lunedì 31 agosto 2009

Giappone, vince il partito democratico. Fuori Taro Aso




Il Partito Democratico giapponese guidato da Yukio Hatoyama stravince e conquista la maggioranza assoluta dei seggi nella Camera Bassa, il ramo più importante del parlamento. «Credo che il popolo giapponese abbia votato per il cambiamento e contro le politiche del governo» ha detto il leader dei Democratici (DpJ) Hatoyama, commentando per la prima volta il successo elettorale che si profila sui Liberaldemocratici. «Il risultato è molto severo e credo che dobbiamo riflettere su questo per avere una nuova partenza. Per parte mia, mi prendo la responsabilità della sconfitta» ha detto il premier e leader dell'Lpd Taro Aso il cui partito ha governato in Giappone per oltre mezzo secolo.
Al contrario, per i Democratici si profila un trionfo, con tutte le proiezioni dei network nipponici concordi nell'accreditare al partito di Yukio Hatoyama, almeno 300 seggi sui 480 che compongono la potente Camera Bassa. «Il partito è da ricostruire», ha commentato Shigeru Ishiba, ministro dell'Agricoltura ed esponente di punta dei Liberaldemocratici, di fronte al tracollo del partito.
Le proiezioni dei maggiori istituti di ricerca nipponici vengono via via confermati dallo scrutinio dei voti da cui emerge che il partito Democratico del Giappone (DpJ) ha raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera Bassa: 257 su 480. Sulla base dei dati ufficiali, quando mancano ancora da assegnare circa 150 seggi, i Liberaldemocratici del premier Taro Aso si fermano a quota 67, mentre i partner di governo del New Komeito, ne hanno 11.


http://video.corriere.it/?vxChannel=Dal%20Mondo&vxClipId=2524_36e035a6-955b-11de-8421-00144f02aabc

In Germania perde la Cdu della Merkel

Forte calo, secondo le prime proiezioni, della Cdu, il partito cristiano democratico della cancelliera Angela Merkel, alle regionali che si sono tenute in tre Laender tedeschi. Le perdite peggiori le ha subite in Turingia, a est. Calo anche nella Saar, a ovest. Stabile invece la Cdu in Sassonia, a est. La Spd il partito socialdemocratico ha più o meno tenuto. Forte affermazione invece della sinistra di Die Linke soprattutto nel Land della Saar.

Lo spot del Die Linke


Secondo le proiezioni della seconda rete pubblica Zdf, la Cdu, che governava finora con la maggioranza assoluta guidata dal premier Peter Mueller, è precipitata a circa il 34% dal 47,5% che aveva. La Spd perde anche ma in modo meno drammatico: 26% rispetto al 30,8%.


Sensazione invece per Die Linke, il partito di sinistra nato dalla fusione fra i postcomunisti della Pds e i ribelli della Spd, arrivata di colpo al 19,5%. Il partito era sceso in campo con un asso nella manica: l'ex premier del Land nonchè ex leader federale della Spd e ministro delle finanze, Oskar Lafontaine. I liberali (Fdp) sono all'8,5% i Verdi al 6%. Per la Cdu la domanda ora è se, persa la maggioranza, ce la farà a formare una coalizione con la Fdp. altrimenti l'alternativa potrebbe essere rosso-rosso-verde fra Linke, Spd e Verdi.




venerdì 28 agosto 2009

SI VOTA IN GIAPPONE

Il Partito democratico giapponese (Djp) è nettamente favorito alle elezioni in Giappone, in programma domenica 30 agosto. Dopo cinquant'anni di governi liberaldemocratici, dunque, i giapponesi sembrano intenzionati a cambiare partito alla guida del Paese, dopo il declino economico e sociale dell'ultimo decennio. Secondo un sondaggio del quotidiano 'Ashahi' il 62enne Yukio Hatoyama diventerà premier con una maggioranza molto ampia, con la conquista dei due terzi della Dieta (il parlamento Giapponese) espugnando così l'attuale premier Taro Aso.

