lunedì 31 agosto 2009
Giappone, vince il partito democratico. Fuori Taro Aso
Il Partito Democratico giapponese guidato da Yukio Hatoyama stravince e conquista la maggioranza assoluta dei seggi nella Camera Bassa, il ramo più importante del parlamento. «Credo che il popolo giapponese abbia votato per il cambiamento e contro le politiche del governo» ha detto il leader dei Democratici (DpJ) Hatoyama, commentando per la prima volta il successo elettorale che si profila sui Liberaldemocratici. «Il risultato è molto severo e credo che dobbiamo riflettere su questo per avere una nuova partenza. Per parte mia, mi prendo la responsabilità della sconfitta» ha detto il premier e leader dell'Lpd Taro Aso il cui partito ha governato in Giappone per oltre mezzo secolo.
Al contrario, per i Democratici si profila un trionfo, con tutte le proiezioni dei network nipponici concordi nell'accreditare al partito di Yukio Hatoyama, almeno 300 seggi sui 480 che compongono la potente Camera Bassa. «Il partito è da ricostruire», ha commentato Shigeru Ishiba, ministro dell'Agricoltura ed esponente di punta dei Liberaldemocratici, di fronte al tracollo del partito.
Le proiezioni dei maggiori istituti di ricerca nipponici vengono via via confermati dallo scrutinio dei voti da cui emerge che il partito Democratico del Giappone (DpJ) ha raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera Bassa: 257 su 480. Sulla base dei dati ufficiali, quando mancano ancora da assegnare circa 150 seggi, i Liberaldemocratici del premier Taro Aso si fermano a quota 67, mentre i partner di governo del New Komeito, ne hanno 11.
http://video.corriere.it/?vxChannel=Dal%20Mondo&vxClipId=2524_36e035a6-955b-11de-8421-00144f02aabc
In Germania perde la Cdu della Merkel
Lo spot del Die Linke
Secondo le proiezioni della seconda rete pubblica Zdf, la Cdu, che governava finora con la maggioranza assoluta guidata dal premier Peter Mueller, è precipitata a circa il 34% dal 47,5% che aveva. La Spd perde anche ma in modo meno drammatico: 26% rispetto al 30,8%.
Sensazione invece per Die Linke, il partito di sinistra nato dalla fusione fra i postcomunisti della Pds e i ribelli della Spd, arrivata di colpo al 19,5%. Il partito era sceso in campo con un asso nella manica: l'ex premier del Land nonchè ex leader federale della Spd e ministro delle finanze, Oskar Lafontaine. I liberali (Fdp) sono all'8,5% i Verdi al 6%. Per la Cdu la domanda ora è se, persa la maggioranza, ce la farà a formare una coalizione con la Fdp. altrimenti l'alternativa potrebbe essere rosso-rosso-verde fra Linke, Spd e Verdi.
venerdì 28 agosto 2009
SI VOTA IN GIAPPONE
PERCHE' QUESTE ELEZIONI SONO PARTICOLARMENTE IMPORTANTI
LO SPOT A SUPPORTO DEL PRIMO MINISTRO IN CARICA TARO ASO
LO SFIDANTE DEMOCRATICO YUKIO HATOYAMA
giovedì 27 agosto 2009
martedì 25 agosto 2009
Afghanistan, primi risultati /Testa a testa Karzai-Abdullah
Dopo lo spoglio del 10% dei voti espressi, al presidente è attribuito il 41% delle preferenze, al rivale il 39%
KABUL - Si profila un testa a testa tra Hamid Karzai e Abdullah Abdullah, stando ai primi risultati parziali delle presidenziali in Afghanistan, forniti dalla Commissione elettorale indipendente. Dopo lo spoglio del 10% dei voti espressi, al presidente uscente è attribuito il 41% delle preferenze, al principale rivale il 39%.
