giovedì 7 maggio 2009

Le regole della propaganda elettorale



La prima disciplina organica della propaganda elettorale risale alla legge 4 aprile 1956 ed è riferita agli strumenti di informazione e di comunicazione del quel periodo, in particolare all’affissione murale. Questa normativa non mira tanto e solo alla tutela dei luoghi da un’affissione incontrollata, quanto a garantire una par condicio tra i partiti concorrenti. Spetta ai comuni la distribuzione, tra le forze politiche che partecipano alle elezioni e le organizzazioni fiancheggiatrici, di appositi spazi destinati all'affissione del materiale.
Le spese per la rimozione sostenute dal comune per rimuovere la propaganda abusiva sono a carico, in solido, dell'esecutore materiale e del committente responsabile. Le affissioni abusive sono sanzionate con l'applicazione di sanzioni amministrative (Legge 515/1993).
La legge vieta anche forme di propaganda luminosa a carattere fisso o mobile e il lancio di volantini.
Nel giorno precedente e in quello della votazione sono vietati comizi, riunioni, affissione di materiale elettorale. Nel giorno della votazione è vietata ogni altra forma di propaganda a meno di 200 metri dall’ingresso delle sezioni elettorali.
Altre disposizioni che disciplinano la propaganda elettorale riguardano la non applicazione delle leggi di pubblica sicurezza alle riunioni elettorali e la limitazione dell’uso di altoparlanti su mezzi mobili (legge 24 aprile 1975, n. 130, articolo 7).
E’ consentito l’uso dei “gazebo”, purché non presentino, all’interno o all’esterno, simboli, striscioni, manifesti, ecc., mentre sono ammesse le bandiere che servono a identificare la titolarità del gazebo (Ministero dell’interno – Direzione centrale dei Servizi elettorali 14 marzo 2006, n. 41/2006).
È stata ritenuta legittima (Tribunale di Verona, 5 giugno 1999), la distribuzione manuale personalizzata di materiale di propaganda di fronte ai negozi di un centro commerciale.
Per quanto riguarda le pubblicazioni di propaganda elettorale, comunque formate, le stesse devono indicare il nome del committente responsabile (legge 25 marzo 1993, n. 81).
La Corte di cassazione ha precisato che il committente, se risponde sempre dei contenuti della propaganda, non è automaticamente responsabile per l’affissione dei manifesti, salvo che non sia provato un rapporto diretto d’incarico dato da lui agli attacchini per l’affissione vietata.
L'omessa indicazione nel materiale di propaganda del nominativo del committente responsabile non ha effetto invalidante sulle operazioni elettorali ma rileva unicamente ai fini dell'applicazione di una sanzione amministrativa.
Originariamente la violazione della norma era sanzionata con una multa. La Corte costituzionale ha, però, dichiarato l’illegittimità costituzionale di tale disposizione in quanto prevedeva nel caso di elezioni amministrative un trattamento più grave rispetto a quanto previsto in un'altra norma riguardante le elezioni politiche. Pertanto, ora la violazione è punita con la sanzione amministrativa.
La spedizione postale di materiale di propaganda elettorale è lecita, anche senza l'acquisizione del consenso degli interessati, quando i dati personali, utilizzati ai soli fini della propaganda, sono stati raccolti direttamente da pubblici registri, elenchi, atti o altri documenti conoscibili da chiunque senza contattare gli interessati, o quando il materiale propagandistico è di dimensioni così ridotte da rendere impossibile l’inserimento di una idonea informativa del loro trattamento; viceversa, l’informativa agli interessati è dovuta quando il materiale propagandistico consiste in lettere cartacee, missive o plichi contenenti più documenti anche di dimensioni ridotte. Possono essere utilizzati per la propaganda, senza consenso degli interessati, i dati tratti dalle liste elettorali del comune, dagli elenchi degli elettori italiani residenti all’estero, dalle cosiddette ‘liste aggiunte’ degli elettori di uno Stato dell’Unione europea residenti in Italia, da altre fonti documentali detenute da soggetti pubblici se liberamente accessibili a chiunque.
Partiti, organismi politici e comitati di promotori e sostenitori possono utilizzare lecitamente, senza alcun consenso, dati personali relativi a iscritti e aderenti o altri soggetti con cui intrattengono regolari contatti; altri enti, associazioni ed organismi senza scopo di lucro possono prevedere che tra i propri scopi vi siano anche le finalità di propaganda elettorale che, se perseguite direttamente, non richiedono il consenso.
La normativa relativa alla disciplina della propaganda elettorale si applica anche nel periodo intercorrente tra il primo turno elettorale e quello di ballottaggio.

mercoledì 6 maggio 2009

LA PRESENTAZIONE DELLE CANDIDATURE

La presentazione delle candidature deve avvenire dalle ore 8.00 del 30° giorno alle ore 12.00 del 29° giorno antecedente la data della votazione. Normalmente, per garantire l’esercizio del diritto di elettorato passivo, la segreteria del comune rimane aperta, nel primo giorno, dalle ore 8.00 alle ore 20.00.

Il procedimento per la presentazione delle candidature per l’elezione del Sindaco

e del consiglio comunale prevede la consegna alla segreteria del comune della

dichiarazione di presentazione delle candidature e dei relativi allegati.

Il contrassegno deve essere riprodotto graficamente, sia nell’atto principale che

negli atti separati, con i colori che lo contraddistinguono.

La descrizione del contrassegno deve essere analitica (con l’indicazione anche dei

colori) nell’atto principale, mentre può essere sintetica nell’atto separato e nella

restante documentazione.

Per ciascun candidato alla carica di Sindaco e di consigliere comunale deve essere

indicato il nome, il cognome, l’eventuale soprannome, il luogo e la data di nascita.

Per i candidati cittadini dell’Unione europea deve essere indicato anche lo Stato

di cui sono cittadini.

I candidati alla carica di consigliere comunale devono essere contrassegnati con

un numero d’ordine progressivo.

La dichiarazione di presentazione delle candidature, pena la sua invalidità, deve essere

sottoscritta da un numero di elettori iscritti nelle liste elettorali del comune:

— non inferiore a 350 e non superiore a 700 nei comuni con popolazione superiore

a 100.000 abitanti;

— non inferiore a 200 e non superiore a 400 nei comuni con popolazione compresa

tra 40.001 e 100.000 abitanti;

— non inferiore a 175 e non superiore a 350 nei comuni con popolazione compresa

tra 20.001 e 40.000 abitanti;

— non inferiore a 100 e non superiore a 200 nei comuni con popolazione compresa

tra 10.001 e 20.000 abitanti;

— non inferiore a 60 e non superiore a 120 nei comuni con popolazione compresa

tra 5.001 e 10.000 abitanti;

— non inferiore a 30 e non superiore a 60 nei comuni con popolazione compresa

tra 2.001 e 5.000 abitanti;

— non inferiore a 25 e non superiore a 50 nei comuni con popolazione compresa

tra 1.000 e 2.000 abitanti;

— non inferiore a 10 e non superiore a 20 nei comuni con popolazione inferiore

a 1.000 abitanti.

Per ciascun sottoscrittore deve essere indicato il nome, il cognome, il luogo e la

data di nascita, nonché il comune di iscrizione nelle liste elettorali. Gli elettori che

non sanno o non sono in grado di sottoscrivere per impedimento fisico possono

fare una dichiarazione in forma verbale, alla presenza di due testimoni, davanti

ad un notaio o al segretario comunale o ad altro impiegato delegato dal sindaco.

Le firme dei sottoscrittori possono essere raccolte anche su fogli separati da unire all’atto principale. In questo caso è necessario che in ciascun foglio separato sia riportato il nominativo del candidato alla carica di sindaco, nonché la lista dei candidati alla carica di consigliere comunale ed il relativo contrassegno.

Non può essere sottoscritta più di una dichiarazione di presentazione delle candidature,

sotto pena dell’ammenda da Euro 200 fino a Euro 1.000.

Il candidato di una determinata lista può sottoscrivere la dichiarazione di presentazione

di un’altra lista; non può invece sottoscrivere la dichiarazione di presentazione

della propria lista, considerata l’incompatibilità che logicamente sussiste

tra la qualità di candidato e quella di presentatore della propria candidatura. Le

eventuali sottoscrizioni appartenenti ai candidati presenti nella medesima lista

devono, pertanto, ritenersi come non apposte.