PERCHE' QUESTE ELEZIONI SONO PARTICOLARMENTE IMPORTANTI


LO SPOT A SUPPORTO DEL PRIMO MINISTRO IN CARICA TARO ASO



LO SFIDANTE DEMOCRATICO YUKIO HATOYAMA














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giovedì 27 agosto 2009

martedì 25 agosto 2009

Afghanistan, primi risultati /Testa a testa Karzai-Abdullah











Dopo lo spoglio del 10% dei voti espressi, al presidente è attribuito il 41% delle preferenze, al rivale il 39%


KABUL - Si profila un testa a testa tra Hamid Karzai e Abdullah Abdullah, stando ai primi risultati parziali delle presidenziali in Afghanistan, forniti dalla Commissione elettorale indipendente. Dopo lo spoglio del 10% dei voti espressi, al presidente uscente è attribuito il 41% delle preferenze, al principale rivale il 39%.

I NUMERI - «Su un totale di 524.444 voti validi, 212.927 sono andati a Karzai e 202.889 ad Abdullah», ha riferito un portavoce della Commissione elettorale in una conferenza stampa. Nei prossimi giorni, la Commissione continuerà a diffondere i risultati parziali delle elezioni del 20 agosto ma i dati definitivi non saranno disponibili prima di metà-fine settembre.

IPOTESI BALLOTTAGGIO - Se né il presidente uscente né il principale avversario Abdullah riusciranno a ottenere più del 50%, i due dovranno confrontarsi di nuovo al secondo turno. I sostenitori di Karzai si sono già sbilanciati, affermando che il presidente ha raggiunto circa il 70% delle preferenze, mentre Abdullah ha denunciato pesanti irregolarità a favore di Karzai.


La Repubblica 25 Agosto


venerdì 21 agosto 2009

PER CAPIRE LE LE ELEZIONI IN AFGHANISTAN

Questi filmati consentono di capire come si sono svolte le elezioni presidenziali in Afghanistan e soprattutto dimostrano come anche in un paese in guerra l'immagine dei candidati e la sua veicolazione attraverso i media svolga un ruolo essenziale nella decisione di voto. Karzai, la cui vittoria in questo momento è ancora controversa (il computo dei voti non è ancora concluso in tutto il Paese), risulta certamente il candidato più smart, più abile, più esperto. Il suo inglese è fluente e risulta, complessivamente, un uomo "di mondo" molto più di quanto non lo sia il suo avversario. Karzai si conferma, in queste immagini, un leader in grado di dialogare con tutti gli interlocutori mondiali (emblematico è, a questo proposito, il suo spot elettorale)pur mantenendo saldo il sistema valoriale dei suo Paese (indispettendo così gli osservatori internazionali che lo vorrebbero meno ambiguo e più incisivo in tema di riforme).
Il voto, lo possiamo vedere, si è svolto in una situazione estremamente difficile: i cittadini sono stati minacciati, la guerra è in corso, le truppe internazionali hanno cercato di mantenere il controllo di un sistema particolarmente complesso. Complesse sono state anche le modalità di voto, estranee a tutti coloro che nelle democrazie occidentali non si sottopongono alla prova dell'inchiostro indelebile e delle impronte digitali. Il tutto in un'area geografica ampia quanto accidentata e piena di insidie. Le elezioni si sono comunque svolte segnando la possibilità di riconsegnare il paese ai suoi abitanti. Un obiettivo più virtuale che reale, ma indicativo di nuove possibilità di partecipazione al processo democratico. Ho aggiunto un paio di link che portano nel mondo delle donne che, non dimentichiamolo, con i loro burqua azzurri, rimangono l'immagine dell'Afghanistan nel mondo.



