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venerdì 15 maggio 2009
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lunedì 13 ottobre 2008
CRAC & YUPPIES

di JAY McINERNEY
Ho sentito per la prima volta la parola «yuppie » nell'83, quando vivevo nell'East Village. Allora dividevo un appartamento con il mio miglior amico, scrivevo il primo romanzo e mi guadagnavo da vivere come lettore di dattiloscritti a Random House. Mi stavo godendo una prima colazione a mezzogiorno, da Veselka, sulla Second Avenue, ancora in preda alla sbornia della notte prima (...). In precedenza, mi fermavo da Binibon, ma proprio sul marciapiede Jack Henry Abbott aveva pugnalato il cameriere-drammaturgo Richard Adan e dopo il fattaccio il locale era stato chiuso per mancanza di avventori. Seduto accanto a me al bancone c'era un pittore, che viveva nel quartiere e amava pavoneggiarsi con gli abiti schizzati di vernice, e a un tratto l'ho sentito borbottare, «Yuppie di merda ». Ho alzato lo sguardo e ho visto una giovane coppia elegante, ovviamente di buona famiglia, del tipo preppy per intenderci, che aspettava che si liberasse un tavolo. I due ragazzi sembravano provenire dai quartieri alti dell'Upper East Side, pantaloni cachi e camicia di cotone. Noi invece eravamo tutti uniformemente anticonformisti nei nostri jeans neri, Ramones nere ai piedi e T-shirt con i logo delle TV. (...) Questo «yuppie» mi suonava nuovo.
Pare che il termine sia apparso per la prima volta nel 1983, quando l'opinionista Bob Greene scrisse un articolo sull'ex leader yippie Jerry Rubin, che organizzava incontri sociali allo Studio
Il tono con cui si pronunciava la parola yuppie sulla East Fifth Street si caricava progressivamente di odio e disprezzo man mano che i prezzi immobiliari nell'East Village schizzavano verso l'alto. Nel corso di decenni di relativa stabilità, la zona era diventata il bastione degli immigrati dall'Europa orientale e dei giovani artisti. È facile dimenticare, a distanza di tanto tempo, che questa era anche una zona di guerra, dove scippi e stupri erano all'ordine del giorno e non facevano nemmeno più notizia. Gli Hells Angels imperversavano sulla East Third Street, e al calar della notte si andava a est della Second Avenue a proprio rischio e pericolo. I poliziotti non ci mettevano piede.
Ma non si trattava solo di estetica. A quei tempi New York era una città, nel complesso, molto più provinciale di oggi, suddivisa a seconda dell'etnia e del ceto sociale. A Little Italy abitavano in preponderanza gli italiani, mentre l'East Village contava per lo più ucraini. I ricchi Wasp (bianchi anglosassoni protestanti) vivevano invece nell'Upper East Side, a ovest della Third Avenue, e Harlem, ovvio, era al 99 percento nera. Molti bianchi avevano il terrore mortale di appisolarsi in metropolitana e di svegliarsi in corrispondenza della 145a Strada. La classe media bianca defluiva poco a poco dalla metropoli, dove imperversava la criminalità e l'eroina dilagava come un'epidemia (...). Questa era la Manhattan prima dell'arrivo degli yuppies, una città, oserei dire, alla disperata ricerca di riscatto e di rilancio (...).
Reagan spiana la strada agli yuppies
Il mondo artistico dell'East Village, inaugurato dall'apertura della Fun Gallery di Patti Astor nel 1981, era già lanciato alla grande per la fine dell'83. Le gallerie attiravano i clienti danarosi, ovviamente disprezzati proprio dagli artisti dell'ambiente. Gli yuppies, appena identificati come tali, incarnarono subito la principale contraddizione del settore artistico, che oggi diamo quasi per scontata: sono proprio gli esponenti della borghesia i consumatori finali di tutto quello che l'arte produce al fine di épater la bourgeoisie.
Basquiat certo non vendeva le sue tele da cinquantamila dollari agli amici tossicodipendenti.
Sin dall'inizio, si percepiva una certa confusione soggetto/oggetto nel concetto di yuppie, quasi una riflessione sul fenomeno, del tipo «abbiamo conosciuto il nemico ed è dentro di noi». A parte gli occupanti abusivi del centro città, era difficile talvolta trovare un abitante di Manhattan che non avesse adottato il nuovo stile di vita in qualche sua sfumatura. L'iscrizione alla palestra ti qualificava come yuppie? E sniffare cocaina? O mangiare pesce cru do? Quando ho sentito un agente cinematografico che scagliava sprezzante quell'epiteto contro un gruppo di banchieri all'Odeon, mi sono chiesto che fine avessero fatto i classici oggetti di lancio, quali pentole e piatti.
A livello nazionale, il terreno era stato preparato dall'elezione di Ronald Reagan alla presidenza, l'ex attore con il sorriso Colgate accompagnato dall'imperiosa Nancy, sua moglie.