DELEGATI DI LISTA

Nella dichiarazione di presentazione delle candidature devono essere indicati i

delegati della lista, incaricati sia di assistere alle operazioni di sorteggio e di designare

i rappresentanti della lista presso ciascun Ufficio elettorale di sezione e

presso l’Ufficio centrale, sia di dichiarare il collegamento della lista con il candidato

alla carica di sindaco.

L’indicazione dei delegati di lista è un elemento essenziale della dichiarazione di

presentazione anche nei comuni con popolazione sino a 15.000 abitanti. Infatti

anche in questi comuni i delegati devono dichiarare il collegamento con il candidato alla carica di sindaco.

I delegati di una lista non possono essere delegati di un’altra lista, anche se le liste

in questione sono collegate allo stesso candidato sindaco.

Nel caso in cui nella dichiarazione di presentazione non venga indicato quale sia il

delegato effettivo e quale quello supplente, per la validità delle dichiarazioni rese

in nome della lista vale il principio di cui all’articolo 1716 del Codice civile in materia

di contratto di mandato, secondo il quale “se nel mandato non è dichiarato che i

mandatari devono agire congiuntamente, ciascuno di essi può concludere l’affare”. Pertanto, ad esempio, la dichiarazione di collegamento può essere validamente resa indifferentemente da uno dei due delegati.

In caso di contemporaneità di elezioni comunali e provinciali è consentita la designazione

delle stesse persone quali delegati della lista per le elezioni del consiglio

comunale e del gruppo dei candidati per l’elezione del consiglio provinciale

8 mila euro al mese ai commessi del Senato


Ottomila euro lordi al mese per quindici mensilità. È la pensione spet­tante a quel commesso del Se­nato che giusto una decina di giorni fa ha deciso di lasciare il lavoro. All’età di 52 anni. Il più recente protagonista di un inarrestabile e costosissi­mo esodo. Leggendo il bilancio di pre­visione 2009 approvato il 21 aprile dal consiglio di presi­denza di palazzo Madama si scopre che negli ultimi due anni i costi per pagare le pen­sioni sono letteralmente esplosi.

Fra il 2007 e il 2009 sono passati da 77,8 a quasi 90 milioni, con un aumento del 14,3%. Ma se si escludono le pensioni di reversibilità, quelle cioè pagate ai supersti­ti, la progressione è stata an­cora più violenta: +15,6%. Die­ci milioni e 800 mila euro in più. Quest’anno, sempre se le previsioni saranno rispettate (ma di solito le stime sono in difetto) la spesa per le sole pensioni «dirette» sfiorerà 80 milioni. Esattamente 79 mi­lioni e 950 mila euro. Cifra che divisa per 598 dipendenti pensionati fa, tenetevi forte, 133.695 euro ciascuno. Vale a dire, quindici volte e mezzo l’importo di una pensione me­dia dell’Inps. Inoltre, detta­glio non trascurabile, le pen­sioni del Senato seguono la dinamica degli stipendi di pa­lazzo Madama. È stata la crescita abnorme di questa voce che ha impedi­to al Senato di rinunciare, co­me invece hanno fatto Came­ra e Quirinale, all’adeguamen­to all’inflazione programma­ta per il prossimo triennio? Chissà. Certamente è vero che l’aumento della spesa per le pensioni dei dipendenti si è mangiato quasi tutte le sfor­biciatine fatte al bilancio di palazzo Madama.

Tanto per fare un esempio, la maggiore spesa previdenziale equivale a più del doppio del rispar­mio sui contributi ai gruppi parlamentari dovuto alla ridu­zione del numero dei partiti presenti in Senato. Ma non è che a Montecito­rio la pressione di chi vuole andare in pensione sia meno forte. Fra il 2007 e il 2009 l’au­mento della spesa della Came­ra per questo capitolo è stato infatti del 14,2%. Quest’anno le pensioni dirette e di rever­sibilità graveranno sul bilan­cio di Montecitorio per 191 milioni, circa 24 milioni in più rispetto al 2007. Quale può essere la molla che ha fatto scattare questa fuga ormai evidente? Forse il timore di un nuovo giro di vi­te particolarmente doloroso, che metterebbe in crisi i privi­legi sopravvissuti a tutti i ten­tativi di riforma? Non è affat­to da escludere.

Al Senato, per esempio, chi è stato as­sunto prima del 1998 può an­cora oggi, nel 2009, andare in pensione a 50 anni di età, sia pure con una penalizzazione del 4,5%, a condizione che ab­bia raggiunto quota 109: la somma dell’età anagrafica, degli anni di contributi e del­l’anzianità di servizio al Sena­to. Con 53 anni di età e la stes­sa quota 109 la pensione (80% dell’ultimo stipendio) è assicurata senza alcuna pena­lizzazione. Da tenere presen­te che i dipendenti entrati in Senato prima del 1998 sono la maggioranza, 609 su 1.004. E che la loro pensione si calco­la con il vantaggiosissimo si­stema retributivo puro, cioè in percentuale dello stipen­dio, anziché con il sistema contributivo (in rapporto ai contributi effettivamente ver­sati) stabilito dalla riforma Di­ni del 1995 per tutti i lavorato­ri comuni mortali. Con lo stesso sistema retri­butivo sarà calcolata anche la pensione degli assunti a pa­lazzo Madama dopo il 1998, in tutto 395. Per loro tuttavia il consiglio di presidenza ha deciso lo scorso agosto che scatta il limite minimo d’età di 57 anni. Aspetteranno un po’ di più per avere una pen­sione da leccarsi i baffi come già hanno avuto i loro colle­ghi più fortunati. Ma il fami­gerato sistema contributivo prima o poi arriverà anche in Senato. Sarà applicato a tutti gli assunti dal 2007. Quanti sono? Per ora, zero.

Sergio Rizzo sul Corriere della Sera 6 maggio 2009

martedì 5 maggio 2009

L'utilizzo di sms, email, internet

Dopo la disciplina normativa della propaganda elettorale murale (legge 212/1956), di quella fonica (legge 130/1975), della propaganda e della informazione radiotelevisiva e a mezzo carta stampata (leggi 515/1993 e 28/2000) il Garante per la protezione dei dati personali ha fornito una serie di indicazioni riguardanti le iniziative di propaganda elettorale - tenendo conto dei diritti e delle libertà fondamentali delle persone -, anche a seguito dell’entrata in vigore del nuovo Codice in materia di protezione dei dati personali (decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196).
Queste indicazioni sono contenute nei Provvedimenti del Garante per la protezione dei dati personali. L’ultimo di essi, del 7 settembre 2005, si riferisce sia alle procedure di selezione dei candidati (cosiddette primarie) che alle diverse elezioni.

In generale - si sostiene -, si possono utilizzare dati personali, prescindendo dal consenso degli interessati, solo quando sono 'pubblici’.
Il Provvedimento del Garante esemplifica i casi: elenchi, detenuti da pubbliche amministrazioni, e utilizzabili per scopi di propaganda, sia pure con espresse cautele (articolo 2); elenchi non utilizzabili per i medesimi scopi (articolo 3 e il già citato articolo 2) e dati utilizzabili solo previo consenso informato scritto, esplicito e preventivo (articolo 4).

È invece sempre indispensabile il consenso degli interessati, abbonati ai vari servizi di comunicazione elettronica compresi i servizi di telefonia mobile e utilizzatori di schede di traffico prepagato, per alcune particolari modalità di comunicazione quali l’invio di fax, di messaggi sms e mms, di messaggi di posta elettronica, di chiamate telefoniche preregistrate. Il consenso non può essere acquisito per silenzio/assenso, non può essere acquisito una tantum, deve precedere la chiamata o il messaggio e deve essere raccolto con formule chiare ed esplicite (articolo 4).

Senza consenso informato non è lecito l’invio di messaggi, newsletter e altro materiale di propaganda quando si utilizzano dati raccolti automaticamente in internet, liste di abbonati ad un provider, dati pubblicati in siti web per specifiche finalità aziendali, commerciali, associative o istituzionali, dati ricavati da forum o newsgroup, dati consultabili in internet solo per le finalità di applicazione della disciplina sulla registrazione dei nomi a dominio.

