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mercoledì 10 marzo 2010

L'EFFETTO FARFALLA SUL VOTO ITALIANO


Questa campagna elettorale “all’italiana” (come è stata immediatamente etichettata dai siti stranieri) non mi piace proprio. Non mi piace perché qualunque sarà il risultato si tratterà di un dato falsato dal quale, comunque vada, tutti ne usciranno perdenti. Il pasticciaccio romano, che altro non è se non il risultato di una mesta sciatteria, sta già modificando sensibilmente le intenzioni di voto. A favore o contro chi, è ininfluente. Il fatto certo è che dal Piemonte alla Basilicata gli elettori voteranno certamente per i loro candidati, ma con un occhio rivolto a Roma dove, per un paradosso degno di un paese del terzo mondo (chi segue questi post può trovare situazioni analoghe in qualche paese africano o dell’ex unione sovietica), gli elettori di un’intera provincia saranno costretti a non scegliere. Il nostro è un paese fatto di elettori compulsivi – lo dimostrano le alte percentuali dei votanti -, che nella grande maggioranza dei casi andranno a votare, anche se saranno costretti alla non scelta. La Bonino diventerà, a tavolino, presidente della Regione Lazio. Buon gusto e buonsenso avrebbero voluto che facesse un passo indietro dichiarando che senza avversario non ha senso correre. La mia impressione è che la sinistra, festante in queste ore, rimpiangerà sonoramente quel risultato elettorale che arriverà dopo aver mal digerito la candidatura di una radicale che difficilmente si adeguerà alla sua linea e ai suoi dictact.

La Bonino sarà la mina vagante della sinistra in progress, sarà quell’elemento che tarderà ulteriormente la formazione di una sinistra avanzata e matura. La vittoria di oggi sarà un terribile passo indietro domani. Lo scontro-confronto tra candidati serve notoriamente anche a temperare i rapporti tra maggioranza e opposizione, a mitigare le asperità e quelle “fughe in avanti” delle quali la Bonino è da sempre protagonista esperta ed assoluta.

E’ in atto un “effetto farfalla” che dal Lazio si ripercuoterà, non si sa in che misura né come, sul precario equilibrio politico del nostro futuro. Non c’è da stare allegri, soprattutto in un momento in cui i leader dei due principali schieramenti, Berlusconi e Bersani, mostrano la corda.

Le anomalie procedurali o formali che si registrano durante una campagna elettorale alterano le posizioni dei soggetti in campo, incidono sugli elettori e intervengono sulla percezione dei giochi in atto, sia per quanto riguarda i giocatori stessi sia per chi dovrebbe schierarsi.

In un paese normale a questo punto si dovrebbero chiamare in campo i cosiddetti “esperti”, quelli che delle campagne elettorali conoscono la teoria e la prassi perché di questa materia hanno fatto oggetto di una formazione permanente. Non succederà, perché sul concetto di “esperti” la politica ritiene di detenere un primato che sta rischiando di non riguardare più nemmeno la politica stessa.

lunedì 1 marzo 2010

CONSULENTI E POLITICA QUESTI SCONOSCIUTI


Non è la prima volta che un partito incorre nella gravissima (e ridicola) situazione di essere escluso dalla competizione elettorale a causa di errori formali nella presentazione delle liste o, come è accaduto in Lazio, da una consegna delle stesse al di là dei tempi stabiliti dalla legge e che sono riportati nello scadenzario qui a lato. Qualche anno fa è successo in Puglia, prima ancora in Friuli. Il "caso Lazio" è comunque sorprendente considerata l'importanza di queste elezioni che potrebbero segnare una svolta importante dopo l'affaire Marrazzo. Emma Bonino, imprudentemente presentata dal PD, è una candidata ingestibile e strutturalmente radicale. Ingestibile e radicale sono due aggettivi che mal si coniugano con una carica che prevede l'amministrazione di una delle regioni più complesse, e ingestibili, d'Italia. Ci sono quindi tutti gli ingredienti per ritenere che il centrodestra avrebbe dovuto muoversi soprattutto con quella caratteristica, così latitante nella politica italiana, che si chiama professionalità.
Redigere una lista, predisporre la documentazione, raccogliere le firme, consegnare materialmente la documentazione all'ufficio preposto richiede che tutto avvenga in un ambito denso di impegno e competenza.
Gli uomini (e le donne) della politica e i loro galoppini non amano le formalità, le scadenze inderogabili. In Italia non si contano le ricusazioni di liste le cui firme sono state raccolte in maniera a dir poco disinvolta. E ancora una volta il grande assente è la competenza.
Il caso Lazio, questo, non quello del past governatore, ci rende un paese ridicolo, molto più di altre vicende intricate di escort, trans e intercettazioni. In questa vicenda prevale la superficialità, quella leggerezza che poco ha a che fare con la politica. Mi sento una moralista e bacchettona nel dire questo, ma posso assicurare che se sono io la responsabile "tecnica" di una campagna elettorale un episodio del genere non può accadere.
Un consulente elettorale, oltre a cercare slogan, foto "giuste" e a pianificare gli strumenti di comunicazione, ha un occhio fisso sui contenuti tecnici di una campagna. Chi deve redigere le liste smette di litigare sui nomi alle 6 del mattino e alle 8 qualcuno è in fila con la documentazione completa e inattaccabile. Un consulente serve anche a questo. Se non conosce la legge si documenta oppure, a sua volta, si dota di un consulente legale. Un partito che inciampa in un errore così madornale evidenzia che non esiste una catena di comando, che non c'è una regia unica, che il candidato presidente non ha il controllo totale della situazione. Il problema non è se il tizio incaricato di consegnare la documentazione sia andato o meno a mangiare un panino, ma che quel tizio fosse uno che avrebbe potuto andare a mangiare un panino. Non una persona addestrata alla legalità e alla professionalità. Questa vicenda mi riempie di rabbia comunque vada a finire perchè testimonia come nel nostro Paese non esista la professionalizzazione delle campagne elettorali. Non mi riferisco qui alla politica, capitolo che merita una valutazione a parte.
Una campagna elettorale è una faccenda seria dove esistono compiti e incombenze che devono essere svolte con la massima attenzione a prescindere dai pasticci nei quali si infilano i candidati per i quali la campagna è essenzialmente esaltazione e trionfo narcisista.
E' negli interstizi di questo delirio collettivo che deve insinuarsi e assumere il comando la professionalità di chi questo lavoro lo fa di mestiere.
I consulenti servono a questo. Ma i politici non lo sanno e, talvolta, nemmeno i consulenti stessi.

martedì 16 giugno 2009

Debutta OpenParlamento. Presenze, assenze, attività in Aula, leggi presentate: tutte le statistiche con un click

ROMA - Il più ribelle, tra i deputati, è Furio Colombo. Da quando è iniziata la legislatura, dicono i numeri, ha votato il 16,5 per cento delle volte (circa un voto su sei) in contrasto con il suo gruppo, il Pd. Il senatore più presente, invece, è Cristiano De Eccher (Pdl) che divide la prima piazza con il leghista Mandell Valli: entrambi hanno preso parte a 2114 sedute, tutte tranne una. Alla Camera, invece, si distingue per assiduità Gaetano Nastri (Pdl) che si è seduto in aula 3674 volte (su un totale di 3682) per una percentuale del 99,78 per cento. A offrire questi dettagli sull’attività dei nostri rappresentanti a chiunque sia interessato e a rendere più trasparente l’attività legislativa è un sito lanciato oggi: http://parlamento.openpolis.it/

I PIÙ E I MENO - Non c’è più bisogno di essere dei cronisti politici o di imbarcarsi in esplorazioni (sempre un po’ faticose) dei siti istituzionali per sapere cosa accade nelle aule legislative del Belpaese. Basta un clic e, in modo affidabile e chiaro, l’attività degli eletti diventa meno arcana e assume nuove forme. Ecco materializzarsi i ribelli, gli assenteisti, gli assidui ma anche gli stakanovisti, identificati sulla base di un indice dell’attività parlamentare che non tiene conto solo dei voti espressi ma anche degli atti presentati. Per la cronaca, nella contesa della solerzia, l’esito è bipartisan. Angela Napoli del Pdl primeggia tra i deputati più attivi mentre Donatella Poretti del Pd si afferma tra i senatori. Dai singoli ai gruppi, per quanto riguarda le presenze in aula a farla da padrona è la maggioranza. Alla Camera i primi 20 posti sono tutti appannaggio di Pdl e Lega. Mentre al Senato, i rappresentanti dei partiti di governo occupano 18 delle prime 20 posizioni. Un’assiduità, non mancheranno di far notare gli esperti, merito anche dei tanti voti di fiducia che costringono i parlamentari filogovernativi alla presenza.