LO SPOT ELETTORALE DEL PRESIDENTE IN CARICA KARZAI



GLI SPOT ELETTORALI DELLO SFIDANTE ABDULLAH ABDULLAH

http://drabdullah.af/




LO SPOT DI ASHARAF GANI


ENTRAMBI I CONTENDENTI DICHIARANO DI AVER VINTO LE ELEZIONI




KARZAI ANNUNCIA LA SUA VITTORIA


IL CONTEGGIO DEI VOTI


CHI SOSTIENE L'INUTILITA' DELLE TRUPPE STRANIERE


I PREPARATIVI PER IL VOTO


IL DIBATTITO TELEVISIVO PRIMA DEL VOTO


LA CAMPAGNA ELETTORALE DI ABDULLAH E DI KARZAI


LO STILE ELETTORALE (VINCENTE) DI KARZAI


ABDULLAH SPIEGA IL SUO PROGETTO POLITICO


I PREPARATIVI PER IL VOTO VISTI DALLA MISSIONE INTERNAZIONALE DI CONTROLLO SULLE ELEZIONI




DONNE AFGHANE
http://www.youtube.com/watch?v=qiTUuu6tnj0

http://www.youtube.com/watch?v=VD4phpGuSqU

sabato 25 luglio 2009

Una testimonianza e una denuncia


Sono stata testimone della chiusura per ferie del reparto Cure Palliative dell’Ospedale di Udine. Ho visto i pochi letti ancora occupati (quattro al 3 luglio) liberarsi per cause naturali (decessi) o per trasferimento presso altre strutture (Rsa). Ero lì quando si sono abbassate le saracinesche, spente le luci della sin troppo lussuosa cucina, fatto definitivamente silenzio in un luogo che per sua natura annienta i rumori.
Sembrava un paradosso da Hallowen l’annuncio che la “riorganizzazione programmata dei reparti ospedalieri per il periodo estivo” comprendeva anche un taglio netto a quei sei posti letto, voluti dalla gente attraverso una sottoscrizione pubblica e l’aiuto di privati buoni e volonterosi. E’ successo un po’ quel che accade quando della gente comune si mobilita per aiutare un bambino a curarsi all’estero e proprio prima dell’inizio del viaggio della speranza il bambino improvvisamente muore. Una beffa del destino, il sopravvento dell’imponderabile.
Le cure palliative e il reparto che le applica non rientrano però in una partita a dadi. Non consentono vittorie o sconfitte perché appartengono all’area del mistero dove le risposte aleggiano, ma non si posano.
Non avrei voluto capire, seguendo un letto con il suo macabro corredo di ossigeno e flaconi tintinnanti lungo un corridoio, che una riorganizzazione – termine fantozziano se liberato dalla sua contingente tragicità -, avesse potuto depennare per due mesi l’utilizzo dell’unico luogo deputato a familiarizzare con il tabù del fine vita: la parola morte è troppo tranchant, insopportabile per chi ritiene, sempre, di aver diritto ad almeno ancora un giorno di vita. Eppure l’OMS non è ricorso a giri di parole nel definire le cure palliative: “…forniscono il sollievo dal dolore e da altri gravi sintomi, sono garanti della vita e considerano la morte un processo naturale che non intendono affrettare né ritardare”, “…integrano gli aspetti psicologici e spirituali della cura dei pazienti e offrono un sistema di supporto per aiutare i malati a vivere nel modo più attivo possibile fino alla morte”, “…rispondono ai bisogni dei malati e delle famiglie, offrendo, qualora necessario, un intervento di supporto nella fase di elaborazione del lutto”. Poste in questi termini le cure palliative equivalgono alla speranza, parola altrettanto contraddittoria se applicata al momento della conclusione della vita. Eppure, chi approda a quel reparto (in tutte le stagioni, estate esclusa) lo fa perché è al termine di un percorso, a volte lunghissimo, di sofferenza fisica e psichica. E vede paradossalmente in quelle stanze una prospettiva di pace, di possibile assenza di dolore. E’ in questa fase di vaga ebbrezza che si abbatte la mannaia dell’economia della salute per la quale un posto letto liberato è un risparmio assicurato; e non sono esclusi vantaggi e benefits per i primari più virtuosi, quelli che… “una flebo e via”. L’Ospedale, in questa ottica, diventa un pit stop a cui segue un’ assistenza domiciliare o un