talk show per incarnare la linea veltroniana: bulldog buonista, cattolico, padre di un plotone di figli.
Più complicata la rottamazione di Goffredo Bettini, che fu veltroniano «a contratto», e grande burattinaio dei disastrosi esordi organizzativi del nuovo partito, dopo essere stato, in un'altra vita, dalemiano-antiveltroniano (nel Pci prima e nel Pds poi, un piccolo - si fa per dire - Talleyrand capitolino).

L'album del veltronismo aveva le sue figurine recenti e pregiate: così si ignorano i destini politici possibili di Marianna Madia, la precaria veltroniana (che però non era precaria, e oggi è deputata), di Massimo Calearo, l'imprenditore strappato al nemico (compresa la suoneria di Forza Italia sul telefonino e gli elogi all'obiezione fiscale), del rampollo di casa, Matteo Colaninno (ministro ombra, ma anche estimatore della Cai di papà), tutti molto a rischio.

Chissà come si reinventerà Giovanna Melandri che di Walter fu l'alter ego femminile nel correntone prima e nel Pd poi, fino a sognare una candidatura in Campidioglio (al posto di Rutelli forse avrebbe vinto, chissà).

Se lo guardi scorrendo questo variopinto almanacco ti rendi conto che al di fuori della cerchia ristretta, il veltronismo non fu una fucina di quadri, ma una sorta di geniale casting collettivo, un bando di arruolamento nel progressismo soft, segnato anche dai limiti dell'estemporaneità.

Dove finirà l'architetto Malfatto con le sue scenografie congressuali «emotive», stile Almanacco del giorno dopo? Dove i Dj-Ds come Pierluigi Diaco, che con Veltroni duettavano in radio? A quale politico Francesco Totti regalerà una maglia numero dieci? A chi fornirà un nuovo inno Lorenzo mi-fido-di-te-Jovanotti? Sì, è vero, c'erano anche i veterani, ma soprattutto fra i cineasti.

È curioso scoprire che «lo zoccolo duro» di un leader per ben due volte segretario, fossero Ettore Scola e Gigi Magni, Riccardo Milani, Massimo Ghini ed Enrico Lo Verso, la madrina dell'Ambra Iovinelli Serena Dandini o i capistruttura Rai alla Andrea Salerno. Già auto-congedata, con mirabile lettera di dimissioni, Sabrina Ferilli, a lutto per una immunità concessa dal Pd (in nome della solidarietà di Casta) a Katia Bellillo.

E forse anche Roberto Benigni, con battutaccia sanremese. Ma che dire di scrittori come Sandro Veronesi, forgiato sulle colonne de l'Unità due e Ugo Riccarelli, accompagnato allo Strega? Entrambi reinventati nel grande baccanale capitolino, nel Walter-mondo, come jazzisti importati nella società civile, alla Paolo Fresu.

Fra questi, quelli che avrebbe davvero messo la mano sul fuoco per Walter - dalla scrittrice Clara Sereni, agli sceneggiatori Sandro Rulli e Stefano Petraglia - erano tutti estranei a una storia di partito, compagni di strada arruolati nel cammino della vita.

Su questo bisognerebbe aprire una riflessione: non era e non è veltroniano Dario Franceschini, che ricordiamo impegnato in una storica battaglia «contro il Partito democratico» (giuro!) ai tempi del duello nel Ppi con Castagnetti. E nemmeno Ezio Mauro e Paolo Mieli, che pure battezzarono il leader del Pd nella sua ultima epifania di numero uno: un giro di Walter che è durato quanto un fidanzamento estivo. Ieri Mauro bacchettava, eccome.

Sono invece i compagni di merende che patiranno di più: ad esempio Pietro Calabrese, giunto a una spanna dalla poltrona di Viale Mazzini, in virtù di un vincolo amicale a cui si stava per sacrificare la storia antica di Claudio Petruccioli. E che ora, finita l'era veltroniana, ritorna nei ranghi della normalità.