Per quanto riguarda gli elenchi telefonici, possono essere utilizzati per chiamate telefoniche con finalità di propaganda elettorale solo i nominativi di coloro che hanno espresso consenso alla ricezione di chiamate telefoniche per finalità diverse dalla comunicazione interpersonale, individuati da apposito simbolo (articolo 4, lettera B).

I SONDAGGI ELETTORALI


Il ricorso ai sondaggi, da parte dei partiti italiani, per capire i bisogni e gli orientamenti degli elettori sia in fase di stesura dei programmi elettorali sia durante la campagna elettorale vera e propria, è una pratica diffusa da molti anni. Molto più raro è invece l’utilizzo di società di ricerca e di sondaggi da parte dei candidati ancora molto diffidenti rispetto alla necessità di rilevare le attitudini e i bisogni dei potenziali elettori sul loro territorio. Il motivo di questo atteggiamento va ricercato essenzialmente nella quasi sempre erronea consapevolezza, da parte soprattutto dei politici in carica, di conoscere perfettamente il loro collegio elettorale e di non aver quindi bisogno di ulteriori approfondimenti. Non solo. Quando accade che un eletto commissiona un sondaggio e i risultati di questo si discostano da quelle che sono le sue analisi, normalmente non si fa scrupolo a ritenere che sia il sondaggio ad essere stato fatto in maniera sbagliata piuttosto che ammettere che le sue valutazioni siano imprecise.

E’ dagli anni Novanta, e ancora una volta in concomitanza con l’apparizione del movimento di Forza Italia che non ha mai nascosto la sua dipendenza dai sondaggi e dalle ricerche di mercato, che l’esigenza di conoscere meglio il territorio ha intaccato le pubbliche amministrazioni che, soprattutto a metà mandato, cercano di tastare il polso dell’opinione pubblica per verificare il gradimento dei loro programmi sin lì svolti e per mettere in atto eventuali aggiustamenti rispetto a quelli futuri nell’evidente tentativo di mantenere il consenso necessario per essere riconfermate nelle elezioni successive.

L’uso non sistematico dei risultati dei sondaggi, commissionati spesso in maniera casuale e legati a fatti contingenti piuttosto che a progetti a lungo termine, produce delle inevitabili storture sia nelle procedure con cui si svolgono sia nelle modalità in cui vengono interpretati. La mancanza di una cultura dei sondaggi, intesa come sensibilità verso le esigenze e la mutevolezza dei punti di vista dell’opinione pubblica, induce i committenti a richiederli essenzialmente come conferma di dati già acquisiti piuttosto che come risultati dai quali partire per riformulare o rivedere programmi e progetti. Questo atteggiamento porta le società di ricerca a farsi sovente influenzare da quelle che sono le aspettative del committente compromettendo così l’attendibilità dello studio.

Negli Usa il primo sondaggio politico di cui si ha notizia è del 1824 e fu commissionato e pubblicato dal quotidiano Harrisburg Pennsylvanian in occasione della campagna elettorale che contrapponeva Andrew Jackson a John Quincy Adams. Da quel momento in poi i sondaggi politici divennero molto diffusi e una delle modalità per raccogliere i dati era quella di far dichiarare le proprie preferenze elettorali ai visitatori nel momento in cui si registravano negli alberghi. Il punto debole di questi sondaggi ante litteram era la scarsa cura, per non dire la casualità, con cui venivano individuati i campioni. Celebre a questo proposito è il fallimento in cui incorse nel 1936 un sondaggio svolto da Literary Digest che pronosticava la vittoria del governatore del Kansas Alfred. Landon sul presidente in carica Franklin Delano Roosevelt. La rivista inviò oltre 10 milioni di questionari, a un campione di cittadini scelti dagli elenchi del telefono e dai registri automobilistici, di cui ne furono restituiti circa 2 milioni. Ciò di cui non si tenne conto è che in quel periodo, che coincideva con la grande depressione, i titolari di una linea telefonica e di un’automobile appartenevano alla cosiddetta upper class e che quindi erano automaticamente, in grandissima maggioranza, dei repubblicani. Il campione quindi non rappresentava l’universo dell’elettorato americano ma una sua parte politicamente orientata. Qualche anno prima, nel 1932, il candidato Alex Miller fu il primo ad utilizzare i sondaggi per stabilire quali dovessero essere i temi della sua campagna elettorale. Le ricerche furono eseguite con particolare cura da un gruppo di studiosi capitanato da George H. Gallup che, nel 1936, previse con esattezza scientifica anche la vittoria di Roosevelt. Sia il sondaggio della Literary Digest sia quello di Gallup servirono a diffondere questa modalità per intercettare i bisogni e le aspettative dell’elettorato. Nel 1952 Dwight Eisenhower ricorse ai sondaggi ma unicamente per individuare gli argomenti da utilizzare negli spot televisivi.

Chi ne fece un uso ampio e molto simile a quello attuale è stato nel 1960 John F. Kennedy il soggetto principale della cui campagna elettorale fu lo stratega e sondaggista Lou Harris che sancì definitivamente l’entrata in campo della suo figura professionale quale soggetto chiave di tutte le campagne elettorali nazionali o locali.

Un sondaggio elettorale viene normalmente commissionato per capire quali siano le aspettative dell’elettorato rispetto a un determinato partito o a un determinato candidato.

La prima domanda che si trova su ogni questionario, a tutte le latitudini, è: “Se si votasse domani, per chi voterebbe?”. Scopo di questa domanda, in realtà poco influente sulla conduzione di una campagna elettorale, è sapere a quale schieramento il candidato dovrebbe appartenere per essere vincente o meno.

Un’altra domanda che viene spesso posta mira a identificare la percezione dell’immagine del candidato e del suo avversario da parte dell’opinione pubblica. Più specificatamente le domande sono orientate a individuare se il candidato è conosciuto e, se si tratta di un personaggio pubblico, come viene percepito. Alcune domande sono rivolte anche a conoscere che cosa apprezzano e cosa disapprovano del candidato. Qualche domanda è mirata a conoscere in che misura il candidato è conosciuto e, più precisamente quali aspetti della sua personalità e del suo lavoro sono meglio conosciuti.

Infine vengono poste le domande necessarie a capire quali sono ai problemi ai quali l’opinione pubblica chiede che sia data una risposta. Normalmente viene sottoposta una lista di problemi e alle persone viene chiesto di assegnare loro una priorità in base alla loro importanza. Ci sono poi le domande che richiedono delle opinioni tipo “molto”, “poco”, “abbastanza” rispetto a determinati problemi come ad esempio “E’ importante che siano costruite in città delle piste ciclabili”.

Infine è prevista un’ampia gamma di domande che consentono di avere un quadro delle caratteristiche degli elettori. Queste comprendono l’età, il sesso, il titolo di studio, la fascia di reddito, la professione, il luogo di residenza, il tipo di abitazione. Questi dati vengono quindi incrociati con le altre risposte del questionario e servono a stabilire, per esempio, che le giovani donne che lavorano e di fascia media alta considerano prioritario il problema della sicurezza oppure che i pensionati che vivono nelle periferie ritengono che l’assistenza sanitaria della essere ampliata.

Ovviamente ogni campagna elettorale presenta dei problemi diversi e quindi, in teoria, nessun sondaggio può essere uguale a un altro. E’ quasi inevitabile però che le domande di cui abbiamo detto compaiano su tutti i questionari. In generale le domande a cui deve rispondere un sondaggi elettorale sono:

  1. A quali problemi sono più sensibili gli elettori e che quindi devono essere enfatizzati dai candidati nei loro discorsi e nei loro messaggi?
  2. Che tipologia di elettori sono più in sintonia con il candidato. Una volta individuati questi elettori sarà più facile individuare i mezzi con i quali raggiungerli (discorsi, manifesti, depliant ecc.)
  3. Che gruppo specifico di candidati è ostile al candidato. L’individuazione di questi elettori evita per esempio perdite di tempo o di indirizzare energie senza risultati.