NON SOLO CLASSIFICHE – Ma il gioco del confronto, per quanto divertente, è solo uno degli aspetti di OpenParlamento, e forse non il più importante. Il sito offre, organizzati modo semplice, tutti gli atti realizzati dalle camere e divisi per tipologia, con tanto di aggiornamento sull’iter. Non manca poi la lista delle votazioni fino al più minuto emendamento, comprensiva di esito, risultato numerico e statistiche accessorie. I dati, come spiega Vittorio Alvino, presidente di OpenPolis, associazione che gestisce il sito, sono recuperati automaticamente e in tempo quasi reale dai siti di Camera, Senato e Governo. «Solo che su quei siti non sono sempre agevoli da reperire e sono organizzati secondo una logica istituzionale. Mentre noi li strutturiamo partendo dall’ottica del cittadino. E soprattutto stimoliamo la partecipazione». Sì perché, registrandosi su OpenParlamento, è possibile intervenire commentando, segnalando, emendando i testi in una logica partecipativa. «L’idea – spiega Alvino – è quella di un social networking adattato alla politica». Sono previsti anche servizi a pagamento, come la possibilità di monitorare alcuni argomenti specifici e di essere aggiornati sui provvedimenti in materia. «È rivolto soprattutto a professionisti o soggetti del terzo settore che non possono permettersi un ufficio in parlamento».

GOVERNO APERTO – Iniziative come OpenParlamento si inseriscono in un filone che interessa, in modo crescente, tutto il mondo. In Gran Bretagna è attivo dal 2004 They work for you che monitora l'attività dei politici di Sua Maestà. Su scala europea è disponibile, fresco di lancio, EPVote, che osserva i rappresentanti nazionali in missione a Strasburgo. Dall'altra parte dell'oceano, inarrivabile per quantità di informazioni aggregate, si staglia Watchdog.net. Di Nancy Pelosi, speaker della Camera dei rappresentanti, ci dice per esempio, che ha presentato 1.929 disegni di legge, orientato il 52 per cento dei suoi voti a sinistra, parlato in aula 13 volte con una media di 866 parole a discorso.

IL RIBELLE – Tornando a casa nostra, il sito e le sue classifiche non mancheranno di far discutere. Per adesso, il titolo di «più ribelle» della Camera non sembra dispiacere a Furio Colombo. «E’ un segno di vitalità - ci dice -. In America i più ribelli sono quelli che hanno lasciato una traccia. Penso a Ted Kennedy che nel periodo di Bush si è spinto fino a votare da solo contro la guerra. E poi, è un aiuto al proprio partito. Io respingo l’idea che fare opposizione significhi collaborare con l’avversario». Un atteggiamento che trova riscontro in un’altra funzionalità del sito, quella che permette di visualizzare graficamente , attraverso delle mappe, la posizione di un parlamentare rispetto agli altri sulla base dei voti espressi. Colombo, in questa rappresentazione, sembra più vicino all’Idv che al Pd. Cambio di casacca in programma? L’interessato smentisce. «Questa – conclude – è una lettura superficiale. Su molti temi, soprattutto su quelli cari alla Lega, sono assai distante dal partito di Di Pietro». Ribelle sì, ma entro certi limiti.
Raffaele Mastrolonardo
15 giugno 2009(ultima modifica: 16 giugno 2009)

giovedì 4 giugno 2009

PANICO ELETTORALE

Sono questi solitamente i tre giorni fatidici in cui i candidati decidono:

1. Un'affissione selvaggia e notturna per coprire i manifesti degli avversari
2. La ristampa immediata di una quantità ingestibile di santini e flyer
3. Di assoldare dei millantatori che assicurano di essere in grado di portare tot numero di voti
4. Di chiudere la campagna elettorale con una manifestazione normalmente superiore ai loro mezzi
5. Di vendicarsi (cosa che poi non faranno) dei giornali e dei giornalisti che, a loro dire, li hanno trascurati e/o boicottati
6. Che alla prossima campagna elettorale aumenteranno gli spot alla televisione e alla radio
7. Di comprare (inutilmente, è troppo tardi) spazi a pagamento sulle testate giornalistiche
8. Di licenziare e di non voler mai più vedere almeno metà delle persone che hanno lavorato per loro durante questa campagna
9. Di non voler mai più vedere gli avversari (quasi sempre del loro stesso partito) che gli hanno teso tranelli e trabocchetti
10. Di lasciare il partito che li ha candidati nel caso in cui non venissero eletti
11. Che il loro leader nazionale di riferimento è inutile e dannoso.

Io, la "veterana"

http://www.termometropolitico.it/

lunedì 1 giugno 2009

L'IMPORTANZA DEL BOSS POLITICO

Per quanto l’apparato e i boss di turno possano apparire delle reliquie del passato, ancora oggi non è possibile prescindere dalla loro protezione per entrare e restare in politica. Sbagliare referente può tradursi per un politico di breve o lungo corso in una vera e propria debacle che talvolta può anche trasformarsi nella sua definitiva esclusione dalla vita politica.

La campagna elettorale permanente all’italiana alla quale nessun eletto può rinunciare se vuole mantenere la sua carica o procedere nella carriera politica, è quindi quella che ha come target i vertici del suo stesso partito.

Il politico italiano può, in teoria, ignorare nel corso il suo mandato gli elettori, ma non può permettersi di non sostenere la persona, il gruppo o la corrente vincente alla quale deve collegarsi e far riferimento se vuole che la sua carriera prosegua.

E’ qui che il politico esprime tutta la sua abilità che è essenzialmente di mediazione fra i diversi interessi politici, e talvolta anche economici, delle molteplici “anime” del suo stesso partito senza comunque dimenticare che più è vicino ai vertici nazionali in quel momento vincenti è più saranno alte le sue chances di mantenere e migliorare la sua posizione.

Il cosiddetto indipendente o cane sciolto ha oggi possibilità irrisorie di carriera politica a meno che non possieda delle doti da leader che gli consentano di aggregare altri soggetti e di far emergere il proprio talento che comunque dovrà confluire nel gruppo del referente in quel momento più autorevole. La carriera dell’indipendente è quindi una carriera a tempo, scandita dalla necessità del gruppo al potere, all’interno del partito, di ricompattarsi sui nominativi che hanno dimostrato, innanzi tutto, fedeltà.

Queste dinamiche non differiscono sostanzialmente da quelle dei partiti della cosiddetta Prima Repubblica. Il vero elemento di novità nella politica italiana del Duemila è l’accentuarsi della sua personalizzazione che impone al politico locale di cercare un rapporto, più o meno diretto, con il leader nazionale di riferimento. Dalla sua benevolenza, o da quella dei componenti del suo più stretto enturage infatti, molto spesso dipenderà il suo futuro politico.

Il vantaggio che può trarre un politico in carica da una costante presenza sui media del suo collegio elettorale è quella di essere valutato, al momento della scelta delle candidature, come un personaggio visibile e, in quanto tale, con maggiori possibilità di attrarre voti. Elemento questo che comunque, da solo, non è sufficiente per farsi ricandidare.

Da queste considerazioni è facile dedurre che il vero potere all’interno dei partiti, anche su base locale, è appannaggio di chi materialmente seleziona i candidati o ne segnala i nominativi al decisore finale. Questa prerogativa, che normalmente coincide con la carica di coordinatore o segretario locale del partito (a quello nazionale è delegato il compito di selezionare i candidati deputati e senatori e di ratificare le nominations di livello inferiore) appartiene di solito a un eletto la cui abilità non consiste tanto nel raccogliere voti – se valesse questo criterio i coordinatori dovrebbero essere coloro che hanno ottenuto il numero maggiore di preferenze -, quanto nella capacità di aggregare attorno alla sua persona un buon numero di sostenitori fra gli iscritti al partito sul territorio di cui ha competenza.

Questo spiega, in parte, la riemersione di molti politici di lungo corso che avevano militato in partiti a.T. (ante Tangentopoli) e il cui valore è dato dalla conoscenza delle modalità a cui ricorrere per aggregare consenso fra gli iscritti e, non dimentichiamolo anche se i partiti fingono di considerarla un’eresia, raccogliere tessere.