I NUMERI - «Su un totale di 524.444 voti validi, 212.927 sono andati a Karzai e 202.889 ad Abdullah», ha riferito un portavoce della Commissione elettorale in una conferenza stampa. Nei prossimi giorni, la Commissione continuerà a diffondere i risultati parziali delle elezioni del 20 agosto ma i dati definitivi non saranno disponibili prima di metà-fine settembre.
IPOTESI BALLOTTAGGIO - Se né il presidente uscente né il principale avversario Abdullah riusciranno a ottenere più del 50%, i due dovranno confrontarsi di nuovo al secondo turno. I sostenitori di Karzai si sono già sbilanciati, affermando che il presidente ha raggiunto circa il 70% delle preferenze, mentre Abdullah ha denunciato pesanti irregolarità a favore di Karzai.
La Repubblica 25 Agosto
lunedì 24 agosto 2009
venerdì 21 agosto 2009
PER CAPIRE LE LE ELEZIONI IN AFGHANISTAN
Il voto, lo possiamo vedere, si è svolto in una situazione estremamente difficile: i cittadini sono stati minacciati, la guerra è in corso, le truppe internazionali hanno cercato di mantenere il controllo di un sistema particolarmente complesso. Complesse sono state anche le modalità di voto, estranee a tutti coloro che nelle democrazie occidentali non si sottopongono alla prova dell'inchiostro indelebile e delle impronte digitali. Il tutto in un'area geografica ampia quanto accidentata e piena di insidie. Le elezioni si sono comunque svolte segnando la possibilità di riconsegnare il paese ai suoi abitanti. Un obiettivo più virtuale che reale, ma indicativo di nuove possibilità di partecipazione al processo democratico. Ho aggiunto un paio di link che portano nel mondo delle donne che, non dimentichiamolo, con i loro burqua azzurri, rimangono l'immagine dell'Afghanistan nel mondo.
LO SPOT ELETTORALE DEL PRESIDENTE IN CARICA KARZAI
GLI SPOT ELETTORALI DELLO SFIDANTE ABDULLAH ABDULLAH
http://drabdullah.af/
LO SPOT DI ASHARAF GANI
ENTRAMBI I CONTENDENTI DICHIARANO DI AVER VINTO LE ELEZIONI
KARZAI ANNUNCIA LA SUA VITTORIA
IL CONTEGGIO DEI VOTI
CHI SOSTIENE L'INUTILITA' DELLE TRUPPE STRANIERE
I PREPARATIVI PER IL VOTO
IL DIBATTITO TELEVISIVO PRIMA DEL VOTO
LA CAMPAGNA ELETTORALE DI ABDULLAH E DI KARZAI
LO STILE ELETTORALE (VINCENTE) DI KARZAI
ABDULLAH SPIEGA IL SUO PROGETTO POLITICO
I PREPARATIVI PER IL VOTO VISTI DALLA MISSIONE INTERNAZIONALE DI CONTROLLO SULLE ELEZIONI
DONNE AFGHANE
http://www.youtube.com/watch?v=qiTUuu6tnj0
http://www.youtube.com/watch?v=VD4phpGuSqU
sabato 25 luglio 2009
Una testimonianza e una denuncia

Sono stata testimone della chiusura per ferie del reparto Cure Palliative dell’Ospedale di Udine. Ho visto i pochi letti ancora occupati (quattro al 3 luglio) liberarsi per cause naturali (decessi) o per trasferimento presso altre strutture (Rsa). Ero lì quando si sono abbassate le saracinesche, spente le luci della sin troppo lussuosa cucina, fatto definitivamente silenzio in un luogo che per sua natura annienta i rumori.
Sembrava un paradosso da Hallowen l’annuncio che la “riorganizzazione programmata dei reparti ospedalieri per il periodo estivo” comprendeva anche un taglio netto a quei sei posti letto, voluti dalla gente attraverso una sottoscrizione pubblica e l’aiuto di privati buoni e volonterosi. E’ successo un po’ quel che accade quando della gente comune si mobilita per aiutare un bambino a curarsi all’estero e proprio prima dell’inizio del viaggio della speranza il bambino improvvisamente muore. Una beffa del destino, il sopravvento dell’imponderabile.