Per prima cosa una società di sondaggi individua un campione significativo. Secondo, sviluppano un questionario da somministrare al campione. Terzo, raccolgono i dati necessari a somministrare il questionario. Infine interpretano i dati.

Posta in questi termini la questione potrebbe apparire relativamente semplice ma l’individuazione del campione è un elemento essenziale per garantire i risultati.

L’ampiezza del campione è determinata dalla risposta a due problemi. Primo, che margine di errore può essere accettato dalla campagna? Secondo. Quanto è il costo che la campagna può sopportare?

Più aumenta la misura del campione, più diminuisce il margine d’errore. In ogni caso l’entusiasmo di molti candidati o partiti nel commissionare un sondaggio con un piccolo margine di errore è normalmente temperato dal fatto che diminuire il margine di errore significa pagare di più.

venerdì 1 maggio 2009

IL MESSAGGIO ELETTORALE




Negli Stati Uniti non c’è candidato, consulente o esperto in materia elettorale che non ponga al vertice della scala delle priorità la necessità di elaborare un messaggio elettorale credibile. In Italia il concetto di “messaggio” elettorale non è mai stato sufficientemente affrontato al punto che risulta persino difficile una sua corretta definizione nella nostrra lingua. Eppure è impossibile disconoscere che senza una linea guida, un concetto di base, un messaggio forte, è impossibile costruire la strategia di una campagna elettorale. Si potrebbe quasi affermare che i soggetti di una campagna elettorali sono il candidato e il suo messaggio. Una possibile trasposizione in italiano del “messaggio” che viene posto al centro delle campagne elettorali statunitensi, ma non solo, potrebbe essere il programma elettorale ma, nel nostro caso, si tratta quasi sempre di un insieme di più argomenti che spaziano nei temi più disparati. Il “messaggio”, the message, è invece racchiuso in poche righe ed è la sintesi di un programma ben più complesso. In Italia l’utilizzo del messaggio elettorale, spesso sintetizzato in uno slogan - ma sarebbe sbagliato ridurlo a questo -, è relativamente recente e per lo più limitato ai leaders nazionali dei partiti o delle due coalizioni. Nei singoli collegi i candidati tendono a proporre programmi che toccano punto per punto i problemi del loro territorio con il risultato, spesso persino grottesco, che tutti i programmi sono uguali e, fatto salvo qualche piccolo aggiustamento, potrebbero essere riproposti su tutto il territorio nazionale da candidati sia della coalizione del centrodestra sia da quelli del centrosinistra.

Il messaggio, il core di un programma elettorale, è una sua estrema sintesi, una frase che racchiude una filosofia, una strategia politica, un piano d’azione che gli elettori condividerla o meno. Il messaggio racchiude quindi il motivo per il quale un candidato partecipa a quella determinata competizione e determina negli elettori la scelta a favore dell’uno o dell’altro. Un messaggio elettorale è per sua natura radicale e sancisce, senza ombra di dubbio, che il candidato A è contro il candidato B, oppure che la coalizione di centrodestra è contro quella di centrosinistra. Quando gli elettori devono compiere la loro scelta non votano pensando che un candidato è più buono di un altro, o più educato, o più famoso: votano un candidato (o una coalizione) contro un altro. Votano cioè a favore di uno ma soprattutto contro un altro.

Un messaggio può essere illustrato o simbolizzato nei modi più diversi: in una frase, una parola, un discorso, un segno grafico, un colore, l’espressione di un volto, un gadget. L’importante è che sia sempre al centro della campagna elettorale e che ne faccia da filo conduttore. Talvolta si tende a confondere il messaggio con la strategia elettorale. La differenza fra i due concetti è che il messaggio risponde essenzialmente alla domanda “perché ti sei candidato?” (Why are you running?) mentre la strategia risponde alla richiesta di conoscere quali strumenti saranno individuati e come saranno utilizzati per essere eletti (How you will win?).

Un messaggio elettorale credibile non può quindi essere frutto di un momento creativo ma, il risultato di un accurato lavoro di analisi e di ricerca sul territorio teso ad individuare le caratteristiche e quindi le aspettative di quello specifico elettorato.

giovedì 30 aprile 2009

BREVIARIO DEL CANDIDATO

  1. Verifica quali risorse, in termini organizzativi, può metterti a disposizione la segreteria cittadina, provinciale o regionale del tuo partito.
  2. Studia la composizione geografica del tuo collegio e analizza i dati delle precedenti elezioni tenendo conto della situazione politica dell’anno in cui ti sei candidato.
  3. Se necessario individua un esperto, sociologo o economista nel tuo collegio, in grado di aiutarti ad analizzare i dati che raccogli.
  4. Individua la sede del tuo ufficio elettorale tenendo conto della sua facilità ad essere raggiunto, il comfort e i costi.
  5. .Installa nell’ufficio elettorale una linea di fax, almeno due linee telefoniche, una fotocopiatrice, dei computer in rete.
  6. . Compila una lista dei possibili finanziatori e incontrali personalmente.
  7. . Ringrazia personalmente e immediatamente ogni sponsor anche se la cifra che ti mette a disposizione è irrisoria.
  8. . Tieni sotto controllo, con il mandatario elettorale o con il tesoriere, tutte le entrate e le uscite.
  9. . Leggi ogni giorno attentamente i giornali, guarda la televisione, ascolta la radio.
  10. . Individua e approfondisci i problemi locali.
  11. . Chiedi alla gente quali sono, secondo loro, i problemi più importanti che vorrebbero fossero affrontati e risolti.
  12. . Non farti sfuggire e non sottovalutare i problemi emergenti.
  13. . Parla con degli esperti di ogni singolo settore dei specifici problemi.
  14. . Riduci al minimo il numero dei temi che affronterai durante la campagna elettorale
  15. . Non contare su quanti dicono di voler lavorare gratis nel tuo ufficio elettorale
  16. . Non credere a chi sostiene di “manovrare” un pacchetto di voti
  17. . Non pagare nessuno a priori in cambio di un presunto procacciamento di voti
  18. . Non dare per scontato che chi dice di votare per te lo faccia
  19. . Ingaggia un bravo consulente politico o un coordinatore per darti una mano nella gestione delle pubbliche relazioni e nei contatti con la stampa
  20. . Individua gli abiti che meglio si adattato a ogni diverso evento
  21. . Vestiti in maniera sobria, comoda e appropriata ad ogni circostanza. Gli uomini tengano in macchina sempre una camicia pulita e una cravatta; le donne un paio di scarpe, un paio di calze e una giacca.
  22. . Scegli un colore standard per gli abiti che indosserai per le foto da usare sui manifesti, brochures, ecc.
  23. . Cerca di mantenere buoni rapporti formali con i tuoi avversari
  24. . Accetta di dibattiti pubblici con i tuoi avversari se sei sicuro che ciò contribuirà al tuo successo
  25. . Non concentrare l’attenzione sulle campagne elettorali degli altri. Investi tutte le tue energie sulla tua.
  26. . Fatti dare l’elenco degli iscritti del tuo partito e non esitare a visitarli in casa uno ad uno. In Italia, contrariamente a quanto accade negli altri paesi, la pratica del “canvassing” non è ancora diffusa. Per questo adottala.
  27. . Comincia a visitare i possibili elettori sin dall’inizio della campagna elettorale.
  28. . Dedica alle tue visite agli elettori due ore al giorno.
  29. . Contatta telefonicamente le persone che non hai trovato a casa.
  30. . Segnati i nomi di tutte le persone che hai incontrato per implementare la tua mailing e phone list.
  31. . Non cercare di conquistare un gruppo di persone o una categoria che sai essere a priori contro di te
  32. . Organizza un gruppo di persone in grado di raccogliere i dati sulle tue preferenze in ogni singolo seggio.
  33. . Organizza la serata delle elezioni e fornisci tutte le persone che ti devono inviare delle informazioni di un telefonino e di una linea telefonica dedicata solamente a loro.
  34. Studia le leggi elettorali
  35. . Se sei un esordiente impara perfettamente le norme e i contenuti del ruolo che ricoprirai se sarai eletto
  36. . Non uscire dal tema centrale della tua campagna elettorale e non perderai il controllo della situazione
  37. . Non cogliere le provocazioni che vengono dai tuoi avversari
  38. . Più lavori e più gli altri lavoreranno per te
  39. . Conosci te stesso prima che lo facciano gli altri
  40. . Sii umile ed ascolta più che parlare
  41. . Sorridi. Devi sempre sembrare una persona che sta vivendo un momento felice
  42. . Parla con i tuoi collaboratori, chiedi loro per chi voteranno, invitali a cena
  43. . Quando vieni intervistato oltre a porre domande sul tuo programma politico i giornalisti, soprattutto alla radio o alla televisione, tendono a rivolgerti alcune domande personali. Preparati a rispondere a queste domande:
  44. Qual è l’ultimo libro che hai letto.
  45. Qual è l’ultimo film che hai visto
  46. Vai in chiesa?
  47. Qual è il tuo scrittore preferito
  48. Che musica ascolti di solito
  49. Quanto costa un litro di latte
  50. Quanto costa un litro di benzina
  51. Quanto costa un chilo di pane
  52. Quanti punti ha in campionato la squadra di calcio locale
  53. Quanto costa un biglietto dell’autobus
  54. Qual è il budget della tua campagna elettorale