Sono proprio questi ultimi - grazie alla loro esperienza che in politica è un valore -, che possono far valere il loro legame con il territorio e che, potendo contare su quanti aderivano al loro partito originario (soprattutto Psi, Dc e Pci) e che li hanno seguiti in quelli della seconda repubblica, hanno maggiori possibilità di essere referenti di un gruppo che a sua volta influirà su altri iscritti per garantirne l’elezione nel corso dei diversi congressi. Eventi, questi ultimi, durante i quali normalmente vengono ratificate decisioni e cariche stabilite in precedenza e frutto di accordi fra le diverse anime del partito più riconducibili ai nuovi concetti di maggioranza e minoranza che alle correnti di antica memoria che presupponevano un personaggio di riferimento (sub leader) talvolta in conflitto e talvolta organico alla segreteria del partito. Le anime o componenti non si connotano più in base a variabili ideologiche, come accadeva appunto nelle correnti (ancora presenti a livello nazionale nei partiti storicamente più ideologizzati), ma al carisma – innato o assegnato per via politica -, di personaggi ai quali viene riconosciuto lo status di referente. Si tratta in questo caso di leader locali la cui vittoria dell’uno sull’altro dipende dalla rispettiva capacità a coagulare consensi e le cui contrapposizioni emergono nella spartizione delle cariche.

Un’ulteriore campagna silenziosa quanto invisibile, e anch’essa tutta giocata sulle relazioni interne, è quella che l’eletto deve svolgere nei confronti dei referenti degli altri partiti della coalizione. Si tratta in questo caso di tessere relazioni con i decisori, o con le persone loro più vicine ed influenti, al fine di garantirsi la loro disponibilità, o quanto meno la loro neutralità, nel momento in cui saranno riconsiderate le candidature. Le quote di spartizione dei seggi all’interno delle coalizioni vengono normalmente decise a livello nazionale tenendo conto delle percentuali di voto ottenute dai diversi partiti in quel particolare territorio, ma non è insolito che ci siano delle aree nelle quali dei partiti, all’interno delle stessa coalizione, rivendichino spazi maggiori motivando la richiesta con la necessità di mantenere alta la loro visibilità (è il caso in cui il partito dispone di un leader molto popolare in quel collegio) oppure, come accade più frequentemente, per compensare la cessione di posti a favore degli altri partiti in fase di assegnazione delle cariche di nomina politica. E’ il caso in cui a un determinato partito sia assegnata ad esempio la presidenza di un significativo organismo regionale e chi vi ha rinunciato ponga come condizione una candidatura eccellente nella successiva tornata elettorale.

La capacità di organizzare tutti gli elementi che contribuiscono alla definizione delle candidature e che quindi consentono di prevedere, con buona approssimazione, i risultati finali in termini di suddivisione geopolitica del territorio, è prerogativa dei leader locali riconosciuti come tali da tutte le componenti, oltre che del loro partito di riferimento, anche da quelle dei partiti che compongono la coalizione.

Nel caso in cui un collegio esprima più leader di partiti diversi della stessa coalizione, la conflittualità fra questi può creare serie difficoltà alla tenuta della stessa con ricadute sulla scelta finale della candidature che, per sedare le tensioni, finiscono per privilegiare profili politici scadenti o comunque incapaci di mettere in ombra il leader preesistente.

E’ questo uno dei motivi per i quali talvolta la qualità di alcuni candidati eccellenti, come quelli alla carica di Sindaco o di Presidente della provincia, non è politicamente elevata dal punto di vista degli elettori ma è molto buona per i suoi sponsor politici che lo classificano come un soggetto gestibile. Si tratta di un attributo, che per altro può essere confermato solo nel tempo, essenziale per mantenere inalterata l’immagine del leader locale e conseguentemente anche il potere di cui dispone e che aumenta via via che riesce a sistemare le sue pedine nei diversi organismi territoriali.

Nel momento in cui un eletto non fosse più controllabile, a farne le spese sarebbe proprio il leader responsabile di quella candidatura e che inizierebbe a registrare una serie di sconfitte che potrebbero innescare l’emersione di disagi e di insoddisfazioni proprio in coloro che riteneva essere suoi uomini. E’ in funzione di questi meccanismi che l’attività di un leader locale consiste prevalentemente nel tessere rapporti e mitigare le tensioni nel gruppo e fra i gruppi che tendono a formarsi nel confronto politico, per garantirsi un terreno favorevole nel momento in cui dovrà compiere delle scelte strategiche la più importante delle quali è certamente, come si è visto, l’assegnazione delle candidature.

Per quanta abilità in acrobatismi diplomatici possa dimostrare chi deve dire l’ultima parola nella stesura della lista dei candidati, è inevitabile che si crei un drappello di esclusi insoddisfatti che non esitano ad aprire le ostilità verso chi ritengono responsabile della loro non certo facile condizione di sconfitti a priori.

I tradimenti più dolorosi sono quelli inflitti a politici in carica oppure a quelli da tempo, spesso addirittura dalla precedente tornata elettorale, in lista d’attesa. E’ certo che la visibilità personale sul territorio gioca un ruolo importante per l’inserimento nelle liste elettorali ma è altrettanto vero che l’elemento decisivo è rappresentato dalla dedizione al leader e al suo gruppo. In assenza di questa virtù è inevitabile la collocazione nel girone degli ingovernabili, categoria fra le più temute da chi vuole mantenere il controllo politico del collegio elettorale.

Non è perciò infrequente il caso di potenziali ottimi amministratori la cui carriera sia stata precocemente stroncata a causa delle loro intemperanza politica. Evento che in Italia si è rinnovato a tutte le latitudini dopo il 1994 quando, immaginata superata la famigerata Prima Repubblica con il suo carico di partitocrazia, a scendere in campo fu – distribuita in tutti i partiti -, una schiera di rappresentanti della cosiddetta società civile.

Di questi in circolazione, all’inizio del secondo millennio, sono rimasti ben pochi ed esattamente coloro che si sono dimostrati più organici ai partiti o che, soprattutto nelle aree urbane più importanti, hanno raggiunto una visibilità da consentire loro una discreta autonomia. Gli altri, e non erano pochi, si sono autoesclusi o sono stati respinti dal sistema politico perché non omologabili a se stesso. Vincenti, sia pur tardivi, si sono dimostrati nel tempo i più pazienti, quanti cioè, politicamente attempati, hanno colto l’opportunità di defilarsi nel momento di maggior turbolenza e attendere, in una posizione apparentemente passiva, un riallineamento del sistema con la comparsa di movimenti politici via via sempre più strutturati sino ad assumere le fattezze di quei partiti dai quali avevano preso strategicamente una prudente distanza.