All'epoca non lo sapevamo, ma la nascita della nuova specie potrebbe risalire al 22 settembre del 1982, con la prima puntata di Family Ties (in Italia «Casa Keaton ») e l'apparizione di Michael J. Fox nei panni di Alex Keaton, il giovane repubblicano con la ventiquattrore in mano. A ripensarci, sì, Keaton era proprio il proto-yuppie. Nato in Africa da genitori hippie impegnati in interventi umanitari, Keaton porta la cravatta anche in casa, adora la ricchezza, il successo negli affari, Ronald Reagan, e sogna di far carriera a Wall Street. La serie conobbe sette stagioni, dall'82 all'89, e illustrò una strana inversione culturale in cui una nuova generazione conservatrice accantonava tutti i valori liberali dei padri. Gli ideatori della serie, invece, intendevano focalizzare l'attenzione sui genitori, ma il giovane repubblicano ben presto si accaparrò le luci della ribalta. Se sulle prime Keaton poteva apparire un'anomalia, nel giro di brevissimo tempo si trasformò nell'avatar dello Zeitgeist.
«Chi sono tutti questi tipi ambiziosi, con le bottigliette d'acqua firmata, scarpette da corsa, parquet anticato e appartamenti da mezzo milione di dollari in quartieri degradati?» chiedeva
Jay McInerney
mercoledì 8 ottobre 2008
martedì 8 luglio 2008
TRE MITI ETERNI
GIROTONDI E PD di Ernesto Galli Della Loggia
Neppure gli organizzatori si aspettano che alla manifestazione dei girotondi di domani a Roma partecipino più di alcune migliaia di persone. Ciò nonostante, come si è visto in questi giorni, una simile adunata di persone certo non oceanica, appoggiata solo da un partito forte di appena il 3% dei voti ma da nessuna organizzazione di massa, da nessun sindacato, è in grado di mettere in grave imbarazzo il Partito democratico, di creare forti tensioni sia alla sua base che tra i suoi esponenti di vertice. Com'è possibile?
È possibile perché l'iniziativa girotondina, pur avendo alle spalle ben poche forze, evoca però tre grandi miti che dominano da sempre l'immaginario e la pratica della sinistra italiana.
a) Il primo mito è quello delle «due Italie», delle quali, come è ovvio, la sinistra si sente sempre chiamata a impersonare (e come potrebbe essere altrimenti?) l'Italia dei Buoni. Dei «buoni italiani » in lotta perenne contro gli «italiani alle vongole », gli italiani cattivi i quali invece hanno, loro soltanto, il monopolio di tutti i vizi del Paese: calpestano le leggi, evadono le tasse, parcheggiano in seconda fila e non amano né il Csm né il protocollo di Kyoto. Sarebbero dotati addirittura di un altro Dna, come ha suggerito appena ieri Nanni Moretti. È una visione rassicurante (se vinci è perché ragionevolmente alla fine il bene non può che trionfare; se perdi è perché, altrettanto ragionevolmente, i furfanti, come si sa, trovano sempre il modo di avere la meglio) ma ha soprattutto il grande vantaggio di semplificare radicalmente ogni questione, e di alimentare così, anche per questa via, b) il secondo mito, che è quello dell'«unità». Unità che ha la sua principale raffigurazione nella fatidica «manifestazione unitaria »: come per l'appunto pretende, vuole a tutti costi, esige assolutamente di essere quella di domani, anche se, piuttosto paradossalmente, essa è indetta da una sparutissima minoranza. Ma tant'è: come potrebbe giustificarsi infatti la divisione dei buoni di fronte al male? Solo in un modo, semmai, e cioè solo con il più o meno celato passaggio di una parte dei buoni stessi nel campo nemico. Ed è precisamente questo il ricatto che fa capolino di continuo dietro il mito dell'Unità: se non stai con noi, già solo perciò vuol dire che almeno per una parte stai potenzialmente con «gli altri». Il mito dell'Unità diviene così la premessa necessaria del mito del Tradimento. Entrambi, insieme al mito della «Nazione dei buoni », tendono sempre, comunque, a porre la politica fuori dell'ambito suo proprio: a farne un'appendice della morale. Non a caso Vincenzo Cerami ha definito «bacchettoni di mestiere» gli organizzatori della manifestazione di domani. Parole ruvide che però servono bene a indicare il c) terzo mito che domina immaginario e pratica della sinistra: il mito del moralismo.
Il moralismo è il modo classico in cui la sinistra declina la tendenza all'antipolitica che da sempre, e oggi più che mai, alligna anche nelle sue file. Laddove la destra è abituata a declinare l'antipolitica nelle forme del disincanto qualunquistico spinto fino al cinismo, la sinistra, invece, l'incanala in quelle dell'eticismo condotto al limite dell'arroganza di tipo razzista. Ma pur se nelle forme del moralismo l'antipolitica non cessa per questo di adempiere la sua funzione abituale. Che consiste nel rendere superflua la fatica di pensare, di misurare, di distinguere; e nel considerare un pavido, un misero emulo del «sor Tentenna», chiunque a tale fatica non intenda rinunciare.
Ecco dunque qual è la vera forza dei girotondini. È la minaccia che immediatamente pesa su chi osa, a sinistra, dissentire da essi; la minaccia cioè di vedersi accusati di mettere in dubbio tre grandi capisaldi dell'ideologia diffusa della sinistra stessa: la convinzione di avere il copyright del bene, di dovere essere tutti uniti contro il male e, infine, che si è puri solo se si è duri. Il problema, insomma, non sono poche migliaia di «girotondini». Come quasi sempre accade in Italia, il problema sono i nodi che la storia ha intrecciato e che ora è maledettamente difficile sciogliere.dal Corriere della Sera