mercoledì 29 aprile 2009

CERCARE SOSTENITORI

Un'ottima attività per il prossimo week end potrebbe essere quella di raccogliere i nominativi di tutte le persone che si conoscono personalmente nella propria circoscrizione elettorale.
Stendere un elenco. Indicare con il colore rosso gli amici stretti, in azzurro i quasi amici, in giallo i conoscenti. Inventare, insomma, un codice per i livelli di contiguità.
Scremare, ricominciare. Indicare quelli che potrebbero dare una mano in campagna elettorale, escludere quelli della cui "infedeltà" si è certi.
Annotare i numeri di telefono. Iniziare a chiamare quelli apparentemente più distanti. Prendere appuntamenti informali, offrire un caffè. Chiedere, a chi si dimostra disponibile, se ha altri amici che potrebbero dare una mano. Prendere nota di tutti i contatti, indicare che cosa hanno risposto, quando e a che ora. Non sentirsi stupidi o frustrati. E' il mestiere del candidato.

VACANZE A STRASBURGO


In Francia il presidente Nicolas Sarkozy ha abolito la settimana lavorativa di 35 ore. Il Parlamento europeo, invece, quest'anno ha introdotto una novità mondiale: l'anno lavorativo di 33 giorni. Ai 785 eurodeputati, pagati 30mila euro mensili, basta volare a Bruxelles o a Strasburgo una volta al mese, starci due-tre giorni, ed è fatta.
Certo, ci sono anche le mezze giornate. Lunedì 4 maggio, per esempio, la seduta comincia alle 17 e va avanti fino a mezzanotte. Ma in realtà è una giornata libera: basta che l'eurodeputato prenda un aereo dal suo Paese verso le nove di sera, atterri a Strasburgo alle undici e vada subito a firmare il registro presenze. Così non perde la diaria di 300 euro al giorno. Idem per le mezze giornate al mattino: non è tanto importante l'orario di chiusura, le 13, quanto quello di inizio seduta: le nove. Anche lì, una capatina in sala, firmetta, e poi via verso l'aeroporto.
Il 2009 è un anno particolare, è vero: il 7 giugno si vota, quindi salta la sessione di quel mese. Risultato: ferie extralunghe, dall'8 maggio al 14 settembre. Ai nuovi eletti basterà andare tre giorni a Bruxelles a metà luglio per acclimatarsi.
L'eurodeputato radicale Marco Cappato ha chiesto che il Parlamento renda noti i dati di presenza dei suoi membri, in vista delle elezioni: unica occasione in cui possiamo giudicare i nostri rappresentanti. Niente da fare, il presidente ha opposto questioni di privacy. Allora i radicali hanno fatto da soli, e hanno compilato la classifica dei più assidui e degli assenteisti. Attenzione, però: hanno calcolato non solo le riunioni plenarie, dove come abbiamo visto il giochetto è facile, ma anche altri indici di «produttività»: la partecipazione alle commissioni, il numero di rapporti scritti, di interrogazioni, di interventi in aula.
I RISULTATI SONO IMBARAZZANTI.
«Il problema degli eletti italiani è che non sanno le lingue», ci dice una dirigente dell'Europarlamento, ai piani alti della Torre di Strasburgo. Anonima, altrimenti addio carriera. La maggioranza assoluta dei nostri eurodeputati non parla bene l'inglese, o almeno il francese. «E questo è grave non tanto per le riunioni d'aula, dove è assicurata la traduzione simultanea, quanto per tutti i contatti di corridoio con i colleghi delle altre nazioni, che rappresentano il vero lavoro utile da svolgere a Bruxelles».
Infatti, da un punto di vista concreto l'Europarlamento serve a poco. È un organo consultivo, non decide quasi niente da solo. Non nomina governi, non toglie la fiducia, tutte le leggi (direttive) devono essere «codecise» assieme ai burocrati della Commissione. Alla fine chi comanda veramente non sono né il Parlamento né la Commissione, ma il Consiglio, composto dai ministri dei 27 stati membri. «E neanche loro hanno l'ultima parola, perché poi ciascuno stato è libero di mettere il veto, o di non applicare una norma».
Insomma, quello che voteremo fra un mese è un enorme, simpatico e costosissimo ente inutile che serve soprattutto per far socializzare centinaia di giovani portaborse multietnici (dalla Lettonia a Malta, dall'Irlanda a Cipro): sono loro a effettuare il vero lavoro, per l'eurodeputato di cui sono «assistenti». Il quale è libero di decidere quanto pagarli. Dispone di 17.500 euro al mese: può darli tutti a uno solo (magari parente o amante), oppure assumerne 17 a mille euro ciascuno. Può tenerli al Parlamento oppure nel proprio collegio elettorale.
Nella Babele di Strasburgo si parlano 22 lingue. Quindi, in teoria, il numero di interpreti è di 22 al quadrato, perché ciascuna lingua dovrebbe essere tradotta in ogni altra. Impresa impossibile. assorbirebbe tutto il bilancio dell'Unione. «Ci sono quindi le lingue-ponte», spiega la dirigente, «per esempio un interprete dall'estone all'inglese, e subito dopo un altro dall'inglese all'italiano». Il risultato è comico. Se qualcuno fa una battuta, un terzo della sala ride subito, un terzo dopo dieci secondi, e gli altri dopo venti.
Sempre che capiscano qualcosa, perché si calcola che ad ogni traduzione si perda in media il 30 per cento del significato. «Gli irlandesi hanno preteso che il gaelico diventasse lingua ufficiale, anche se neppure loro lo parlano. E così i maltesi». Ora si aspettano il croato, il serbo, l'albanese, il norvegese, l'islandese, l'ucraino e il turco. Si spera invano che i moldavi accettino il rumeno.
L'altro grande spreco dell'Europarlamento sono le tre sedi: Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo. Grandi traslochi di migliaia di persone e casse ogni mese. Costano 120 milioni di euro all'anno in più, calcolano i radicali. Di più, secondo i verdi. 200 milioni. Dieci anni fa sia il Belgio sia la Francia, per paura di perderlo, hanno costruito un nuovo palazzo. Tutto è doppio.
Fino al '99 Strasburgo usava le sale del Consiglio d'Europa: un altro ente diventato inutile dieci anni prima, col crollo del Muro di Berlino e l'entrata dei Paesi dell'Est nell'Unione. Ora i due palazzi troneggiano uno accanto all'altro, desolatamente vuoti per quaranta settimane all'anno. Questa è la vita dell'eurodeputato. Pagatissima, undici mesi di ferie annui. Ma frustrante.
Marco Suttora per Oggi

CANDIDATA ALLE EUROPEE

http://video.corriere.it?vxSiteId=404a0ad6-6216-4e10-abfe-f4f6959487fd&vxChannel=Dall%20Italia&vxClipId=2524_9d5d9ec6-34cc-11de-b6cb-00144f02aabc&vxBitrate=300