mercoledì 20 maggio 2009

LE SPESE DEI PARLAMENTARI ITALIANI SONO SOLO UNA NOTA


Il rimborso spese per il parrucchiere delle onorevoli senatrici è stato l'ultimo a finire nel calderone delle astute sconvenienze da cancellare. Certo, pesa "solo" per 81 mila euro l'anno. Certo, non indecente come i filmini porno del marito del ministro dell'Interno britannico messi a carico del bilancio. Certo, non come gli specchi inseriti in nota spese dal deputato inglese Richard Younger Ross, ma anche a Roma, che figura. Tanto che anche a Palazzo Madama, giusto pochi giorni fa, se ne sono accorti e allora il presidente Renato Schifani ha invitato a cancellare quella voce in bilancio. D'ora in poi, sottinteso, vadano a farsi belle a loro spese.
Non è ben chiaro invece se i senatori e gli "ex" che passeranno a miglior vita in questo 2009 potranno godere ancora del rimborso spese funerarie che nel 2008 ha pesato un po' troppo sui conti del Palazzo, 134.290 euro. La voce è inserita "per memoria", e in fondo non sarà un problema loro ma di chi dovrà far quadrare i conti.
Conti stracciati, conti allegri, conti che non quadrano ma chi se ne frega, nel nostro Paese. Altro che Inghilterra indignata per pochi spiccioli di note spese. Qui lo scandalo è codificato, è a norma di legge, è tanto palese da non destare, appunto, scandalo.
Benefit, rimborsi a go-go, voli, treni, navi, Telepass e corsi di lingua e buvette e ristorante a 8 euro. Non è più tempo da viaggi in Tanzania della commissione Lavoro di Montecitorio per "studiare il sistema pensionistico del paese dell'Africa orientale", ricordo appannato di qualche anno fa. Come pure l'onorevole Lorenzo Cesa non proporrebbe più l'indennità per ricongiungimento familiare, come si azzardò a ipotizzare quando, nella rovente estate 2007, il suo partito venne segnato dallo scandalo del deputato Cosimo Mele, la prostituta in albergo, l'uso (sospetto) di cocaina. Adesso ci si accontenta di piccole cose, ma è il pensiero quello che conta. L'ultimo lo hanno avuto i tre questori della Camera guidati da Francesco Colucci (Pdl) ed è planato ieri mattina sulla casella postale dei 630 deputati sotto forma di lettera-invito a "usufruire di un corso di 15 ore di lezioni individuali di informatica da 1,5 ore cadauno" che si svolgeranno a Montecitorio. Costo risibile da 235 euro a testa, il resto lo mette la Camera, ovvio.
Quisquilie, appunto. Sarebbe bello invece sapere anche qui da noi come il deputato utilizza i 4.003 euro mensili che il Parlamento gli mette in saccoccia ogni mese come "rimborso spese di soggiorno". Certo, magari anche l'elettore italiano vorrebbe sapere almeno dove risiede il suo onorevole di riferimento, quando trascorre quei tre giorni nella Capitale. Per esempio se lo utilizza tutto, il suo budget da diaria extra stipendio. O che ne fa di quell'altro da 4.190 euro al mese che gli viene erogato proprio a titolo di "rimborso spese". Qualcuno non vorrà mica sospettare che una parte di quei soldi o addirittura tutti finiscano nel conto in banca dell'onorevole? Sospettosi o malpensanti. Qui la nota spese è bandita, il piè di lista è sconosciuto. Le Camere pagano anzitempo, pagano sulla fiducia, pagano a forfait. Non c'è nulla da scoprire. Altro che dimissioni dello Speaker del parlamento inglese.
Che ridere, il milione di sterline per colpa del quale Westminster sta precipitando nello scandalo, col suo carico di rimborsi gonfiati dai deputati. Che ridere, perché Montecitorio e Palazzo Madama, in questo 2009, distribuiranno ai nostri 630 deputati e 322 senatori rimborsi spese destinati sulla carta a viaggi, diaria e segreterie per qualcosa come 96 milioni di euro, parenti molto vicini di 100 milioni. E il tutto, va da sé, senza chiedere lo straccio di una prova documentale che attesti se davvero saranno utilizzati per gli scopi "istituzionali". Sono 72 milioni di euro alla Camera e 24 milioni al Senato. E va da sé, che quegli 8.190 euro mensili ai deputati e 8.678 mila euro ai senatori sono solo, appunto, rimborsi. Nulla a che fare con le indennità da 5.500 euro, lo stipendio in senso stretto.
"Uno scandalo come quello britannico da noi è impensabile - racconta un grande conoscitore del Palazzo come Gabriele Albonetti, deputato questore già da due legislature - Al di là dell'eticità del comportamento di deputati e senatori, la questione è tecnica. Da noi, non esiste la nota spesa, la Camera e il Senato affidano una somma, diciamo così, sulla fiducia. Sarà poi l'onorevole a gestirla a suo piacimento". Nulla da spiegare e nulla da giustificare. Né gli alberghi, né i ristoranti, né le segreterie, né - chiamiamoli così - gli "extra" molto extra. Come non sono da rendicontare gli oltre 4 mila euro al mese (4.678 al Senato) erogati a ciascun onorevole per i cosiddetti portaborse. Col risultato ormai arcinoto che buona parte degli assistenti sono sottopagati o pagati in nero. Ieri il Consiglio dei presidenza del Senato, prossimamente quello della Camera, ammetteranno l'ingresso dal primo luglio solo per i portaborse dotati di badge, rilasciato dietro esibizione di regolare contratto. Ma molti dei ragazzi, in questi giorni, ti raccontano come alcuni dei loro onorevoli siano pronti a far sottoscrivere loro un contratto da addetto alle pulizie del gruppo parlamentare, che ne possa comunque consentire l'ingresso quotidiano a Palazzo e continuare come sempre. Come sempre in nero.
Un po' di pulizia, va detto, la si sta pure facendo. Al Senato hanno cancellato i 730 mila euro sborsati, tra l'altro, per garantire un ufficio ai senatori rimasti privi di scrivania. O i 690 mila euro che sono parte della voce "rimborsi spese telefoniche". Ha fatto pure scalpore scoprire in questi giorni che i 1.058 "ex" senatori per fortuna ancora in vita costano però 1 milione 726 mila euro per viaggi in treni, aereo o per passaggi autostradali, al netto, ovvio, del vitalizio. Platea di beneficiari ridotta ora a 291 in uno slancio di austerity. Rigorismo che ancora non ha scalfito l'Asis, l'assistenza sanitaria garantita ai senatori e ai deputati e ai loro familiari. Basta pagare 25 euro al mese per ciascun figlio o consorte, ma anche - magia del Parlamento - per il convivente, e ogni cura è assicurata. Gratis. Perché la coppia di fatto che le Camere non hanno mai voluto riconoscere, lì dentro esistono, eccome, da tempo. Per l'esattezza dal 1985, quando è stata approvata la legge 687. Qualche sprovveduto Don Chisciotte, di tanto in tanto, prova pure a divertirsi e ad agitare le acque. In questa legislatura la dipietrista Silvana Mura, con un ddl che prevede tra l'altro la riforma del sistema dei rimborsi, da erogare solo dopo l'esibizione delle spese effettive. "Ma, per usare un eufemismo - racconta - non ha suscitato grandi entusiasmi tra i colleghi".
Fuori dai confini, qualche italiano finora ha potuto fare il furbo nell'Europarlamento. Tratta Bruxelles-Roma (o Milano) rimborsata forfaittariamente per la business class in base al chilometraggio. Quando invece era notorio che molti dei nostri 78 (come tanti altri) viaggiavano in low-cost. E lì, via con la cresta. Da luglio però, col nuovo Parlamento, si cambia registro: rimborso solo dei biglietti effettivamente acquistati. Il rimborso spese per lo staff viaggia sui 17 mila euro mensili. Non sarà per sfiducia, ma il tesoretto lì non lo fanno transitare dalla busta paga dell'onorevole. È a disposizione e le somme le paga direttamente il Parlamento agli assistenti che dimostrano con contatti e contributi di prestare servizio per il deputato. Rigore e trasparenza che i portaborse italiani sono costretti per ora solo a sognare.

Di Carmelo Lopara per il Corriere della Sera del 20 Maggio 2009

mercoledì 6 maggio 2009

8 mila euro al mese ai commessi del Senato


Ottomila euro lordi al mese per quindici mensilità. È la pensione spet­tante a quel commesso del Se­nato che giusto una decina di giorni fa ha deciso di lasciare il lavoro. All’età di 52 anni. Il più recente protagonista di un inarrestabile e costosissi­mo esodo. Leggendo il bilancio di pre­visione 2009 approvato il 21 aprile dal consiglio di presi­denza di palazzo Madama si scopre che negli ultimi due anni i costi per pagare le pen­sioni sono letteralmente esplosi.

Fra il 2007 e il 2009 sono passati da 77,8 a quasi 90 milioni, con un aumento del 14,3%. Ma se si escludono le pensioni di reversibilità, quelle cioè pagate ai supersti­ti, la progressione è stata an­cora più violenta: +15,6%. Die­ci milioni e 800 mila euro in più. Quest’anno, sempre se le previsioni saranno rispettate (ma di solito le stime sono in difetto) la spesa per le sole pensioni «dirette» sfiorerà 80 milioni. Esattamente 79 mi­lioni e 950 mila euro. Cifra che divisa per 598 dipendenti pensionati fa, tenetevi forte, 133.695 euro ciascuno. Vale a dire, quindici volte e mezzo l’importo di una pensione me­dia dell’Inps. Inoltre, detta­glio non trascurabile, le pen­sioni del Senato seguono la dinamica degli stipendi di pa­lazzo Madama. È stata la crescita abnorme di questa voce che ha impedi­to al Senato di rinunciare, co­me invece hanno fatto Came­ra e Quirinale, all’adeguamen­to all’inflazione programma­ta per il prossimo triennio? Chissà. Certamente è vero che l’aumento della spesa per le pensioni dei dipendenti si è mangiato quasi tutte le sfor­biciatine fatte al bilancio di palazzo Madama.