Le cure palliative e il reparto che le applica non rientrano però in una partita a dadi. Non consentono vittorie o sconfitte perché appartengono all’area del mistero dove le risposte aleggiano, ma non si posano.
Non avrei voluto capire, seguendo un letto con il suo macabro corredo di ossigeno e flaconi tintinnanti lungo un corridoio, che una riorganizzazione – termine fantozziano se liberato dalla sua contingente tragicità -, avesse potuto depennare per due mesi l’utilizzo dell’unico luogo deputato a familiarizzare con il tabù del fine vita: la parola morte è troppo tranchant, insopportabile per chi ritiene, sempre, di aver diritto ad almeno ancora un giorno di vita. Eppure l’OMS non è ricorso a giri di parole nel definire le cure palliative: “…forniscono il sollievo dal dolore e da altri gravi sintomi, sono garanti della vita e considerano la morte un processo naturale che non intendono affrettare né ritardare”, “…integrano gli aspetti psicologici e spirituali della cura dei pazienti e offrono un sistema di supporto per aiutare i malati a vivere nel modo più attivo possibile fino alla morte”, “…rispondono ai bisogni dei malati e delle famiglie, offrendo, qualora necessario, un intervento di supporto nella fase di elaborazione del lutto”. Poste in questi termini le cure palliative equivalgono alla speranza, parola altrettanto contraddittoria se applicata al momento della conclusione della vita. Eppure, chi approda a quel reparto (in tutte le stagioni, estate esclusa) lo fa perché è al termine di un percorso, a volte lunghissimo, di sofferenza fisica e psichica. E vede paradossalmente in quelle stanze una prospettiva di pace, di possibile assenza di dolore. E’ in questa fase di vaga ebbrezza che si abbatte la mannaia dell’economia della salute per la quale un posto letto liberato è un risparmio assicurato; e non sono esclusi vantaggi e benefits per i primari più virtuosi, quelli che… “una flebo e via”. L’Ospedale, in questa ottica, diventa un pit stop a cui segue un’ assistenza domiciliare o un parcheggio, spesso definitivo, in una cosiddetta Rsa che, per quanto riguarda Udine, equivale alla Quiete, casa di riposo sovente eterno (Eluana Englaro docet). La procedura fissata dai contabili del dolore prevede che i malati “stabilizzati” (ma non ci sono medici in grado di dire in termini incontrovertibili se un malato lo è o meno) se ne stiano a casa propria con la scorta di ossigeno e quella di morfina e, se proprio vogliono, anche con un bel letto articolato quasi identico a quello ospedaliero. Perché mai, ad esempio, non trasformare un grazioso miniappartamento di una quadrifamigliare di periferia in un efficiente e provvisorio reparto di oncologia ? I servizi sono garantiti da medici e infermieri ambulanti: una manna per chi pensa che il miglior capolinea della vita sia la propria abitazione dove nessuno verrà preventivamente a controllare se c’è un impianto di condizionamento, se ci sono i requisiti oggettivi per ospitare un malato gravissimo (bambini, anziani, donne in gravidanza, superficie calpestabile, disponibilità psicologica a farsi carico di una tragedia).
E se la situazione da grave diventasse gravissima? Se cioè i parenti avvertissero, magari sbagliando, in un respiro anomalo un indizio della fine? Il ragioniere della salute ha pensato a tutto: si chiama il 118 e ci si fa ricoverare in ospedale tornando così alla casella di partenza passando, elemento che potrebbe far retrocedere drammaticamente la partita, dal pronto soccorso dove farsi assegnare il codice verde bianco o rosso.
Ho visto malati, con dolori acuti e insopportabili, stazionare per ore in quel cono d’ombra che è il pronto soccorso dove la direttiva è di limitare al minimo i ricoveri. I “fortunati” che sono stati poi dirottati in un reparto hanno potuto finalmente approdare alla morfina dopo essersi intossicati con farmaci blandi, inutili e soggetti alle valutazioni ballerine dei medici di passaggio sin lì interpellati.