SPOT EUROPEO

CHI ANDRA' A STRASBURGO


I candidati alle elezioni europee sanno che a vincere sarà il partito che li sostiene e i partiti sanno che a vincere saranno i rispettivi leaders. In questo senso Berlusconi, che è capolista nelle cinque circoscrizioni italiane, è ben consapevole (ancora una volta) che gli eletti saranno dei suoi sottoposti. Così come accade nelle regioni (Sardegna ad esempio) e nelle città dove decide di esporsi in prima persona. Per non parlare dei parlamentari che devono la loro elezione quasi esclusivamente al premier. Gli elettori, lo si voglia o meno, votano "per Berlusconi", "per Di Pietro"... E in questo senso la mancata presenza di Franceschini capolista creerà ulteriori problemi al Pd. In caso di disfatta potrà dire che non è dipesa da lui e, in caso di tenuta, i candidati potranno vantare un'autonomia che è ancora più pericolosa e che i vecchi soloni del partito già si apprestano a intercettare (uno per tutti: D'Alema è più vispo e attivo che mai e il suo modello riformista "dispone" sia di un giornale sia di una televisione).
Gli eletti certi sono quindi i candidati collocati in pole position dopo i rispettivi leaders. Gli altri si trovano davanti a una strada irta e pericolosa: 100 mila voti o giù di lì sono tantissimi e il territorio di una circoscrizione è enorme. Non bastano i voti della regione o del territorio di appartenenza. E' indispensabile prendere voti ovunque e questo obbliga a macinare migliaia di chilometri in macchina, fare migliaia di incontri con gli elettori lasciando perdere (consiglio vivamente) il "vizio" di perdere tempo con i vertici dei famosi rappresentanti di categoria che ormai rappresentano solo se stessi. I voti si prendono tra la gente mettendo in gioco la propria faccia.
I manifesti, il materiale cartaceo, sono SOLAMENTE un supporto alla comunicazione elettorale e non sono LA comunicazione elettorale. Lo stesso vale per gli spot, le paginate a pagamento sui giornali.... Gli elettori devono SCRIVERE una preferenza e lo fanno solo per una persona o nota o che conoscono (hanno incontrato) personalmente. E che comunque è portatrice di un elemento di fiducia che può essere dato dalla sua vicinanza al leader o dalle cartteristiche della sua personalità (ma quale leader asseconda un personaggio che potrrebbe oscurarlo?).
Un seggio a Strasburgo (73 quelli a disposizione degli italiani) è uno straordinario privilegio in termini economici e, nel predisporre le liste, i partiti ne hanno tenuto ben conto. E' per questo che i nomi degli eletti potrebbero già essere scritti semplicemente scorrendoli. Le "veline" e i "velini" messi in capo dai diversi partiti non andranno da nessuna parte ma servono, e i responsabili ben lo sanno, a fare spettacolo. E' il gioco della politica attuale che, totalmente mediatizzata, ha bisogno di volti telegenici, di una ventata di novità che vada a compensare la riproposizione dei vecchi "arnesi" della politica: quelli che a Strasburgo già ci sono e che non vogliono perdere il privilegio di volare gratis, di aggirarsi nelle remunerative commissioni e di portarsi a casa uno stipendio che ormai nemmeno i super manager possono permettersi. E anche quelli che dopo una vita politicamente tormentata esigono un pensionamento definitivo e soddisfacente. E quelli, poi, che nei partiti non servono più ma che vogliono una poltrona pena l'iraddiddio e che i partiti si vogliono togliere di torno.
Di outsider non se ne è mai vista l'ombra. Quelli cioè che pensano che la candidatura (a volte additittura la prima!!!!!) equivalga a un'elezione, nella corsa delle europee è meglio che abbandonino da subito il campo, pena cocenti frustrazioni.
Esiste l'eccezione, certo ma io non l'ho ancora incontrata. O forse sì. Ricordo un oscuro candidato alle europee che non è stato eletto ma che aveva ottenuto un numero strabiliante di voti. Era un ciellino per il quale la sua organizzazione aveva lavorato in tutte le regioni della sua circoscrizione. Ma, appunto, è stata un'eccezione. E quei voti, ci scommetto, qualcuno li ha rivendicati.
La politica è questa: spettacolo e vendette. Sorprese scarse.

CIRCOSCRIZIONI, ADDIO?

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martedì 28 aprile 2009

LA SEDE ELETTORALE


La sede elettorale è uno strumento di comunicazione. Verificate che disponga di un parcheggio e dello spazio sufficiente per stipare depliant, manifesti, santini e ogni altro materiale cartaceo che dovrà essere distribuito nel corso della campagna elettorale.
Se affittate temporaneamente dei locali solitamente adibiti a negozio fate in modo che la porta rimanga sempre aperta e non tappezzate le vetrine con i manifesti. Nessuno resiste alla tentazione di sbirciare in un ufficio elettorale e dimostrare che si sta lavorando è un ottimo segnale per chi è alla ricerca di un candidato in cui riporre la propria fiducia (ergo, il voto).
Controllate che ci sia il segnale per i cellulari e non lesinate sull'uso delle nuove tecnologie.
Per non rischiare di restare senza connessione internet dotate i pc portatili di chiavetta.
Fate salvare i dati, soprattutto il database, su pennette di almeno 4GB.
Dotatevi di cellulari, più d'uno, semplici da usare e con i quali avete già dimestichezza: in campagna elettorale non c'è tempo per leggere le istruzioni.

Spese di propaganda, finanziamenti e agevolazioni per i partiti politici e per i candidati

Per i candidati alle elezioni amministrative vige l’obbligo della dichiarazione, che può essere resa anche a mezzo di autocertificazione, dei finanziamenti ricevuti di importo superiore a euro cinquantamila (articolo 4, comma 3, della legge 18 novembre 1981, n. 659). I consiglieri provinciali ed i consiglieri dei comuni capoluogo di provincia o con popolazione superiore ai 50.000 abitanti sono tenuti a presentare una dichiarazione concernente le spese sostenute e le obbligazioni assunte per la propaganda elettorale ovvero un’attestazione da cui risulti che si sono avvalsi esclusivamente dei materiali e dei mezzi propagandistici messi a disposizione dal partito o dalla lista di cui hanno fatto parte (articolo 2, comma 1, n. 3), della legge 5 luglio 1982, n. 441). Inoltre, nei comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti, il deposito delle liste e delle candidature deve essere sempre accompagnato da un bilancio preventivo di spesa, da rendersi pubblico così come, ad elezioni avvenute, il rendiconto delle spese sostenute (articolo 30 della legge 25 marzo 1993, n. 81). Diversamente nei comuni con popolazione superiore a 10.000 abitanti e nelle province, statuto e regolamenti disciplinano la dichiarazione preventiva ed il rendiconto delle spese elettorali dei candidati e delle liste.