Tanto per fare un esempio, la maggiore spesa previdenziale equivale a più del doppio del rispar­mio sui contributi ai gruppi parlamentari dovuto alla ridu­zione del numero dei partiti presenti in Senato. Ma non è che a Montecito­rio la pressione di chi vuole andare in pensione sia meno forte. Fra il 2007 e il 2009 l’au­mento della spesa della Came­ra per questo capitolo è stato infatti del 14,2%. Quest’anno le pensioni dirette e di rever­sibilità graveranno sul bilan­cio di Montecitorio per 191 milioni, circa 24 milioni in più rispetto al 2007. Quale può essere la molla che ha fatto scattare questa fuga ormai evidente? Forse il timore di un nuovo giro di vi­te particolarmente doloroso, che metterebbe in crisi i privi­legi sopravvissuti a tutti i ten­tativi di riforma? Non è affat­to da escludere.

Al Senato, per esempio, chi è stato as­sunto prima del 1998 può an­cora oggi, nel 2009, andare in pensione a 50 anni di età, sia pure con una penalizzazione del 4,5%, a condizione che ab­bia raggiunto quota 109: la somma dell’età anagrafica, degli anni di contributi e del­l’anzianità di servizio al Sena­to. Con 53 anni di età e la stes­sa quota 109 la pensione (80% dell’ultimo stipendio) è assicurata senza alcuna pena­lizzazione. Da tenere presen­te che i dipendenti entrati in Senato prima del 1998 sono la maggioranza, 609 su 1.004. E che la loro pensione si calco­la con il vantaggiosissimo si­stema retributivo puro, cioè in percentuale dello stipen­dio, anziché con il sistema contributivo (in rapporto ai contributi effettivamente ver­sati) stabilito dalla riforma Di­ni del 1995 per tutti i lavorato­ri comuni mortali. Con lo stesso sistema retri­butivo sarà calcolata anche la pensione degli assunti a pa­lazzo Madama dopo il 1998, in tutto 395. Per loro tuttavia il consiglio di presidenza ha deciso lo scorso agosto che scatta il limite minimo d’età di 57 anni. Aspetteranno un po’ di più per avere una pen­sione da leccarsi i baffi come già hanno avuto i loro colle­ghi più fortunati. Ma il fami­gerato sistema contributivo prima o poi arriverà anche in Senato. Sarà applicato a tutti gli assunti dal 2007. Quanti sono? Per ora, zero.

Sergio Rizzo sul Corriere della Sera 6 maggio 2009

mercoledì 4 marzo 2009

Greenberg vs. Penn: When Pollsters Attack!

Twice in his career, Democratic pollster Mark Penn has replaced Stanley Greenberg as the top pollster for a major national political campaign, first in Bill Clinton's presidential reelection effort and later during Tony Blair's bid for a third term as prime minister. Their long-standing rivalry turned ugly last week, as the Democratic polling titans traded accusations across the blogosphere following publication of Greenberg's book, "Dispatches From the War Room: In the Trenches With Five Extraordinary Leaders."

In the book, Greenberg criticizes Penn's work for Blair, calling his methods "errant" and "rigged." He adds that Penn's failure to provide "the information normally delivered by a professional research organization" betrayed his client, boxing Blair into the pursuit of a mythical "married mums" vote.

Greenberg also has choice words for Penn's recent book "Microtrends: The Small Forces Behind Tomorrow's Big Changes," intoning, "If I ever come to think about my work in such terms, then take me out and shoot me."

Asked by Mark Blumenthal of pollster.com to respond, Penn didn't hold back, accusing Greenberg of one of the most embarrassing failings in Washington: "Stan didn't [have the information] because he was not in the loop." He later added that Greenberg's attack amounts to "more sour grapes than reality."

The crossfire has upended the typical public chumminess of Washington's pollerati. From across the pond, Philip Gould, who as an adviser to Blair's Labour Party worked with both men, tried to mediate, e-mailing pollster.com that Greenberg and Penn "are very different pollsters ... but both have significant contributions to make."

Try telling them that.

By Jon Cohen

sabato 11 ottobre 2008

PUSTETTO'S JOB


PR Consultant

During her first months in office, Alaska Gov. Sarah Palin kept a relatively light schedule on her workdays in Juneau, making ceremonial appearances at sports events and funerals, meeting with state lawmakers, and conducting interviews with Alaska magazines, radio stations and newspapers.
But this spring, Palin's official calendar chronicles an extraordinary rise to national prominence. A fresh face in Republican politics, she was discovered by the national news media at least in part because of a determined effort by a state agency to position her as an oil and gas expert who could tout Alaska's determined effort to construct a natural gas pipeline.
An outside public relations expert hired under a $31,000 contract with the state Department of Natural Resources pitched the "upstart governor" as a crusader against Big Oil, a story line that Palin has adopted in her campaign as Sen. John McCain's running mate. The contract was the only time the Palin administration hired an outside consultant to set up media interviews, a function performed in many states by government employees.
At the state Capitol, Palin agreed to be "shadowed" for days by some national reporters, and her dealings with the legislature dropped off so dramatically that some House and Senate members donned red-and-white "Where's Sarah?" buttons to show their disapproval. But her high-visibility campaign paid off, helping Palin win notice from political pundits, who began including her on lists of long-shot choices for the GOP vice presidential spot.
"We were glad she was out there promoting energy development," said Alaska state Rep. Jay Ramras (R), an occasional critic of Palin. "Who would have guessed the self-promoting element would have led to such an improbable move, to place her on the ticket, but it worked."
Palin's gubernatorial calendar, obtained by The Washington Post under the Alaska Public Records Act, adds to the understanding of Palin as a political phenomenon, a governor from an obscure state who exploded onto the national stage after just 21 months in office. While many factors played a role in Palin's rise, including her background in broadcast journalism and the appeal of her life story, she also benefited from expert counsel on how to take her message to a national audience.
Palin made energy a priority as she took office in December 2006. Much of her time was devoted to discussions of a proposed 1,700-mile pipeline that would deliver natural gas from the North Slope of Alaska to the lower 48 states. The issue had long been controversial, but Palin vowed to tackle it without making too many concessions to oil companies. Her first contact with Washington came on Jan. 17, 2007, when the vice president called her to discuss the project, the calendar shows.
In early January 2007, Palin met with Marathon Oil executives, and the next month, while attending a meeting of the National Governors Association in Washington, she met privately with Exxon Mobil executives, including the president of production at the time. The conference also provided her first audience with President Bush, who hosted the governors at the White House.
But Palin's typical day during her first months in office was far more mundane, the calendar shows. Her schedule shows long gaps in her official business on school holidays, appearances at local events and festivals, and frequent out-of-town trips with a child or two in tow.
Meetings on the pipeline became regular features on her calendar, and the Department of Natural Resources wanted to heighten national attention on it, said Kurt Gibson, a member of Palin's oil and gas team. Despite the project's "unprecedented" nature, state officials were not attracting the interest of national media, he said.
"We are a small state far removed from major media markets. We needed someone with expertise. The objective was to raise national awareness of the project," Gibson said. "It benefits not just the state of Alaska, but Americans in general. We want the public to understand this."
Gibson said Palin was an articulate advocate for the project and "the best person to deliver that message."
The agency signed a contract last year with Marcia Brier, who is based in Needham, Mass. Brier's Web site says she has been a public relations expert for 20 years, working mostly with law and medical firms. She represented Bader al-Saud, the Saudi prince, in his plea deal on a vehicular homicide charge. Another Brier client is the law firm Greenberg Traurig, which is providing legal services to the state of Alaska on the pipeline and recommended Brier to state officials.
Reached by telephone, Brier confirmed that she worked with Palin, "but once she became the vice presidential nominee, I stopped."
Brier began pitching Palin for media interviews as early as October 2007, when an e-mail was sent to The Post.
The media campaign did not take off, however, until this year, after Palin announced that TransCanada was the only firm to meet the bidding requirements for the pipeline. As events unfolded, Brier pitched stories promoting Palin, casting her as the force behind creating the pipeline plan and convincing the legislature to go along.
Media pitches sent to The Post in mid-May were titled "Big Oil Under Siege" and "Alaska's Love-Hate Relationship With Big Oil." Each offered an interview with Palin.
"The announcement of the winning bidder for a new Alaskan pipeline is a major blow to ExxonMobil, BP, and ConocoPhillips, the three oil companies operating in Alaska," Brier's pitch said. "These companies have blocked construction of a new pipeline for decades. . . . But now, the new governor of Alaska has devised a way to circumvent Big Oil's delaying tactics."
Another pitch said: "Even Alaska's upstart governor, who has been key in pushing through the pipeline project that oil companies detest, depends on these very companies for her family income. Her husband, Todd, works for BP as a field worker."
Adding to the media's interest in the 44-year-old governor was the delivery of her fifth child, Trig, on April 18. Palin flew home from a Republican Governors Association meeting in Texas to have the baby at a Wasilla hospital, and the schedules show that she returned to work three days afterward. She resurfaced to attend a meeting on the pipeline at the Capitol.