parcheggio, spesso definitivo, in una cosiddetta Rsa che, per quanto riguarda Udine, equivale alla Quiete, casa di riposo sovente eterno (Eluana Englaro docet). La procedura fissata dai contabili del dolore prevede che i malati “stabilizzati” (ma non ci sono medici in grado di dire in termini incontrovertibili se un malato lo è o meno) se ne stiano a casa propria con la scorta di ossigeno e quella di morfina e, se proprio vogliono, anche con un bel letto articolato quasi identico a quello ospedaliero. Perché mai, ad esempio, non trasformare un grazioso miniappartamento di una quadrifamigliare di periferia in un efficiente e provvisorio reparto di oncologia ? I servizi sono garantiti da medici e infermieri ambulanti: una manna per chi pensa che il miglior capolinea della vita sia la propria abitazione dove nessuno verrà preventivamente a controllare se c’è un impianto di condizionamento, se ci sono i requisiti oggettivi per ospitare un malato gravissimo (bambini, anziani, donne in gravidanza, superficie calpestabile, disponibilità psicologica a farsi carico di una tragedia).
E se la situazione da grave diventasse gravissima? Se cioè i parenti avvertissero, magari sbagliando, in un respiro anomalo un indizio della fine? Il ragioniere della salute ha pensato a tutto: si chiama il 118 e ci si fa ricoverare in ospedale tornando così alla casella di partenza passando, elemento che potrebbe far retrocedere drammaticamente la partita, dal pronto soccorso dove farsi assegnare il codice verde bianco o rosso.
Ho visto malati, con dolori acuti e insopportabili, stazionare per ore in quel cono d’ombra che è il pronto soccorso dove la direttiva è di limitare al minimo i ricoveri. I “fortunati” che sono stati poi dirottati in un reparto hanno potuto finalmente approdare alla morfina dopo essersi intossicati con farmaci blandi, inutili e soggetti alle valutazioni ballerine dei medici di passaggio sin lì interpellati.
Ho visto malati rimbrottati perché non avevano attivato l’ADI, una scoperta per loro che, pur in fase terminale, pensavano bastasse la bonomia del medico di base e qualche richiesta di consiglio telefonico al day hospital o alla introvabile guardia medica.
Ho visto ammalati terminali giudicati dimissibili o trasferibili (a casa o nella Rsa) a fronte di un quadro clinico devastante di cui erano più consapevoli essi stessi dei vari medici in transito.
Il reparto Cure Palliative è stato voluto, così era stato detto, per tenere accesa una luce là dove ormai ci sono solo ombre davanti alle quali la cultura occidentale ci ha insegnato solo ad aver paura. Non è un optional, quel reparto, in un territorio dove la realizzazione di un hospice è oggetto di battaglia politica per mantenere discutibili equilibri di potere. E soprattutto è un reparto che coincide drammaticamente proprio con l’hospice perché la sua funzione non è curare, ma accogliere. Tutto ciò però non basta, per gli aziendalismi della salute, a giustificarne l’apertura durante tutti i mesi dell’anno e, se viene deciso di appendere – come in qualsiasi azienda metalmeccanica –, il cartello “chiuso per ferie”, le opzioni Adi e Rsa ritornano trionfalmente in campo e spacciate per privilegi anche a chi chiede, con un fil di voce, di restare lì.
E a nulla vale il desiderio espresso di non salire più su un’ambulanza, o di finire in un altro posto sconosciuto o di tornare in quella casa dove si è conosciuto solo il dolore. La procedura è inequivocabile: i letti devono essere liberati, bisogna far lavorare il colosso internazionale a cui fa capo Medicasa, bisogna alimentare i posti letto della Rsa che forse, chi l’avrebbe mai detto, è l’hospice occulto e inadatto di un sistema sanitario che gioca con i dadi del Potere che, dove ci sono i deboli, gli ammalati, può finalmente e tragicamente trionfare.