Ho visto malati rimbrottati perché non avevano attivato l’ADI, una scoperta per loro che, pur in fase terminale, pensavano bastasse la bonomia del medico di base e qualche richiesta di consiglio telefonico al day hospital o alla introvabile guardia medica.
Ho visto ammalati terminali giudicati dimissibili o trasferibili (a casa o nella Rsa) a fronte di un quadro clinico devastante di cui erano più consapevoli essi stessi dei vari medici in transito.
Il reparto Cure Palliative è stato voluto, così era stato detto, per tenere accesa una luce là dove ormai ci sono solo ombre davanti alle quali la cultura occidentale ci ha insegnato solo ad aver paura. Non è un optional, quel reparto, in un territorio dove la realizzazione di un hospice è oggetto di battaglia politica per mantenere discutibili equilibri di potere. E soprattutto è un reparto che coincide drammaticamente proprio con l’hospice perché la sua funzione non è curare, ma accogliere. Tutto ciò però non basta, per gli aziendalismi della salute, a giustificarne l’apertura durante tutti i mesi dell’anno e, se viene deciso di appendere – come in qualsiasi azienda metalmeccanica –, il cartello “chiuso per ferie”, le opzioni Adi e Rsa ritornano trionfalmente in campo e spacciate per privilegi anche a chi chiede, con un fil di voce, di restare lì.
E a nulla vale il desiderio espresso di non salire più su un’ambulanza, o di finire in un altro posto sconosciuto o di tornare in quella casa dove si è conosciuto solo il dolore. La procedura è inequivocabile: i letti devono essere liberati, bisogna far lavorare il colosso internazionale a cui fa capo Medicasa, bisogna alimentare i posti letto della Rsa che forse, chi l’avrebbe mai detto, è l’hospice occulto e inadatto di un sistema sanitario che gioca con i dadi del Potere che, dove ci sono i deboli, gli ammalati, può finalmente e tragicamente trionfare.
giovedì 16 luglio 2009
sabato 11 luglio 2009
domenica 28 giugno 2009
I piani di Debora e i pesi dei piombini
giovedì 25 giugno 2009
L’ECCESSIVA PERSONALIZZAZIONE La politica cancellata

Le accuse che si rovesciano in questi giorni sul presidente del Consiglio, le si condivida più o meno, sono la riprova definitiva del grado estremo di personalizzazione che la politica ha raggiunto oggi in Italia: una riprova che, alquanto paradossalmente, stanno offrendo proprio coloro che fino a ieri additavano la suddetta personalizzazione come sbagliatissima e assolutamente da evitare. Non tenevano conto però che la personalizzazione è un fenomeno inerente alla leadership: tanto più questa è autorevole e forte tanto più s’identifica inevitabilmente con la persona di chi l’esercita. Né tenevano conto del fatto che i regimi democratici, proprio per il pluralismo che caratterizza le loro società, hanno quanto mai bisogno di una leadership forte e unificatrice.
Ma è anche vero che le accuse che ogni giorno riempiono i nostri quotidiani, con grande attenzione alla vita privata di Berlusconi, testimoniano di un livello di personalizzazione che dire estremo è poco. A questo proposito è stato osservato giustamente che anche in altri Paesi europei o negli Usa i vertici del potere (Kennedy e Mitterrand, per fare solo due esempi) sono stati coinvolti ripetutamente in storie scabrose di sesso dense di particolari piccanti, ma in nessun caso però i rispettivi media se ne sono occupati più di tanto, anzi quasi sempre non se ne sono occupati per nulla. Sui gusti e le frequentazioni sessuali delle leadership la regola è stata dappertutto una sostanziale cortina di silenzio. Il fatto che in Italia non sia così, anzi sia l’opposto, potrebbe naturalmente voler dire che l’informazione italiana è assai più libera di quella straniera, ovvero, forse, può voler dire che in Italia la personalizzazione di cui si diceva ha raggiunto livelli realmente patologici.