McCain shows up twice on Palin's calendar during the months he was considering her as a potential running mate. In February, he hosted a gathering with governors at a Washington hotel during the Republican Governors Association's winter meeting. The next month, Palin promoted McCain at the Alaska Republican Party's annual convention in Anchorage, reading a letter from him that expressed his regrets for not being able to attend.
On May 22, Palin recommended that the legislature approve the selection of TransCanada for pipeline construction. That same day, Brier scheduled an interview for Palin with the New York Times. She also did telephone interviews with The Post, Fox News, Fortune magazine and "60 Minutes" this spring and summer.
In June, Palin called the legislature into special session to consider the pipeline proposal as well as her plan to give state residents $1,200 oil-dividends checks. The Wall Street Journal flew in to shadow the governor, her calendar shows.
Before long, the spotlight on Palin had expanded to include personal profiles and stories about her staunch opposition to listing polar bears as endangered. People magazine, which sent a reporter to follow her, featured her in a cover story with photos of her holding Trig.
Some lawmakers complained about the governor's preoccupation with media coverage, blaming it in part for her absence at the Capitol.
There also was some resentment that Palin presented herself as the driving force behind the pipeline. "This didn't happen because of one person," said state Rep. Beth Kerttula, a Democrat and House minority leader. "We saw changes because many, many people wanted them and worked for them." The legislature ratified the TransCanada proposal in August.
Larry Persily, an associate director in Alaska's Washington office until June and a former Anchorage Daily News opinion page editor, said the governor initially might not have known how to reach out to national media, but she was well versed in doing interviews from her experience with Alaska news outlets. By the time there was some national buzz on her, he said, she was ready, and an easy sell to reporters.
"The national media loves it when we make the news, because we are so weird out there" in Alaska, Persily said. "Editors across the nation started saying, 'Let's go find out who this woman is.' "
Gibson, the oil and gas team member, said the contract with Brier ended when McCain picked Palin.
"We'd achieved our objective with getting the national attention," Gibson said. "There was no need anymore to use state money to achieve that. She has the platform. She can deliver the message. She doesn't have a problem reaching out to the media."

mercoledì 16 luglio 2008

La solitudine dei socialisti

di Piero Ostellino

Stalin non voleva «nemici a sinistra». Così, aveva cambiato l'invocazione di Karl Marx — «Proletari di tutto il mondo unitevi» — nell'imperativo «Comunisti di tutto il mondo uniti» (sotto la bandiera imperiale dell'Unione Sovietica). Era la dura logica del «socialismo in un solo Paese». Dissoltasi la «grande menzogna», i superstiti del comunismo italiano non sopportano «concorrenti a destra». È la sottile logica del «riformismo in un solo partito». La Terza Internazionale comunista era nata in una prospettiva totalitaria. Chi ne stava fuori era un «rinnegato» (Lenin su Kautsky) o «fascista» (il Cremlino sui socialdemocratici tedeschi). Il Partito democratico invece è nato nella prospettiva pluralista di un'alternanza al potere fra forze democratiche. Chi ne sta fuori non è un eretico della stessa famiglia socialista, anzi; se mai, è solo scomodo perché testimone del fallimento della sola, grande eresia, quella comunista, consumatasi con la scissione di Livorno del 1921. Palmiro Togliatti si era adeguato al principio «nessun nemico a sinistra» — al punto di avallare l'assassinio di Trotzky e firmare la condanna a morte, l'uno e l'altra decretati da Stalin, dei dirigenti del Pc polacco — e all'imperativo «Comunisti di tutto i mondo uniti», tanto da esserne il mefistofelico interprete nel proprio Paese fino all'ultimo giorno di vita, in una clinica sovietica.

Antonio Gramsci, che, invece, ne diffidava, sarebbe morto in una prigione fascista, ignorato dallo stesso Togliatti e dimenticato dal Pci di cui era stato uno dei fondatori. Il Pd — che del partito togliattiano non ha né la lucida visione strategica né la perfida intelligenza politica — incarna la logica del «riformismo in un solo partito » da par suo; non fa nulla per rinsaldare i rapporti con il concorrente socialista, cui ha preferito l'alleanza elettorale con il giustizialista Di Pietro, sperando, piuttosto, che, prima o poi, «con calma e serenità», tiri le cuoia. Da Tangentopoli all'arresto di Ottaviano Del Turco, le vicende che hanno visto intrecciarsi le fortune degli ex comunisti del Pci e le disavventure dei socialisti del Psi sono intessute di questo singolare parallelismo. Da qui il senso di estraneità emerso in questi giorni nei confronti di un rappresentante autorevole del mondo socialista che qualcuno nel Pd abruzzese ha lamentato addirittura sia stato catapultato da Fassino. Da qui la tiepida reazione del Pd all'offensiva giudiziaria nei confronti di Del Turco, testimoniata anche dall'intervista di Luciano Violante pubblicata oggi su questo giornale. Fra la dura monocrazia del Pci di Togliatti e l'ascetico moralismo di Berlinguer, entrambi ostili al «nemico di sinistra», ma in eguale misura antisocialisti, da una parte, e il morbido e ambiguo riformismo dei loro successori nel Pds, nei Ds e, ora, nel Pd, che si sono rassegnati ad avere «nemici a sinistra», ma sono rimasti antisocialisti, dall'altra. Una specie di sorda continuità antisocialista, nella dichiarata discontinuità riformista, che consente al postcomunismo di sottrarsi a una scelta culturale, politica e, perché no, elettorale, nella speranza che siano le vicende giudiziarie «di alcuni socialisti» a risolvere la competizione col socialismo a proprio favore dopo che a sconfiggere il comunismo è stata la storia.

giovedì 26 giugno 2008

MESTI CONFORMISTI



Ho trovato questa irresistibile lettera, inviata al Foglio, di Massimo Fini. Da leggere. E rileggere.

Gentile Direttore,
mi si chiede, in concomitanza con la riedizione della raccolta dei miei articoli polemici, pubblicata nel 1990 da Mondadori coll’ironico titolo Il Conformista, di dire perché mai gli intellettuali italiani siano conformisti in modo così evidente e orripilante.
Ti confesso che non sono sicuro di avere una risposta. Innanzitutto la questione non riguarda solo la cultura italiana. È vero che già Foscolo distingueva fra i letterati, cioè gli artisti di Corte, e gli altri, e ne sapeva qualcosa, avendo dovuto finire la sua vita in esilio, a Londra. Ma anche il francese Julien Benda parla del Tradimento dei chierici e Dostoevskij nei Demoni fa una sferzante satira di Ivan Turgenev (mascherato nel libro sotto il nome di Stephan Trofimovic), classico intellettuale gradito al regime degli zar, mentre lui era costretto ad arrabattarsi scrivendo romanzi d’appendice per i giornali.
La questione è quindi, almeno tendenzialmente, universale. Né la si può liquidare semplicisticamente col fatto che l’intellettuale è irresistibilmente attratto dal Potere per puro cinismo e opportunismo. Tutta la lunga stagione delle ideologie è stata segnata dall’intellettuale engagée, l’intellettuale impegnato che in una di quelle ideologie credeva in buona fede. Erano i «compagni di strada» di cui Jean-Paul Sartre è stato l’esempio più famoso. Era l’epoca dell’egemonia della cultura di sinistra. Ma è anche vero che chi cercava, parzialmente o totalmente, di sottrarsi veniva massacrato dagli apparati del Partito comunista.
È quanto accadde ad Albert Camus, colpevole di aver denunciato, nel 1953, i lager staliniani. È quanto era accaduto, anni prima, a Ignazio Silone, inviso alla destra in quanto comunque ex comunista e alla sinistra perché abiuro. È quanto toccò a Giuseppe Berto che nonostante vendesse i suoi libri a centinaia di migliaia di copie, fu emarginato e costantemente osteggiato dalla cricca dei Moravia, degli Eco, dei Milano (critico dell’Espresso, sia ricordato per i più giovani). E persino Pier Paolo Pasolini dovette fingersi comunista, per sopravvivere, pur essendo nella sostanza un reazionario e un tradizionalista nostalgico di una cultura popolare che veniva pian piano strangolata e assassinata dall’avanzare dell’omologazione globalizzante (si rileggano Descrizioni di descrizioni, Einaudi).
Ma suppongo, Direttore, che la tua domanda riguardi il conformismo degli intellettuali italiani di oggi. Be’, ammesso che io sia un pulpito credibile, penso di poter dire che morte le ideologie, cioè le motivazioni ideali, oggi tale conformismo ha le sue radici solo nell’opportunismo, nel voltagabbanismo, nella viltà. In una stagione in cui, in realtà, non c’è più alcuna vera differenza fra destra e sinistra, avendo accettato entrambe il libero mercato, il modello di sviluppo a stelle e strisce e, insomma, la Modernità (il che forma quel «pensiero unico» di cui tanto si parla senza sapere che cos’è), si sta con l’una o con l’altra a seconda della propria convenienza e del trasformismo che è, esso sì, un’antica consuetudine italiana. Diventata, in questi ultimi anni, la destra egemone politicamente, abbiamo assistito a transumanze, a immigrazioni intellettuali più impressionanti di quelle dei boat people.