Non riusciamo a immaginare il futuro di Sergio Zavoli, l'ultimo impoltronato, alla guida della Vigilanza, due volte amico: sia di Walter che di suo padre Vittorio. Non uscirà dalla gravitazione del veltronismo un uomo come Mimmo Calopresti, che dedicò alla Roma veltrona, in modo diverso, i suoi ultimi due (bellissimi) documentari.

A qualcuno, come Concita De Gregorio, autrice di un editoriale al vetriolo dopo la sconfitta del voto sardo, la de-veltronizzazione del Pd farà bene, se è vero che ora il quotidiano del partito spara senza remore sugli inciuci «degli oligarchi» di partito.

Più difficile il destino di Gianni Riotta, impoltronato principe, uno che non perdeva occasione di rievocare un dialogo via internet con Veltroni trascritto su l'Unità, come se fosse un frammento omerico; Gianni che battezzava Red Tv, da papa in visita ad un santuario francescano. Non sappiamo cosa sarà di Youdem - creatura catodica del segretario - e nemmeno del suo anchorman Attilio Michelozzi che si autoribattezzò «un Bruno Vespa veltroniano».

E come si regoleranno gli interlocutori dell'altra sponda? Ad esempio Umberto Bossi, che diventava sorprendentemente cinguettoso di fronte alle astensioni veltroniane sul suo federalismo, il gemello separato Gianfranco Fini (coetaneo aennino) e l'imporcellanato Gianni Letta (il Letta più vicino a Veltroni) che col segretario del Pd continuava a trattare, incurante di ogni burrasca dalla Rai alla legge elettorale.

Resteranno orfani gli aspiranti «veltronologi» (fra cui chi scrive, e ben tre biografi), quelli che per anni si sono divertiti a cercare messaggi codificati fra pagine di libri, racconti e cortometraggi. E persino i divini satireggiatori del veltronismo come Maurizio Crozza e il suo autore principe Stefano Disegni, l'inventore del Ma-anchismo che sta a Walter come E=Mc2 e la relatività ad Albert Einstein. Potremo solo dire, tutti quanti: eravamo veltroniani, certo. Ma anche no.
Luca Telese per "Il Giornale"

martedì 29 aprile 2008

THINGS CHANGE

martedì 22 aprile 2008

MARKETING&LANDSCAPE



Se DabliuVì avesse letto i numerosi (troppi) post che gli ho dedicato in questi mesi! Non è che io ce l'abbia con il past Major di tutti noi italiani e non è che mi sia mai scandalizzata per le cenette sulle terrazze giuste o l'ossessione a fare le liste con logiche proporzionalistiche (un attore, una cuoca, un costruttore, un professionista, una studentessa... ma che noia! Persino il suo maestro Craxi in questo era più fantasioso!). Devo dire che anche i pat pat dati e ricevuti con LucdiMont o PMiel mi hanno sempre lasciata abbastanza fredda. E' che Spello, no. Quello non doveva. Il landscape umbro con cipressi e Dimore come in uno spot della Barilla o un trailer dei Vanzina in trasferta ...Troppo glam! Persino io, adoratrice del Pintoricchio e dei suoi cloni (Del Piero...) mi sono leggermente risentita! Temo che davanti al camino abbia una raccolta impilata di AD, il must dei voyeristi che non arrivano alla seconda settimana....