È questa l’ipotesi più plausibile. Ma bisogna allora domandarsi perché. A me sembra che ciò dipenda dal fatto che in pochi altri Paesi occidentali c’è stato come in Italia una così massiccia cancellazione della politica nel senso che normalmente si dà a questa parola. Idee, programmi, procedure di selezione, organi collettivi di dibattito e di direzione, tutto, a destra come al centro e a sinistra, è stato vanificato o ha provveduto spontaneamente e letteralmente a evaporare. Esauritesi le culture e i partiti politici che risalivano al Cln e alle vicende «alte» della storia nazionale (ciò che in Europa non è accaduto da alcun’altra parte), è subentrato un generale nulla. Sono rimaste solo le persone, sole le nude persone (è il caso di dirlo!). Da questo punto di vista Berlusconi, lungi dall’essere la malattia, è solo il sintomo: esasperato se si vuole ma solo il sintomo.
Nessuna meraviglia allora se la vita pubblica italiana offre da tempo lo spettacolo che offre: dove prima delle «squillo» di casa a Palazzo Grazioli ci sono state le «esternazioni » politiche della moglie del premier golosamente raccolte, il costo delle scarpe di D'Alema, i flirt veri o supposti e la paternità più o meno rocambolesca di Fini, il cachemire glamour di Bertinotti, la carica di capo della Lega trasformata in personale- ereditaria per il giovane Bossi senza che dai suoi si sia levata una critica: il tutto in un affollarsi di giornali e di trasmissioni tv che in pratica si occupano solo di cose del genere.
Ormai in Italia, anche a prescindere dalle ultime settimane, la politica è ridotta a questo. Mentre sullo sfondo si agita il vortice delle intese sotterranee, degli interessi economici che si combinano e si ricombinano per tutelarsi e spadroneggiare, dei clan che si formano, mentre si vede una stampa nel complesso sempre più esangue, si ascoltano mille «voci» che dilagano. Anche in quelli che ancora chiamiamo partiti ognuno gioca per sé, al massimo in combutta con qualche sodale. Tutto ciò è il prodotto della fine della politica: della quale è un frutto quella personalizzazione di cui la foto di Berlusconi tra le lenzuola, quando mai comparisse, non sarebbe che un riassunto simbolico. C’è comunque in questa deriva italiana come un ritorno all’antico. Si dilegua la politica, infatti, e sembra di veder riaffiorare un’Italia che credevamo alle nostre spalle: un Paese in mano a pochi, a oligarchie interessate esclusivamente al proprio potere; un Paese marginale, tagliato fuori dal mondo e che ha ormai perso il senso di un destino comune, senza ambizioni e progetti per il futuro; un Paese che non si stima e che non sembra più capace di chiedere nulla a se stesso. Un Paese che nel vuoto della politica lascia vedere qualcosa di molto simile a un vuoto di volontà, a un vuoto morale.
Ernesto Galli della Loggia
25 giugno 2009
mercoledì 24 giugno 2009
FRANCESCHINI DIXIT

Vuoi che la rete è un casino, nel senso di grande confusione, e che chi ci smanetta è mediamente scazzato (on line language), ma viene il sospetto che la camicia stirata di fresco non sia stata proprio un'idea smagliante. Vuoi metterti on line? Ti schifano i giornalisti che magari ti chiedono se sei mai andato sull'Icarus? E allora mettiti magari dalle parti di un pc, fatti futurista (no Futurista), insomma, aderisci al mezzo!
Intendo dire, io che mi picco di essere cic to cic con la comunicazione e l'immagine, che se uno usa la televisione è giusto che metta una calza sull'obiettivo, che se vuole andare al cinema (talvolta i mezzi si possono confondere) fa bene ad arrancare dalle parti di un cipresso toscano, ma che se vuole andare in rete (diciamolo, è il mezzo più scalcinato che ci sia) deve darsi almeno un'aria da rapper o da matrix, qualcosa di speciale e non di simile a me che mi ostino a credere che la Corea sia la culla della civiltà perchè vi ci è nato Choo. E chi vuole intendere intenda.