sabato 11 luglio 2009

domenica 28 giugno 2009

I piani di Debora e i pesi dei piombini

Qualcuno (Luca?) le dica di non leggere i discorsi che scrive (Luca?) e di usare dietro al podio uno sgabello per evitare l'effetto 8a nana.


giovedì 25 giugno 2009

Michelle's rule

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/06/24/AR2009062403676.html?wpisrc=newsletter&wpisrc=newsletter&wpisrc=newsletter

L’ECCESSIVA PERSONALIZZAZIONE La politica cancellata


Le accuse che si rovesciano in questi giorni sul presidente del Consiglio, le si condivida più o meno, sono la riprova definitiva del grado estremo di personalizzazione che la politica ha raggiunto oggi in Italia: una riprova che, alquanto paradossalmente, stanno offrendo proprio coloro che fino a ieri additavano la suddetta personalizzazione come sbagliatissima e assolutamente da evitare. Non tenevano conto però che la personalizzazione è un fenomeno inerente alla leadership: tanto più questa è autorevole e forte tanto più s’identifica inevitabilmente con la persona di chi l’esercita. Né tenevano conto del fatto che i regimi democratici, proprio per il pluralismo che caratterizza le loro società, hanno quanto mai bisogno di una leadership forte e unificatrice.

Ma è anche vero che le accuse che ogni giorno riempiono i nostri quotidiani, con grande attenzione alla vita privata di Berlusconi, testimoniano di un livello di personalizzazione che dire estremo è poco. A questo proposito è stato osservato giustamente che anche in altri Paesi europei o negli Usa i vertici del potere (Kennedy e Mitterrand, per fare solo due esempi) sono stati coinvolti ripetutamente in storie scabrose di sesso dense di particolari piccanti, ma in nessun caso però i rispettivi media se ne sono occupati più di tanto, anzi quasi sempre non se ne sono occupati per nulla. Sui gusti e le frequentazioni sessuali delle leadership la regola è stata dappertutto una sostanziale cortina di silenzio. Il fatto che in Italia non sia così, anzi sia l’opposto, potrebbe naturalmente voler dire che l’informazione italiana è assai più libera di quella straniera, ovvero, forse, può voler dire che in Italia la personalizzazione di cui si diceva ha raggiunto livelli realmente patologici.

È questa l’ipotesi più plausibile. Ma bisogna allora domandarsi perché. A me sembra che ciò dipenda dal fatto che in pochi altri Paesi occidentali c’è stato come in Italia una così massiccia cancellazione della politica nel senso che normalmente si dà a questa parola. Idee, programmi, procedure di selezione, organi collettivi di dibattito e di direzione, tutto, a destra come al centro e a sinistra, è stato vanificato o ha provveduto spontaneamente e letteralmente a evaporare. Esauritesi le culture e i partiti politici che risalivano al Cln e alle vicende «alte» della storia nazionale (ciò che in Europa non è accaduto da alcun’altra parte), è subentrato un generale nulla. Sono rimaste solo le persone, sole le nude persone (è il caso di dirlo!). Da questo punto di vista Berlusconi, lungi dall’essere la malattia, è solo il sintomo: esasperato se si vuole ma solo il sintomo.

Nessuna meraviglia allora se la vita pubblica italiana offre da tempo lo spettacolo che offre: dove prima delle «squillo» di casa a Palazzo Grazioli ci sono state le «esternazioni » politiche della moglie del premier golosamente raccolte, il costo delle scarpe di D'Alema, i flirt veri o supposti e la paternità più o meno rocambolesca di Fini, il cachemire glamour di Bertinotti, la carica di capo della Lega trasformata in personale- ereditaria per il giovane Bossi senza che dai suoi si sia levata una critica: il tutto in un affollarsi di giornali e di trasmissioni tv che in pratica si occupano solo di cose del genere.

