giovedì 25 giugno 2009

L’ECCESSIVA PERSONALIZZAZIONE La politica cancellata


Le accuse che si rovesciano in questi giorni sul presidente del Consiglio, le si condivida più o meno, sono la riprova definitiva del grado estremo di personalizzazione che la politica ha raggiunto oggi in Italia: una riprova che, alquanto paradossalmente, stanno offrendo proprio coloro che fino a ieri additavano la suddetta personalizzazione come sbagliatissima e assolutamente da evitare. Non tenevano conto però che la personalizzazione è un fenomeno inerente alla leadership: tanto più questa è autorevole e forte tanto più s’identifica inevitabilmente con la persona di chi l’esercita. Né tenevano conto del fatto che i regimi democratici, proprio per il pluralismo che caratterizza le loro società, hanno quanto mai bisogno di una leadership forte e unificatrice.

Ma è anche vero che le accuse che ogni giorno riempiono i nostri quotidiani, con grande attenzione alla vita privata di Berlusconi, testimoniano di un livello di personalizzazione che dire estremo è poco. A questo proposito è stato osservato giustamente che anche in altri Paesi europei o negli Usa i vertici del potere (Kennedy e Mitterrand, per fare solo due esempi) sono stati coinvolti ripetutamente in storie scabrose di sesso dense di particolari piccanti, ma in nessun caso però i rispettivi media se ne sono occupati più di tanto, anzi quasi sempre non se ne sono occupati per nulla. Sui gusti e le frequentazioni sessuali delle leadership la regola è stata dappertutto una sostanziale cortina di silenzio. Il fatto che in Italia non sia così, anzi sia l’opposto, potrebbe naturalmente voler dire che l’informazione italiana è assai più libera di quella straniera, ovvero, forse, può voler dire che in Italia la personalizzazione di cui si diceva ha raggiunto livelli realmente patologici.

È questa l’ipotesi più plausibile. Ma bisogna allora domandarsi perché. A me sembra che ciò dipenda dal fatto che in pochi altri Paesi occidentali c’è stato come in Italia una così massiccia cancellazione della politica nel senso che normalmente si dà a questa parola. Idee, programmi, procedure di selezione, organi collettivi di dibattito e di direzione, tutto, a destra come al centro e a sinistra, è stato vanificato o ha provveduto spontaneamente e letteralmente a evaporare. Esauritesi le culture e i partiti politici che risalivano al Cln e alle vicende «alte» della storia nazionale (ciò che in Europa non è accaduto da alcun’altra parte), è subentrato un generale nulla. Sono rimaste solo le persone, sole le nude persone (è il caso di dirlo!). Da questo punto di vista Berlusconi, lungi dall’essere la malattia, è solo il sintomo: esasperato se si vuole ma solo il sintomo.

Nessuna meraviglia allora se la vita pubblica italiana offre da tempo lo spettacolo che offre: dove prima delle «squillo» di casa a Palazzo Grazioli ci sono state le «esternazioni » politiche della moglie del premier golosamente raccolte, il costo delle scarpe di D'Alema, i flirt veri o supposti e la paternità più o meno rocambolesca di Fini, il cachemire glamour di Bertinotti, la carica di capo della Lega trasformata in personale- ereditaria per il giovane Bossi senza che dai suoi si sia levata una critica: il tutto in un affollarsi di giornali e di trasmissioni tv che in pratica si occupano solo di cose del genere.

Ormai in Italia, anche a prescindere dalle ultime settimane, la politica è ridotta a questo. Mentre sullo sfondo si agita il vortice delle intese sotterranee, degli interessi economici che si combinano e si ricombinano per tutelarsi e spadroneggiare, dei clan che si formano, mentre si vede una stampa nel complesso sempre più esangue, si ascoltano mille «voci» che dilagano. Anche in quelli che ancora chiamiamo partiti ognuno gioca per sé, al massimo in combutta con qualche sodale. Tutto ciò è il prodotto della fine della politica: della quale è un frutto quella personalizzazione di cui la foto di Berlusconi tra le lenzuola, quando mai comparisse, non sarebbe che un riassunto simbolico. C’è comunque in questa deriva italiana come un ritorno all’antico. Si dilegua la politica, infatti, e sembra di veder riaffiorare un’Italia che credevamo alle nostre spalle: un Paese in mano a pochi, a oligarchie interessate esclusivamente al proprio potere; un Paese marginale, tagliato fuori dal mondo e che ha ormai perso il senso di un destino comune, senza ambizioni e progetti per il futuro; un Paese che non si stima e che non sembra più capace di chiedere nulla a se stesso. Un Paese che nel vuoto della politica lascia vedere qualcosa di molto simile a un vuoto di volontà, a un vuoto morale.

Ernesto Galli della Loggia
25 giugno 2009