Franziz, nel suo video in libreria (ma perchè no in videoteca? uffa!), ha scelto uno stile politico (political style) che è una via di mezzo tra il veltronismo e il seracchianismo che poi, a dirla tutta, sono la stessa cosa. E quindi, giù di brutto al suo partito (il nuovo che avanza richiede macerie alle spalle) e minacce forti e chiare al vecchio che vorrebbe permanere. Lasciamo perdere, oltre ai libri dritti, la camicia fumante e la z ferrarese, ma a questo chierichetto nessuno a detto che 7 minuti sono troppi on e off line? E allora glielo dico io al post-veltron che on line si può restare uno, due minuti, perchè a noi naviganti se c'è qualcosa che ci spossa è lo stare fermi. E' che su internet si aprono e si chiudono finestre e allora già che ci sei vai a vedere che cosa fanno quei pazzi in Iran e contemporaneamente dove andare in vacanza e come ha chiuso la borsa e che cosa ha detto il tuo nuovo amico di Fb e quell'altro che sta su twitter. Insomma, è quel casino di cui dicevo e che mal si coniuga con quelle robe di cui ho parlato che sono dalla camicia in poi tutti quei simboli old politics che poco hanno a che vedere con gli on line addicts.
Per dirla tutta, il Segretario si è dilungato in chiacchere per almeno cinque minuti di troppo anche perchè a nessuno è risultata così strategica la sua visione del nuovo (ancora???) piddì che dovrebbe tirare dentro la new generation e soprattutto lasciare definitivamente a casa quella manica di dalemiani da strapazzo, così cenciosi da render nobile un qualunque papi.
Sì, perchè la fissa del capellano romagnolo, è stata proprio quella di avvertire e avvertire e avvertire (non posso, non posso, non posso) che con lui le cose cambieranno perchè c'è una debora in arrivo (ma lasci perdere il Matteo fiorentino, il ragazzo potrebbe dargli, e gli darà, grandi grattacapi; per esempio sulla comunicazione sa qualcosa che il Segret non ha ancora capito. E qui cascherà l'asino) con una buona truppa di militanti che fremono di andar a fare scuola politica e tutte quelle cose lì. Un mix democomunicrist da far paura!
Ma il punto più suggestivo il Segretario l'ha raggiunto, nel suo appello on line, quando ha citato il Nemico. Vuoi l'emozione, vuoi l'influsso delle parole behind the paper, ma il Nostro si è lambiccato la lingua e, se uno non ci sta proprio attento, pare che dica che a Lui, al Nemico, "bisogna volergli bene" e via dicendo in un crescendo che uno deve fare reward per capire che si riferisce a se stesso (più o meno).
Così disse il Segret, il 24 giugno. Il giorno di San Giovanni, quello in cui per magia, così narrano le leggende, gli animali parlano.
martedì 23 giugno 2009
venerdì 19 giugno 2009
La prosecuzione dell’antiberlusconismo con altri mezzi
«Una cosa del genere non si riesce a ricordarla: una forza politica di una nazione che lavora per impedire che un connazionale di un altro partito possa ricoprire un’alta carica istituzionale europea. Pensare che in Polonia sia la destra dei fratelli Kaczynski che i socialisti appoggiano la candidatura di centrodestra di Jerzy Buzek alla presidenza del Parlamento europeo». Più che abbattuto Mario Mauro pare addolorato per l’ultima trovata di Dario Franceschini e soci: andare a Bruxelles a chiedere ai leader dei gruppi di sinistra europei di opporsi alla sua eventuale nomina a presidente dell’Europarlamento. Una politica da antitaliani.