Ormai in Italia, anche a prescindere dalle ultime settimane, la politica è ridotta a questo. Mentre sullo sfondo si agita il vortice delle intese sotterranee, degli interessi economici che si combinano e si ricombinano per tutelarsi e spadroneggiare, dei clan che si formano, mentre si vede una stampa nel complesso sempre più esangue, si ascoltano mille «voci» che dilagano. Anche in quelli che ancora chiamiamo partiti ognuno gioca per sé, al massimo in combutta con qualche sodale. Tutto ciò è il prodotto della fine della politica: della quale è un frutto quella personalizzazione di cui la foto di Berlusconi tra le lenzuola, quando mai comparisse, non sarebbe che un riassunto simbolico. C’è comunque in questa deriva italiana come un ritorno all’antico. Si dilegua la politica, infatti, e sembra di veder riaffiorare un’Italia che credevamo alle nostre spalle: un Paese in mano a pochi, a oligarchie interessate esclusivamente al proprio potere; un Paese marginale, tagliato fuori dal mondo e che ha ormai perso il senso di un destino comune, senza ambizioni e progetti per il futuro; un Paese che non si stima e che non sembra più capace di chiedere nulla a se stesso. Un Paese che nel vuoto della politica lascia vedere qualcosa di molto simile a un vuoto di volontà, a un vuoto morale.