I consiglieri delle province e dei comuni con popolazione superiore ai 50.000 abitanti sono tenuti a rendere pubblica, all’atto della elezione, in occasione dell’annuale dichiarazione dei redditi ed alla cessazione dalla carica, la situazione patrimoniale propria, nonché quella - se consenzienti - del coniuge non separato e dei figli conviventi (articoli 1, 2, 3 e 4 della legge 441/1982). Tali atti sono pubblici e tutti gli elettori hanno diritto di prenderne visione (articolo 8 della legge 441/1982). Comuni e province regolamentano la disciplina della presentazione delle dichiarazioni, in analogia a quanto previsto dalla citata legge 441/1982 per la Camera dei deputati e per il Senato della Repubblica, comprese le procedure di diffida in caso d’inadempienza.
La normativa in materia di finanziamento ai partiti ed ai candidati, che si applica anche alle elezioni per il rinnovo degli organi dei comuni e province, fa divieto a tutti gli organi della pubblica amministrazione, degli enti pubblici, delle società con partecipazione di capitale pubblico e loro controllate di fornire qualsivoglia forma di finanziamento ai partiti, ai movimenti politici, alle loro articolazioni, ai gruppi parlamentari ed ai candidati. Per quanto riguarda le società private, i contributi devono essere deliberati dall’organo sociale competente ed iscritti regolarmente a bilancio. Tale divieto riguarda anche i candidati e gli eletti in tutti i consessi (articolo 7 della legge 195/1974; articolo 4 della legge 659/1981). Le violazioni sono punite con la reclusione e con una multa.
La suprema Corte di cassazione (Sezioni penali: III Sezione, 11 febbraio 1998, n. 4187) ha avuto modo di interpretare il concetto di “articolazione politico - organizzativa” del partito politico, giungendo ad una interpretazione estensiva dello stesso, fino a comprendervi anche le correnti“ collegate più o meno organicamente e collateralmente al partito” e le testate giornalistiche che fanno riferimento alle stesse.
Partiti, movimenti politici, liste e gruppi di candidati, singoli candidati possono usufruire, nel periodo elettorale, di alcune agevolazioni indirizzate ad un più facile svolgimento della competizione. Tra queste si possono citare: agevolazioni per le spedizioni postali del materiale elettorale (articolo 17 della legge 10 dicembre 1993, n. 515); l’applicazione dell’aliquota IVA del 4 per cento per il materiale tipografico e servizi inerenti la campagna elettorale (articolo 18 della legge 515/1993); l’esenzione dall’imposta di bollo di tutti gli atti e documenti riguardanti la formazione delle liste elettorali, l’esercizio dei diritti elettorali e la loro tutela (allegato B, n. 1, al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 642); la disponibilità da parte dei comuni, regolamentata e non onerosa per gli stessi, di locali attrezzati per conferenze e dibattiti (articolo 19, comma 1, della legge 515/1993); la possibilità di affissione diretta negli appositi spazi di manifesti e stampati (articolo 7 della legge 4 aprile 1956, n. 212).
Per quanto riguarda le speciali aspettative per i candidati, le uniche disposizioni legislative sono quelle che interessano gli appartenenti alle Forze armate (articolo 6, comma 3, della legge 11 luglio 1978, n. 382: licenza speciale per la durata della campagna elettorale e obbligo dell’abito civile), i militari di leva e in ferma prolungata (articolo 24, comma 10-bis, della legge 24 dicembre 1986, n. 958: licenza speciale per la campagna elettorale non computabile ai fini dell’a ssolvimento della leva), i volontari in ferma annuale (articolo 16, comma 4, lettera b) del decreto legislativo 8 maggio 2001, n. 215) e i dipendenti dell’Amministrazione della pubblica sicurezza (articolo 81, comma 2, della legge 1°aprile 1981, n. 121: aspettativa speciale con assegni per la durata della campagna elettorale, divieto di propaganda nell’ambito dell’ufficio, obbligo dell’abito civile, divieto triennale di prestare servizio nella circoscrizione elettorale).
Per quanto riguarda i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, con l’entrata in vigore dei contratti collettivi nazionali di lavoro che hanno sostituito l’istituto del congedo straordinario con quello del permesso retribuito, deve essere valutata la possibilità di concedere le giornate di permesso, in genere tre, in base alle previsioni contrattuali dei singoli comparti relative alle ragioni che giustificano tale concessione.

PRESENTAZIONE DELLE CANDIDATURE: CHE FARE?

Che modelli vanno usati per la presentazione delle candidature per le elezioni comunali e provinciali?

È consigliabile usare quelli messi a disposizione dal Servizio elettorale sui siti Internet delle Regioni o dei comuni in quanto contengono tutti gli elementi essenziali richiesti dalla legge. In particolare, per quanto riguarda i modelli “Dichiarazione di presentazione del candidato alla carica di sindaco/presidente della provincia e di una lista/gruppo di candidati alla carica di consigliere comunale/provinciale” (Atto principale e Atto separato) vanno uniti in un unico documento in formato A3 per assicurare che le firme apposte e la loro autenticazione siano chiaramente collegate all’atto di presentazione recante il contrassegno e gli altri elementi essenziali della dichiarazione.

Da chi può essere effettuata la presentazione – intesa come “materiale” consegna delle candidature?

La legge non dice nulla in merito; pertanto, la presentazione può essere effettuata da esponenti dei partiti o dei gruppi politici, da uno o più candidati o sottoscrittori, dai delegati di lista o da un altro soggetto scelto liberamente.

Il candidato sindaco/presidente della provincia deve sottoscrivere tante dichiarazioni di accettazioni delle candidature quante sono le liste/gruppi che appartengono alla sua coalizione?

Sì. Ogni lista/gruppo presenta, come documentazione, anche la dichiarazione di accettazione di candidatura alla carica di sindaco/presidente della provincia, firmata e autenticata.

Il segretario comunale che operi a scavalco in più comuni tutti interessati alle elezioni può delegare le sue attribuzioni in materia di ricezione delle candidature? Ci sono particolari formalità da rispettare?

Sì. La delega può essere data ad un dipendente. È necessaria la previa autorizzazione del sindaco e una comunicazione alla Prefettura competente per territorio. È opportuna anche una comunicazione al Presidente della Commissione elettorale circondariale competente all’esame delle candidature.

La dichiarazione di accettazione della candidatura alla carica di consigliere comunale/provinciale deve essere di data anteriore alla raccolta delle sottoscrizioni?

No, la giurisprudenza ha precisato che può essere anche di data successiva.

La firma del soggetto che deposita la dichiarazione di presentazione delle candidature prevista a pagina 4 del modello di dichiarazione di presentazione del candidato alla carica di sindaco e di una lista di candidati alla carica di consigliere comunale (Atto principale) deve essere autenticata?

No, non rientra fra i casi per i quali la legge prevede l’autenticazione della firma.

Le liste/gruppi elettorali collegate/i allo stesso candidato sindaco/presidente della provincia devono essere presentate contestualmente?

No, non vi è alcuna prescrizione al riguardo.

Nell’atto di presentazione delle candidature si può scrivere anche lo pseudonimo di un candidato?

Sì. Può aiutare a identificare il candidato in caso di omonimia. Viene riportato anche nel manifesto delle candidature.



LA FOTO DEL CANDIDATO

Si rinunci a tutto, ma non a un fotografo professionista.

MANIFESTI O NON MANIFESTI?


E' stato Berlusconi, nel 1994 e via via negli anni successivi, a invadere l'Italia con il suo faccione e il simbolo del suo partito. Memorabile l'affollamento, in quegli anni, di manifesti 6x3 e 100x140 collocati strategicamente nelle posizioni più appetibili. Per non parlare dei vistosi addobbi delle principali stazioni ferroviarie italiane trasformate in set elettorali con totem, striscioni, manifesti retroilluminati.
Quella prima strepitosa campagna di affissioni ha segnato l'inizio, anche per i candidati locali, di una rincorsa al maximanifesto o alle affissioni pre-campagna elettorale.
Un esempio irripetibile e degno di prossimi approfondimenti è la campagna di affissioni messa in atto da un paio di mesi nella circoscrizione nord est, da tal Tiziano Motti, potenziale candidato alle Europee per il Pdl. Anche se il costo delle tasse di affissione è dimezzato nel caso in cui il committente sia un'organizzazione no profit, un partito politico e via dicendo, si è trattato di un enorme investimento di risorse finanziarie.
E' giustificato?

Per me NO.

I poster di candidati locali 6x3 e le affissioni estreme di manifesti 100x140
nella fase antecedente l'indizione dei comizi (apertura ufficiale della campagna elettorale e obbligo a utilizzare solamente gli spazi negli appositi cartelloni elettorali con dei miseri manifesti 70X100) sono un ottimo affare per le tipografie e le società concessionarie di affissione.
Dal punto di vista del consenso, della conquista cioè di voti, che è l'obiettivo della campagna elettorale, la loro influenza è praticamente nulla.
Il loro impiego è giustificato solamente in città con almeno 500 mila abitanti, con ampie periferie e in cui è difficile per il candidato raggiungere fisicamente tutti gli elettori. E in ogni caso il messaggio deve essere tale da discostarsi nettamente da quelli che promuovono eventi, svendite, offerte speciali e commerciali di ogni genere.

Il manifesto con la faccia del candidato è solamente un memo, uno dei promemoria che possono essere utilizzati per associare nella mente dell'elettore il nome a un volto.

Un poster 6x3 per un candidato locale (sindaco o presidente di provincia) non aggiunge alcun contenuto di conoscenza all'elettore. A meno che.... a meno che il manifesto non evochi emozioni speciali grazie al messaggio che veicola, la grafica che utilizza, l'originalità del messaggio stesso. Il che presuppone, da parte di chi lo realizza, professionalità, professionalià, professionalità.