Non c’è intellettuale che, dichiarandosi radicalmente avverso al Regime, non abbia accettato un posto nel consiglio di amministrazione Rai. Che del Regime, di qualsiasi regime, è il centro (gli intellettuali sono dei segaioli con mogli orrende, e non possono resistere alla tentazione di poter ricattare qualche ragazza in cambio di una particina in una fiction).
Inoltre, in termini più generali e meno pecorecci, mi pare che sia scomparsa, soprattutto nel giornalismo, la figura del «bastian contrario», cioè di quella foglia di fico di cui i Direttori si servivano per coprire le proprie vergogne, ma alla quale era permesso di trasmettere opinioni eterodosse e aliene che, giuste o meno che siano, sono comunque vivificanti e stimolanti per una cultura che non voglia asfissiarsi in se stessa. Questa funzione hanno avuto, ognuno a modo loro, Indro Montanelli, il Bocca dei tempi migliori e lo stesso Pasolini. E qui trovo, oggi, una differenza con i nostri cugini francesi e con gli americani. In Francia o negli Stati Uniti non ci sono mai stati dubbi sul fatto che intellettuali e scrittori radicalmente ostili al sistema, come Baudrillard, come Virilio, come Gore Vidal, come Susan Sontag, come il cupo Noam Chomsky, avessero pieno diritto di cittadinanza nell’intellighentia nazionale.
Da noi no. Chi non fa parte delle bande della destra o della sinistra è fuori dal circolo, è escluso dal dibattito nazionale, è un paria, uno che non esiste, sul quale viene stesa una coltre di silenzio che è la sorte che tocca - come prevedeva Montanelli nella prefazione al mio Il Conformista - «ai conformisti che non si conformano».

Massimo Fini

sabato 24 maggio 2008

My lesson

Quando dico che un tizio è un pessimo candidato non intendo dire che sarà un pessimo amministratore. Il mio giudizio attiene al modo in cui comunica durante la campagna elettorale non solo attraverso il programma (basta!!!) ma soprattutto attraverso il suo comportamento che si traduce nel tipo di rapporti che intrattiene con i partiti, le formazioni e i candidati che lo sostengono, nel modo in cui si confronta con gli avversari e, più in generale, con l’immagine di sé che trasferisce all’esterno.

Ebbene, ancora sto parando le frecciate che mi giungono dalla coalizione (perdente) il cui candidato non era esattamente quello che i manuali definiscono, anzi, il mio manuale definisce come “perfetto”.

E quando coloro che lo avevano sostenuto si accaniscono nel ripetere che era il miglior candidato possibile non intendono quel che intendo io. Per farla breve succede che dalle mie parti viene candidato a sindaco un signore un po’ agè ben conosciuto tra i redivivi della prima repubblica, che se la deve contendere con un altro tizio il cui vantaggio competitivo è semplicemente quello di essere il rettore dell’Università nonché l’ospite fisso, per qualche anno, di “Che tempo fa”. Non è che io di Fabio Fazio vada matta (ma è molto, molto carino e gentile) ma mi è piuttosto chiaro quanto si siano gonfiati i petti dei miei concittadini vedendo che per anni il “loro” rettore sia stato pappaeciccia con un personaggio televisivo a dir poco gradevole (e da me adorato ai tempi di Quelli del calcio, con i gol e tutto il resto vissuti attraverso gli occhi degli altri).

E torniamo alla competizione elettorale: il dott. che sfida il prof., per quanto astuto, abile, lesto di mente, poco può contro chi ha scorazzato negli schermi televisivi e indossato l’ermellino.

E infatti il “magnifico” è stato alla fine eletto e non è detto affatto che sarà un buon amministratore. E nulla mi vieta di ritenere che forse lo sconfitto avrebbe gestito meglio di lui strade, parcheggi e rom.

Che cosa poteva fare il dott. per colmare il gap che lo distanziava dal prof.? Il mio parere è che avrebbe dovuto dimostrarsi più glam del magnificent, più raffinato, più conservative chic e decisamente smart. Invece si è preoccupato di mantenere le distanze dai partiti, di credere nelle liste civiche (a quando la loro eliminazione per decreto?) e di assumere l’aria del vicino di casa. Quello che alla mattina si incrocia in ascensore mentre scende in cantina a prendere la bicicletta e alla sera mentre rincasa dalla corsa sudaticcio e con la maglietta con lo sponsor (!).

Eppoi, un candidato “perfetto” tra il primo e il secondo turno non si diletta a disegnare ipotetiche giunte ma si toglie la maglietta, scende dalla bicicletta e – in giacca e cravatta (deve risultare più smart del fabulous) - se ne va a bussare alle porte e a chiedere quel voto indispensabile per colmare i cinque punti di differenza che lo distanziano dal wonderful. Perchè altrimenti succede, ed è successo, che tutti quelli che si ritengono intelligenti (e sono la maggioranza) alla fine corrano a votare per quello che considerano il loro omologo e ovvio rappresentante. Terrific!

giovedì 22 maggio 2008

Ma non finiscono così anche i consulenti?


Piero Longo, almeno lui ha parlato chiaro. «Con questo sistema elettorale non siamo eletti, ma nominati», ha dichiarato durante una udienza del processo Mills l’avvocato del premier Silvio Berlusconi, apprestandosi a diventare senatore. Non che l’andazzo fosse molto diverso con la vecchia legge elettorale: in quel caso c’erano i cosiddetti collegi sicuri, e anche allora in Parlamento entrava (nella stragrande maggioranza dei casi) chi decideva la segreteria di partito. Però la forma, almeno quella, era salva. Adesso nemmeno quella. Il Parlamento è diventato sempre più una questione personale dei leader politici, che possono gratificare a loro piacimento gli amici e i fedelissimi con un seggio alla Camera o al Senato. E Longo è soltanto l’ultimo caso: prima di lui, del resto, altri avvocati del Cavaliere sono diventati onorevoli.

Pur conoscendo le assurdità di questa legge elettorale, questa volta era tuttavia legittimo aspettarsi qualcosa di più. Almeno qualche segnale di ricambio, anche se deciso dall’alto: non fosse altro per le polemiche che avevano investito un sistema politico sempre più ingordo e autoreferenziale, a destra come a sinistra. Uno sguardo agli elenchi dei parlamentari della sedicesima legislatura fa invece sgorgare un fiume di domande.

Per esempio, se possa considerarsi un atto di ricambio politico la «nomina» a senatore di Salvatore Sciascia, già tributarista di Berlusconi, attualmente presidente della Holding italiana quattordicesima, una degli scrigni nei quali sono custodite le azioni della Fininvest, nonché vicepresidente della Immobiliare Idra, la società che gestisce le ville del premier, destinatario di una condanna definitiva a un paio d’anni per le tangenti alla Guardia di finanza. Oppure se fosse proprio necessario mandare in Senato anche il vicepresidente di Mediolanum, Alfredo Messina. E passi per Mariella Bocciardo, ex cognata del Cavaliere (è stata la consorte del fratello Paolo Berlusconi) che nel curriculum si definisce «dirigente di partito », come pure per Sestino Giacomoni, per anni prima portavoce e poi factotum dell’ex ministro Antonio Marzano: entrambi erano già parlamentari dal 2006. Passi anche per Silvio Sircana, fedelissimo portavoce di Romano Prodi: anche lui era già deputato. Ma che cosa ha determinato la candidatura a Montecitorio di Deborah Bergamini, ex direttrice del marketing della Rai ed ex assistente personale del Cavaliere?