Ernesto Galli della Loggia
25 giugno 2009

mercoledì 24 giugno 2009

FRANCESCHINI DIXIT


Ragazzi della green economy, giovanotti a caccia di segreterie bollenti, romagnoli in lotta, primipare politiche attempate, non crediate che la location sia una porcata americana. Una libreria può fare decidere da che parte pendere. Uno magari non ci pensa, ma un Adelphi e un paio di struzzi possono cambiare la vita a uno che magari non sa bene da che parte stare. Mettiamo Franceschini, che sa come si scavalca a destra in un sol balzo sia veltroni che obama. Lui, che è un furbo, non aspetta ottobre per andare al congresso a farsi massacrare oppure la fine estate per essere maciullato dalle primarie. Lui va in libreria, si mette lì proprio dove gli autori firmano le copie, e - lui che in realtà della carta se ne fa un baffo (ops!) - si mette su youtube e tutte quelle diavolerie on air per dire al mondo che dopo quattro mesi il gioco valeva la candela e che quindi, chi come lui può ridare slancio e vita al partito più malcilento del paese? Il Franceschini in paio di cose (ma non di più) dal suo neofriend Veltroni (dabliuvì nella history di questo blog) le deve aver imparate. E così, dopo lo struggente Spello - oddio! che chic! che tavianata! - eccolo nell'Ikea home davanti ai libri, tutti dritti dritti che se viene a casa mia vomita per quanto l'uno non c'entri con l'altro e di come stiano di traverso e disallineati (i libri, per definizione, non possono essere allineati se non per i loro autori). Mentre dabliuVì (da oggi potrebbe diventare dabliuVè, perchè non averci pensato prima?) aveva scelto per la sua discesa da via delle botteghe oscurissime un set cinematografico, Frazizdà (le z sono un cortese omaggio alla sua ferraresità), ha preferito giocare in casa, una cosina semplice semplice da buttare in rete, senza impegno.
Vuoi che la rete è un casino, nel senso di grande confusione, e che chi ci smanetta è mediamente scazzato (on line language), ma viene il sospetto che la camicia stirata di fresco non sia stata proprio un'idea smagliante. Vuoi metterti on line? Ti schifano i giornalisti che magari ti chiedono se sei mai andato sull'Icarus? E allora mettiti magari dalle parti di un pc, fatti futurista (no Futurista), insomma, aderisci al mezzo!
Intendo dire, io che mi picco di essere cic to cic con la comunicazione e l'immagine, che se uno usa la televisione è giusto che metta una calza sull'obiettivo, che se vuole andare al cinema (talvolta i mezzi si possono confondere) fa bene ad arrancare dalle parti di un cipresso toscano, ma che se vuole andare in rete (diciamolo, è il mezzo più scalcinato che ci sia) deve darsi almeno un'aria da rapper o da matrix, qualcosa di speciale e non di simile a me che mi ostino a credere che la Corea sia la culla della civiltà perchè vi ci è nato Choo. E chi vuole intendere intenda.
Franziz, nel suo video in libreria (ma perchè no in videoteca? uffa!), ha scelto uno stile politico (political style) che è una via di mezzo tra il veltronismo e il seracchianismo che poi, a dirla tutta, sono la stessa cosa. E quindi, giù di brutto al suo partito (il nuovo che avanza richiede macerie alle spalle) e minacce forti e chiare al vecchio che vorrebbe permanere. Lasciamo perdere, oltre ai libri dritti, la camicia fumante e la z ferrarese, ma a questo chierichetto nessuno a detto che 7 minuti sono troppi on e off line? E allora glielo dico io al post-veltron che on line si può restare uno, due minuti, perchè a noi naviganti se c'è qualcosa che ci spossa è lo stare fermi. E' che su internet si aprono e si chiudono finestre e allora già che ci sei vai a vedere che cosa fanno quei pazzi in Iran e contemporaneamente dove andare in vacanza e come ha chiuso la borsa e che cosa ha detto il tuo nuovo amico di Fb e quell'altro che sta su twitter. Insomma, è quel casino di cui dicevo e che mal si coniuga con quelle robe di cui ho parlato che sono dalla camicia in poi tutti quei simboli old politics che poco hanno a che vedere con gli on line addicts.
Per dirla tutta, il Segretario si è dilungato in chiacchere per almeno cinque minuti di troppo anche perchè a nessuno è risultata così strategica la sua visione del nuovo (ancora???) piddì che dovrebbe tirare dentro la new generation e soprattutto lasciare definitivamente a casa quella manica di dalemiani da strapazzo, così cenciosi da render nobile un qualunque papi.
Sì, perchè la fissa del capellano romagnolo, è stata proprio quella di avvertire e avvertire e avvertire (non posso, non posso, non posso) che con lui le cose cambieranno perchè c'è una debora in arrivo (ma lasci perdere il Matteo fiorentino, il ragazzo potrebbe dargli, e gli darà, grandi grattacapi; per esempio sulla comunicazione sa qualcosa che il Segret non ha ancora capito. E qui cascherà l'asino) con una buona truppa di militanti che fremono di andar a fare scuola politica e tutte quelle cose lì. Un mix democomunicrist da far paura!
Ma il punto più suggestivo il Segretario l'ha raggiunto, nel suo appello on line, quando ha citato il Nemico. Vuoi l'emozione, vuoi l'influsso delle parole behind the paper, ma il Nostro si è lambiccato la lingua e, se uno non ci sta proprio attento, pare che dica che a Lui, al Nemico, "bisogna volergli bene" e via dicendo in un crescendo che uno deve fare reward per capire che si riferisce a se stesso (più o meno).
Così disse il Segret, il 24 giugno. Il giorno di San Giovanni, quello in cui per magia, così narrano le leggende, gli animali parlano.

PD's story













Ahi! La rete!

martedì 23 giugno 2009

' Ogni partito cerca di presentare come non importante ciò che d'importante è cresciuto fuori di sé; ma se non gli riesce, lo avversa con tanta più asprezza, quanto più è eccellente.' (F. Nietzsche)

venerdì 19 giugno 2009

La prosecuzione dell’antiberlusconismo con altri mezzi