venerdì 29 febbraio 2008

CREVER D'ENVIE


Mentre il numero degli italiani non in lista è sempre più esiguo (nella mia città si presentano circa 10 liste, civiche e non, con 40 candidati l'una: praticamente un candidato ogni 150 elettori) il tormento che vivo riguarda ancora una volta monsieur le President. Capisco di essere compulsiva ma non comprendo perchè una signora impalmata all'Eliseo, bella che più bella di così non si può, il massimo che si concede sono le ballerine (i centimetri in più o in meno fanno SEMPRE la differenza, ca va sans dire) con calzoni e camicetta neri. Io, fetish&fashion addict, che mi aspettavo che da quegli armadi uscissero i fari che mi avrebbero indirizzata alla più squisita eleganza post Jackie, mi ritrovo a chiedermi come posso emulare una tizia che ha optato per il back basic come una qualsiasi commessa di Zara. Fosse una mia vicina in gramaglie non avrei nulla da obiettare ma essendo costei quella che trasformerebbe anche un moccio in un Dior di saison (nessun riferimento al President, per carità!), mi chiedo perchè mai abbia buttato la chiave dei suoi armadi nella Senna come una sua qualsiasi collega in pensione, lasciandomi in balia del last look di Vogue.
Mi consola il pensiero che nella Maison Hermes siano ancor più depressi di me. Già li vedo che stavano pensando di affiancare alla Kelly la Sarkò (con liste di attesa di almeno 20 anni) e quella non solo non esibisce i loro articoli ma non esibisce nemmeno una misera pochette. Insomma, la modella senza modelli mi sta seriamente imbarazzando al punto da convincermi che se invece di finire sotto la Torre Eiffel fosse rimasta sotto quella Antonelliana, DabliuVì avrebbe fatto carte false per ingaggiarla.
Vicino a quella del call center, all'operaio, al rampante e a chi più ne ha più ne metta, la degna rappresentante del beauty in Italy avrebbe fatto fare al next premier (He can) la sua bella figura. Credo che il bamboccione romano si stia mangiando le mani per aver perso questa succulenta opportunità di qualificare esteticamente il suo partito. Che occasione mancata! Una ragazza dall'aspetto così democratico, condannata alle piannelle da chambre ed esclusa dalla Camera! Vuoi mettere con quelle due scatenate della destra, piene di mascara e di rossetto e di silicone e di botox. La vera rappresentazione delle destra più bieca. Quella che si mette il rimmel dopo averci sputato sopra e non ha la mano ferma nel farsi il contorno labbra. Insomma, di donne comme il faut non c'è traccia. A questo punto, è ovvio, di pari opportunità non se ne parla.

venerdì 20 luglio 2007

VELTRONIANAMENTE PARLANDO

Eppure le carte non sono state ancora tutte calate. Potrebbero essere assi o due di coppe ma qualcuno le ha certamente ancora in mano. Il potentissimo D'Alema non può essersi fatto soffiare da sotto i baffi il feto del Pd a meno che non voglia che feto rimanga. Lo stesso vale per Rutelli, molto molto molto meno potente, ma testardo forse più del suo - ahilui! - compagno di cordata. La variabile costante è l'astutissimo sindaco di Roma che non è pensabile abbia commesso l'errore più elementare in cui possa incorrere un candidato e che è quello di mettersi a disposizione con troppo anticipo quando in politica ciò che più conta, sempre e comunque, è scegliere i tempi giusti. I soggetti in campo più significativi e decisori sono quindi tre.



Lo scicchissimo Colombo con vista su Park Avenue e Bindi giocano il ruolo di caratteristi al soldo, forse, di qualcuno meno chic o dismenorroico per il quale promettere una manciata di ministeri è ben poca cosa. Gli altri a seguire.



Sono quindi tre i moschettieri che si battono, uno per uno e tutti per tutti, per conquistare l'egemonia sulla Cosa 3 (4......). Chi ha fatto i conti senza l'oste? Veltroni si è intronato in quattro e quattr'otto senza fare prima una capatina nel cuore (of course) del suo cinismo che, peraltro, è il denominatore comune del terzetto? Difficile. Potrebbe anche darsi che i tre si siano accordati già su tutto (teatrino?), su chi fa cosa da qui al 2009. Ma sembra impossibile che Veltroni non abbia considerato la moltitudine di variabili che possono ancora frapporsi al suo premierato come, ad esempio, una clamorosa batosta elettorale.


Scenario 1: Vltrn si è accordato con il terzetto in modo da blindare la sua ascesa a palazzo Chigi. Quanto ai tempi, calerà l'ultimo asso quando sarà sicurissimo di non avere ostacoli sul suo cammino. Nel frattempo, in attesa del momento giusto, resterà saldamente sul trono di Roma dal quale nessuno può scalzarlo.



Scenario 2: Vltrn si è fidato del suo successo mediatico ed ha forzato i tempi dopo essersi accordato con gli "altri" per mettere definitivamente fuori gioco Prodi che non voleva accettare il fatto che da tempo è stato sancita la sua uscita di scena. A questo punto Prodi sa di essere definitivamente fuori dal giro.