Non c'è candidato alle elezioni locali che non sia certo - grazie alla complicità di un amico fotografo -, di essere un creativo in grado di "vendere" se stesso. Pessima idea.

I manifesti senza un valore da trasmettere sono solo carta. Eppure per un candidato resistere alla tentazione di finire su un poster gigante è un'impresa praticamente impossibile come lo è, ancor più, la pianificazione delle posizioni e dei tempi di occupazione degli spazi che devono rientrare in una strategia complessiva in cui i diversi strumenti di comunicazione si integrano e si supportano a vicenda.

Da oggi il capitolo poster è comunque chiuso e l'unica vetrina a disposizione sono i cartelloni elettorali allestiti dai comuni. Usarli con parsimonia e intelligenza, e soprattutto in maniera integrata alle altre azioni e strumenti di comunicazione elettorale, è il solo modo per giustificarne la stampa. Di carta, durante una campagna elettorale italiana, ce n'è sin troppa.

DEPOSITO DELLE LISTE ELETTORALI


Finalmente si sapranno i nomi definitivi dei candidati alle elezioni amministrative e soprattutto europee. Grandi sorprese, alle amministrative, non dovrebbero esserci anche perchè la campagna elettorale è insolitamente iniziata, per questa tornata, almeno sei mesi fa. Si conoscono già - salvo poche eccezioni - i nomi dei candidati sindaci e dei presidenti di provincia. Ci sarà invece qualche sorpresa tra i candidati ai consigli comunali e provinciali. Perchè? E' presto detto: sono sempre più numerosi i famosi esponenti della cosiddetta "società civile" corteggiati dalle due parti politiche (con il relativo codazzo di partiti e liste civiche) e che in queste ore decideranno da che parte stare. Il che la dice lunga sulle deologizzazione del nostrro paese dove le scelte sulla collocazione politica sono più sostenute dalla convenienza che dallo schieramento e va da se che il più gettonato è quello del centrodestra dato ampiamente per vincente.
Ancora qualche ora e le firme dovranno essere definitivamente depositate.
A quel punto inizieranno le operazioni di controllo dei simboli (la legge elettorale detta indicazioni ben precise soprattutto sull'obbligatorietà di non usare simboli confondibili o sovrapponibili con quelli di altri partiti! Facciano attenzione le liste civiche che più che simboli originali presentano citazioni di altri partiti nell'intento di intercettare i voti di quegli elettori... Un paio di simboli di riserva da tenere nel cassetto è indispensabile per non rischiare di vedersi ricusare ed escludere definitivamente dalla competizione.
Più intrigante sarà scoprire chi saranno i candidati alle europee dei diversi partiti. Se sui capilista ci sono quasi certezze (eppure sono in corso sfide all'arma bianca soprattutto tra le del Pdl, ex Fi ed ex AN), le liste sono in gran parte ancora un mistero in via di essere defintivamente risolto.
L'on. Verdini, responsabile delle candidature del Pdl, sta scremando e aggiungendo nomi proprio in queste ore nel rispetto delle indicazioni di Berlusconi.
Di Pietro, ormai sul punto di diventare un selezionatore ancor più bravo del suo acerrimo nemico n. 1, sta rispettando gli equilibri locali con l'aggiunta di qualche significativo specchietto per le allodole.
Nel PD le liste sono ancora open sotto la spada di Damocle della sistemazione coatta dei "vecchi" arnesi di partito che, dopo aver ricoperto tutte le cariche possibili, esigono il ricco pensionamento europeo (144.084,36 euro annui escluso il gettone di partecipazione a sedute, commissioni e via dicendo oltre agli innumerevoli benefits).
La Lega Nord sta cercando di sistemare i fedelissimi e di allettare quanti, per fama e notorietà locale e nazionale, possono intercettare qualche voto.
Per le altre liste tutto è in forse.
I 73 candidati italiani che diventeranno parlamentari europei dovranno vedersela con un sistema elettorale proporzionale e uno sbarramento (introdotto proprio quest'anno nella legge italiana) del 4 per cento.
Il territorio è un collegio unico nazionale diviso in cinque circoscrizioni (ai soli fini delle candidature). Ma su questi aspetti tecnici torneremo.

lunedì 27 aprile 2009

VOTA SFIG


Qualcuno spieghi, please, agli elettori italiani ma anche a me, che ho scelto l’ingrato mestiere di razzolare nella comunicazione e soprattutto nella comunicazione politica - che ho passato gli ultimi vent’anni dalle Alpi allo Ionio, dalle Marittime alle Giulie e giù giù per l’Appennino e ogni tanto anche al di là del confine ad est eppoi a fusi orari arretrati a leggere i segni del presente politico, a farne sintesi con il passato per capire qualcosa del futuro -, perché la cultura del piagnisteo la fa da padrona nel cuore e nelle menti della sinistra italiota.
Qualcuno chiarisca - e dica nomi e cognomi di grafici, creativi, copywriter, tipografi, committenti, maestri del pdf in alta risoluzione, fotografi -, perché l’Italia è stata invasa da una delle campagne elettorali più mal combinate della storia.
Qualcuno mi rassicuri che dal cilindro di questa perversa creatività non sia in agguato un ulteriore claim, una SFIG spinta nel niente da un gruppo di poveracci che se la sono già vista con i parenti stretti delle sette piaghe d’Egitto.
Ci si dica che cosa aspettarci ancora da un committente che davanti all’afflitta presentazione del novero della sfortuna quotidiana (disoccupazione, miseria, povertà, ecc. ecc…), ha annuito vigorosamente e forse applaudito all’idea che i muri d’Italia venissero ricoperti dalla versione più tenebrosa e lugubre di quel realismo socialista e menagramo che pensavamo seppellito dal figli dei fiori prima e via via da tutto quel buon senso che, non me ne se ne voglia, è comunque penetrato nella tremula società italiana.
E abbiano la compiacenza, gli estensori della campagna 6x3 insinuatasi nelle pensiline dei tram, di illuminare gli elettori, gli psicologi, i sociologi, i pubblicitari goderecci, i comunicatori frivoli, sulla tipologia di perversione che li ha indotti a rifilare una stilettata di horror a un paese che, Obama docet, meriterebbe più hope che scalogna.
Già che ci sono, dicano due parole anche sul perché Franceschini se ne va di stazione in stazione a incontrare quel popolo che potrebbe vedere comodamente in qualche auditorium (saletta) delle diverse città che “tocca”.
Di treni elettorali, da Truman in poi, se ne sono visti parecchi anche sulle FFSS e il pullman di Prodi ha fatto il suo tempo. Per non parlare della nave di Berlusconi, in cantiere di rimessaggio da tempo. Forse, ma questa è solo un’ipotesi che nasce dalla mente contorta di una maneggiona della comunicazione, tutte queste azioni (messaggi di disgrazia e treni semideserti) mirano a contrastare (!) la comunicazione del presidente del Consiglio che, dopo aver spazzato le montagne di rifiuti lasciate depositare da Bassolino e dalla cornacchiante Iervolino, sta personalmente brigando per ridare una casa agli abruzzesi (giunta regionale e comune dell’Aquila in mano al Pd … fantastica legge del contrappasso!). Non solo, l’ometto è talmente impertinente da aver deciso di portare mister Obama (lo ha chiamato proprio così, addirittura alle spalle della Queen inglese!) e i grandi del mondo (madame Sarkozy che devolve una borsetta per il recupero di una pala del Trecento sarà uno spettacolo irripetibile!) direttamente nella new town che, alla faccia dei menagramo, sarà bella e pronta già in luglio (qualcuno ha presente che a New York, per non parlare del Dubai e del resto del mondo, un palazzo di cinquanta piani viene costruito in sei mesi?). E, se proprio di sfrontatezza vogliamo parlare, non dimentichiamo la festa della liberazione in procinto di diventare la festa della libertà. Insomma, questo premier è proprio un esagitato. Talmente concitato da dimenticarsi di ricoprire l’Italia dei suoi soliti manifesti ritoccati, in capelli trapiantati e acido ianulronico d’ordinanza.
E così la SFIG può dominare incontrastata a fianco delle pale a vento di Di Pietro.
Mentre io gongolo all’idea di fare questo lavoro.