L’accordo pre-elettorale fra popolari e socialisti europei, infatti, sembra tenere: anche in questa legislatura, come già nella precedente, i due gruppi politici principali paiono intenzionati a cogestire la presidenza del Parlamento, due anni e mezzo gli uni e due anni e mezzo gli altri. Al mitico Martin Schulz (quello del battibecco con Silvio Berlusconi) toccherebbero gli ultimi trenta mesi della legislatura, in cambio i socialisti voterebbero il nome che i popolari proporranno per i primi trenta. In corsa per la candidatura popolare sono, da mesi, il polacco Buzek e l’italiano Mauro. L’uomo di Varsavia parte in pole position, grazie al sostegno dei popolari tedeschi che restano la prima delegazione nazionale all’interno del Ppe, non essendo riuscita l’operazione sorpasso da parte italiana (tra Pdl e Udc il nostro paese porta in dote al gruppo 34 eurodeputati, ma resta dietro alla Germania, che potrà vantare i 42 eletti della Cdu-Csu), ma le chances del candidato italiano sono ancora notevoli in quanto gli eletti di Berlusconi dispongono ora della massa critica sufficiente a condizionare l’esito di tutte le altre nomine in sede europarlamentare, e non solo lì.
Sta di fatto che il Pd italiano ha deciso di rovinare il gioco di mezza Europa pur di proseguire la sua guerriglia contro il Cavaliere, e non solo per quello. A Franceschini non basta aver ottenuto la trasformazione dello storico gruppo socialista al Parlamento europeo in “Alleanza dei socialisti e democratici”, condizione da lui posta per far confluire nei socialisti europei la sua pattuglia di europarlamentari: preso da un soprassalto di ambizioni da eurostratega, il successore di Walter Veltroni vorrebbe dettare la linea a tutta la sinistra continentale, inducendola ad opporsi unitariamente alla riconferma di José Manuel Durão Barroso alla testa della Commissione europea. Passando sopra al fatto che, oltre a tutti i governi di centrodestra (usciti vincitori dalle elezioni del 7 giugno), sono favorevoli al Barroso bis pure i quattro esecutivi di centrosinistra più importanti: Regno Unito, Spagna, Portogallo e Bulgaria. Ma quelli del Pd non sono uomini che si spaventano per così poco. Sotto quella tunica da vestali dell’intangibilità della Costituzione del ’48 e dell’unità nazionale batte un cuore imbevuto dello spirito di fazione dei signori rinascimentali italiani, che consegnavano il Belpaese alle potenze straniere pur di mettere sotto il signorotto italiano che dava loro fastidio, e che credevano di poter condizionare i grandi giochi politici europei, loro che facevano fatica a controllare i propri modesti territori.
A Mario Mauro, comunque, converrà convocare una conferenza stampa per comunicare la sua improvvisa conversione all’islam (nella versione predicata al Cairo da Barack Obama, naturalmente) o, in subordine, cominciare a presentarsi in tv come i radicali, con una stella gialla appuntata sulla giacca. Perché? Per capirlo basta leggere cosa scrive Europa, quotidiano del Partito democratico, con la scusa di voler citare la stampa polacca: «Buzek non dispiace affatto a qualche esponente socialista, che ne apprezza i risultati ottenuti da primo ministro e l’indole laica. La sua fede luterana scongiura la possibilità che possa subire le influenze della potente curia polacca. La militanza in Comunione e Liberazione di Mauro, invece, fa apparire “troppo pio” il candidato italiano, scrive Gazeta Wyborcza». Scherzi (ma non troppo) a parte, Mauro ha ancora frecce al suo arco, soprattutto perché difficilmente Berlusconi accetterà di restare a bocca asciutta dopo avere fatto tanto per il successo dei popolari europei (è grazie a lui che gli eurodeputati di Alleanza nazionale sono andati a ingrossare le fila del Ppe). Il presidente del Consiglio italiano ha già fatto capire che in ogni caso rivendica una posizione apicale per la componente italiana nei nuovi organigrammi. E i giochi sono aperti, anche perché, se com’è pronosticabile in novembre il Trattato di Lisbona entrerà in vigore, altre caselle dovranno essere occupate, e questo allarga il campo delle trattative. Gli