Che dire poi della nomina, sempre alla Camera, dell’ex capo della segreteria politica di Claudio Scajola ed ex commissario della Cit Ignazio Abrignani? E di quella dell’ex consigliere politico dell’ex ministro della Difesa (di centrosinistra) Arturo Parisi, Pier Fausto Recchia? Oppure del fatto che nella lista dei neoparlamentari si trovino anche i nomi dell’efficiente ex portavoce dell’ex ministro della Difesa Antonio Martino, Giuseppe Moles e del bravissimo braccio destro di Giulio Tremonti, Marco Milanese? O ancora, erano proprio ingiustificate le polemiche che hanno accompagnato la nomina alla Camera di Luciana Pedoto, già segretaria particolare del ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni, esponente di spicco del Partito democratico, che si professa «non raccomandata»? E si potrebbe andare avanti ancora, con una doverosa precisazione: se questi casi appaiono più numerosi nel centrodestra, dipende anche dal fatto che lo schieramento di Berlusconi conta un bel numero di parlamentari in più rispetto all’opposizione.

Per carità, siamo certi che in Parlamento tutti quanti si faranno onore, indipendentemente dagli sponsor. Qualche dubbio invece, esiste, eccome, sul fatto che questo sia il modo migliore per rinnovare la classe politica.

mercoledì 14 maggio 2008

TODAY

Invito

TAVOLA ROTONDA

LA COMUNICAZIONE HA VINTO O PERSO LE ELEZIONI?”

Analisi e riflessioni su stili, miti e modelli della nuova politica

MERCOLEDI’ 14 MAGGIO

ORE 17

SALA CONVEGNI DELLA CAMERA DI COMMERCIO

PIAZZA VENERIO

UDINE

Ne discutono

Marco Cucchini Politologo

Fabio de Visintini Università di Udine

Gabriele Qualizza Sociologo

Maria Bruna Pustetto Political Observer

Riccardo Rudelli Consulente Politico

Dibattito

Drink


martedì 6 maggio 2008

Grande è la confusione sotto il sole e la situazione NON è eccellente

Sono trascorsi tre anni da quando in Italia si svolsero le elezioni che segnarono un grande successo del centrosinistra in quasi tutte le regioni e particolarmente nel Sud continentale. Sono trascorsi due anni dalle elezioni politiche che diedero la vittoria di misura all’Unione prodiana. E solo due anni addietro, nelle elezioni comunali di Roma, Veltroni ottenne il 67 per cento dei voti, mentre Alemanno si fermò al 33 per cento. Eppure, a leggere alcune analisi dei risultati elettorali del mese scorso, sembra che la destra abbia vinto non tanto per gli errori politici e di comportamento dei partiti del centrosinistra e del governo che esprimevano, ma perché il mondo che li circonda e condiziona è radicalmente cambiato.

Eugenio Scalfari nel suo editoriale domenicale ha scritto: «Io credo che l’emergere elettorale del centrodestra e la rivoluzione parlamentare che ne è seguita siano state largamente determinate dal nuovo atteggiarsi delle forze produttive, lo sgretolarsi dei tradizionali blocchi sociali, la scomparsa delle classi, il frazionarsi degli interessi fino alla loro completa polverizzazione». Dubito che le classi siano scomparse, e mi chiedo se i processi a cui accenna Scalfari siano emersi in questi ultimi due-tre anni.

Nei giorni scorsi nella trasmissione «Otto e mezzo» ho ascoltato Nichi Vendola che analizzando le ragioni della sconfitta ha parlato di sconvolgimenti economici, sociali e civili «epocali» tali da mettere in discussione tutto l’assetto politico-culturale della sinistra. Eppure tre anni addietro Vendola, dirigente di Rifondazione comunista, vinse le primarie nel confronto con un esponente dell’Ulivo e vinse il ballottaggio con l’ex presidente della Regione, Fitto, leader di Fi. In quell’occasione si disse che Vendola aveva interpretato bene i mutamenti profondi che si erano verificati nella società. Oggi lo stesso Vendola ci dice che la sinistra non è stata in grado di capire quei mutamenti.

La verità è che in questi due-tre anni si sono verificati alcuni fatti politici di cui non si parla con sufficiente realismo e spirito critico. Anzitutto il governo Prodi di cui nella campagna elettorale si esaltavano i risultati sul terreno del risanamento dei conti pubblici (i risanatori però - Prodi, Padoa-Schioppa, Visco - non erano candidati), si denunciavano i limiti sociali della sua opera ma non si capiva qual era il giudizio complessivo che ne dava il Pd. L’Arcobaleno vantava la fedeltà a Prodi ma denunciava con violenza il «massacro sociale» consumato in questi anni. Non si può fare una campagna elettorale senza un giudizio chiaro, netto, comprensibile sul governo di cui si fa parte.

L’altro fatto politico verificatosi alla vigilia delle elezioni è stato la nascita del Pd, del Pdl e dell’Arcobaleno: una «rivoluzione» nelle forze politiche senza un processo politico-culturale e una partecipazione reale che l’accompagnasse. La destra, con Berlusconi, non ha questi problemi. La sinistra sì, e si è visto. Queste osservazioni servono per dire che le questioni che debbono affrontare le forze politiche del centrosinistra sono squisitamente politiche e sono due: ridefinirsi come partiti e attrezzarsi per fare un’opposizione «normale» rispetto a un governo che, come dice Marcello Sorgi, dovrebbe essere anch’esso «normale». Il malessere che serpeggia nel Pd non è dovuto solo a un risultato deludente, ma al fatto che quel risultato è ascritto all’incerta identità di un partito che oggi non è in grado di definire le sue alleanze, necessarie, come dice D’Alema, per condurre un’opposizione più incisiva. Un partito che, a un anno dalle elezioni, non sa ancora dove collocarsi nel Parlamento europeo.

Ma un dibattito politico su questi temi non si è ancora aperto. Nella sinistra Arcobaleno e nei socialisti la confusione è grande e non si vede una via d’uscita. Quel che ormai dovrebbe essere chiaro a tutti è una cosa: non è pensabile e non è serio che forze politiche con l’uno, due, tre per cento o poco più si definiscano socialiste o comuniste. Un partito socialista in tutto il mondo è tale se ha un consenso largo di popolo. E in Italia anche il partito comunista ebbe carattere di massa. La Costituente socialista doveva partire da questo punto per essere credibile. Nei giorni scorsi Pannella ha promosso un dibattito con pezzi dell’Arcobaleno sul futuro della sinistra. Tuttavia non mi pare che si esca da una logica e una visione minoritarie: comprensibile per un partito radicale, ma non per una forza socialista. Insomma, una forza di sinistra in competizione virtuosa col Pd è utile solo se ha consistenza e si colloca nell’ambito del socialismo europeo. Oggi, invece, tutto è confuso e incerto. Sono queste le ragioni per cui penso che le analisi «epocali» possono essere fuorvianti se non si affrontano i veri nodi politici messi in forte evidenza dal risultato elettorale.

giovedì 17 aprile 2008

POLLSTER ALLA BRACE



Da questo etereo ed eterogeneo spazio vorrei lanciare un appello affinchè siano definitivamente messi al bando da questo paese tutti i soggetti di età adulta la cui fonte di guadagno è rappresentata dalla raccolta, elaborazione e divulgazione di dati atti a turbare l'opinione pubblica. In particolare chiedo che siano confinati in elementi cuniculari ad andamento progressivo con risposta chiusa, a partire dal 1.259 giorno antecedente una qualsivoglia consultazione elettorale, tutti quegli elementi che in forma singola o associata seminano il panico tra elettori e candidati attraverso la somministrazione dissennata di numeri in forma percentuale riferiti a comportamenti di là da venire.
Nel caso in cui ci siano candidati o partiti che, privati dei suddetti numeri, manifestino evidenti sintomi psicopolitici, chiedo che ai medesimi siano offerte - per alleviare le sofferenze - pozioni di acqua calda alternata, se se ne registrasse l'esigenza, ad acqua tiepida.
Coloro che verranno trovati, nel periodo indicato, a spacciare clandestinamente percentuali o numeri, saranno immediatamente confinati in appositi centri di accoglienza definitiva dotati di pallottolieri taroccati. A fini rieducativi saranno proiettati i cicli completi delle fiabe dei fratelli Grimm (per riaffermare il significato storico del momento elettorale a Udine sarà riproposta in particolare una versione aggiornata della fiaba Honsell e Gretel) e, nel caso in cui la loro età biologica lo consenta, il film The Illusionist.
Chi scrive è disposta a vendere altre brillanti, efficaci e spiritose soluzioni.