accordi ufficiosi fra socialisti e popolari prima delle elezioni ammiccano a una spartizione che vedrebbe Barroso alla presidenza della Commissione, Tony Blair nella nuova carica di presidente del Consiglio europeo e lo svedese (conservatore) Carl Bildt suo vice e alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune. Se a Berlusconi verrà detto “no” per Mario Mauro alla presidenza dell’Europarlamento, inevitabilmente il fondatore del Pdl rivendicherà per l’Italia una delle nuove cariche, oppure il posto di capogruppo dei popolari. Questo attualmente è ricoperto dal francese Joseph Daul, eletto a fatica all’inizio del 2007. Non sarebbe campata per aria l’idea di stringere un accordo con i francesi: il posto di capogruppo dei popolari in cambio dell’appoggio italiano a una carica apicale per Nicolas Sarkozy o un suo uomo/donna di fiducia. Il presidente francese è il leader nazionale uscito meglio dalle elezioni, e non si vede perché il centrodestra europeo, vincitore della tornata elettorale, dovrebbe accontentarsi di nominare alle cariche più importanti uomini provenienti da paesi di seconda fila come Portogallo, Polonia o Svezia. È vero che i francesi hanno già il presidente della Banca centrale europea, quel Jean-Claude Trichet classificato come il quinto uomo più potente del mondo da Newsweek. Ma il suo mandato scadrà fra due anni e mezzo e non è più rinnovabile. Invece la carica di presidente del Consiglio europeo, se rinnovata, permette di durare cinque anni. Se i democratici italiani riusciranno a spostare i socialisti e le altre sinistre su posizioni anti-Barroso, tutti i preaccordi saranno rimessi in discussione, e il nostro scenario di entente italo-francese diventerebbe realistico. E così ancora una volta la sinistra italiana, accecata dall’odio per Berlusconi, finirebbe per giovare alla sua causa.
Il Trattato che cambia le regole
Dunque molto dipende dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, che non avverrà prima dello svolgimento del referendum irlandese, previsto per il prossimo ottobre. Nel frattempo saranno già stati nominati i presidenti della Commissione e del Parlamento europeo. Per quest’ultimo la data dell’elezione è fissata al prossimo 14 luglio. Entro l’8 dello stesso mese il Ppe dovrà sciogliere il nodo della sua candidatura. Ovviamente non è solo la spartizione delle poltrone che dipende dal Trattato di Lisbona, versione edulcorata di quella Costituzione europea che francesi e olandesi hanno affondato coi loro referendum. I poteri dell’Europarlamento, che non sono affatto pochi, lieviteranno ancora. S’è detto e ridetto che il 70-80 per cento delle leggi approvate in Italia altro non sono che il recepimento di direttive e regolamenti votati a Bruxelles. Va aggiunto che l’Europarlamento ha ottenuto emendamenti e modifiche al 71 per cento delle normative predisposte dalla Commissione e sottoposte al suo voto (la famosa direttiva Bolkestein sui servizi, per esempio, è stata profondamente modificata dal Parlamento europeo, e quella sul tempo di lavoro è stata affondata). Finora però gli europarlamentari si sono esercitati quasi esclusivamente su materie economiche e commerciali: le altre sono al massimo oggetto di mozioni e risoluzioni tanto roboanti quanto prive di efficacia. Le cose dovrebbero cambiare con la ratifica del Trattato di Lisbona, che definisce come materie di codecisione (cioè da sottoporre al voto dell’Europarlamento) anche le politiche agricole (i sussidi agricoli costituiscono il 40 per cento del bilancio dell’Unione Europea) e quelle migratorie. Se gli irlandesi non voteranno ancora “no”, molte cose in Europa cambieranno. Dal 2014 diventeranno effettive le decisioni “a doppia maggioranza”: non sarà più necessaria l’unanimità di tutti e 27 i paesi dell’Unione, basterà che una proposta sia approvata dal 55 per cento almeno dei paesi (cioè almeno 15) e che questi contino come minimo il 65 per cento degli abitanti della Ue. Alcune materie, però, continueranno a richiedere l’unanimità: esteri, difesa, sicurezza, politiche fiscali. Siamo europei, ma non siamo masochisti.


